Pontelangorino, provincia di Ferrara, un adolescente di 16 anni, Riccardo, incarica il suo migliore amico Manuel di uccidere il padre e la madre a colpi d’ascia. Genitori troppo pressanti per la scuola e per gli atteggiamenti del figlio. Un omicidio efferato, premeditato, studiato il giorno prima per liberarsi di quell’ostacolo che impediva di vivere in libertà senza vincoli e costrizioni. Due adolescenti come tanti, ribelli, disagiati e abbandonati a loro stessi. Come è possibile allora che si arrivi ad uccidere? È un percorso che parte da molto lontano, non solo da dentro ma anche dall’ambiente in cui si vive e dall’educazione impartita. Sono ragazzi deresponsabilizzati su tutto, accuditi troppo da un punto di vista materiale e troppo poco da quello emotivo, senza confini, con strutture di personalità labili, terreno fertile per la messa in atto di comportamenti devianti. Un periodo evolutivo dove le priorità non sono la scuola o la famiglia ma le proprie esigenze. C’è l’emergere di un vuoto interiore costruito nel corso degli anni, di aspettative non corrisposte, di bisogno delle figure genitoriali e nello stesso momento di rifiuto. Un conflitto interno che porta ad arrivare ad odiare il padre e la madre, a sentirsi quasi perseguitati da loro, soffocati da quelle che vengono viste come continue e pressanti richieste. Le regole stanno strette, c’è una pretesa di libertà secondo i propri canoni ed esigenze, un non volere orari, ma soldi per uscire, non voler studiare per stare buttati pomeriggi a vagare in giro, a giocare a videogiochi, a fumare le canne a bere per non pensare, per alienarsi dai problemi quotidiani e cercare un po’ di calma interiore.

Si arriva ad uccidere quando si crea un muro tra genitore e figlio come nel caso di Riccardo. Un ragazzo che aveva già segnato un solco invalicabile tra lui e il padre e la madre, scegliendo di vivere in un garage diventato il suo mondo in cui covava il suo rancore. Una divisione netta che lo ha portato nella solitudine della sua “dépendance” a sentirsi bersaglio dei genitori, riconosciuto solo in relazione alla scuola o ai suoi comportamenti, generando conflitti e odio in una personalità già labile. Si cerca il genitore e nello stesso momento si vorrebbe uccidere. A questo si è sommato il legame simbiotico con l’amico, un legame di fratellanza con cui dividere e condividere tutto. Quei fratelli in grado di essere una spalla in qualsiasi situazione, anche d’aiuto per commettere un omicidio. Un gesto considerato dai due come di amicizia, focalizzato solo sul “risolvere un problema” che andava avanti da anni con l’eliminazione della condizione di disturbo.

 

Maura Manca, Psicoterapeuta

Presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza

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