Una sera di trentacinque anni fa, un mercoledì 10 giugno difficile da dimenticare, il signor Ferdinando Rampi, con due amici e il figlio piccolo, uscì per fare un passeggiata, al ritorno il piccol di sei anni chiese al padre se potva rientrare passando per i campi e lui acconsentì. Inizia così la tragedia di Alfredino Rampi, 6 anni, il bimbo rimasto incastrato in un pozzo artesiano a Vermicino, alle porte di Roma.

Il fatto colpì molto l’opinione pubblica italiana che seguì i diversi tentativi di salvarlo in una diretta Rai a reti unificate di 18 ore. Fu il primo evento mediatico di questo tipo e tenne in apprensione davanti allo schermo per ore 21 milioni di italiani.

Alfredo Rampi moriva a una profondità di 60 metri in un pozzo artesiano, dopo tre giorni di inutili tentativo di liberarlo.

Quando sparì, quella sera di 35 anni fa, subito scattarono le ricerche, arrivarono sul posto polizia, vigili del fuoco e urbani. Alle ricerche parteciparono amici e parenti, fu la nonna Veja la prima a ipotizzare fosse caduto in un pozzo artesiano recentemente scavato. Ma il pozzo era coperto e fu scartato, ma il brigadiere Giorgio Serranti volle lo stesso controllare e tolta la copertura in lamiera udì i flebili lamenti di Alfredo. Si scoprì che il pozzo era stato coperto in seguito dal proprietario del terreno che non immaginava l’accaduto.

Inizò così una corsa contro il tempo, ma tappezzata di errori, per liberare il piccolo. Fu subito calata nella voragine una lampada, tentando invano di localizzare il bambino. Si suppose fosse bloccato a 36 metri. Ma il recupero era difficile: l’imboccatura era larga 28 cm, il pozzo era fondo 80 metri e le pareti erano irregolari, piene di sporgenze e rientranze.

Impossibile calare qualcuno, si tentò con una tavoletta legata a corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparvisi per sollevarlo. Una scelta fatale, la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, molto sopra Alfredino, e bloccò l’accesso completamente. Attorno all’1 di notte i tecnici della Rai, piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un’elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con Alfredino. E lui lucidamente rispondeva, facendo sperare in un lieto fine. Allora i tecnici pensarono a un tunnel parallelo al pozzo, da cui aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri, per recuperare il bambino. In poche ore fu trovata una trivella e un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino, che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo, era già l’11 giugno.

Fu scelto Tullio Bernabei, di corporatura sufficientemente magra per poter scendere nel pozzo a testa in giù per rimuovere la tavoletta incastrata. Ma arrivò solo ad un paio di metri da questa. Provò anche un secondo secondo speleologo, ma fu inutile. Intanto i vigili del fuoco avevano iniziato a pompare ossigeno nel pozzo, allo scopo di evitare l’asfissia del bambino. Il piccolo continuava a parlare con i soccorritori ed alternava momenti di veglia a colpi di sonno. Poi iniziò a chiedere da bere. Era già mattina.

Nel frattempo attorno al pozzo si era raccolta una folla di circa 10.000 persone, e arrivarono anche venditori ambulanti di cibo e bevande. E quasi certamente questo colossale assembramento ebbe un ruolo rilevante nel rallentare la macchina dei soccorsi. Ma i lavori erano lenti, alle 18, con due trivelle in azione, si erano raggiunti solo 21 metri di profondità. Alfredino fu monitorato dal primario di rianimazione all’ospedale San Giovanni, il piccolo oltretutto era anche affetto da una cardiopatia congenita in attesa di essere operata a settembre.

Il 12 giugno  alle 7 del mattino si era a 25 metri, e le speranze si stavano spegnendo. Il piccolo aveva iniziato a piangere dicendo di essere stanco. Lo scavo parallelo proseguì, e alle 16,30 sul posto arrivò anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Alle 19:00 la speranza si rianimò: il cunicolo orizzontale fu completato e finalmente il pozzo di Alfredino fu posto in comunicazione con il pozzo parallelo, a 34 metri di profondità. Ma lui non era lì, probabilmente anche a causa delle vibrazioni causate dalla trivellazione, era scivolato molto più in basso. Si accertò che Alfredino si trovava a circa 60 metri dalla superficie.

L’unica possibilità rimasta era mandare uno speleologo volontario lungo il pozzo artesiano, fino a quota -60 metri. Fu tutto inutile, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro, autista-facchino si fece calare nel pozzo artesiano per tutti e 60 i metri di distanza dal bambino. Licheri, iniziata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al bambino, tentò di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura si aprì; tentò allora di prenderlo per le braccia, ma il bambino scivolò ancora più in profondità. E nell’effettuare il suo coraggioso tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro.

Anche Donato Caruso raggiunse il bambino e provò ad imbracarlo, ma non riuscì. Alla fine, Caruso tornò in superficie e disse che probabilmente Alfredino era morto. ll cadavere fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, ben 28 giorni dopo la morte del bambino.

IL RICORDO – Oggi il Centro Alfredo Rampi onlus ricorda quei terribili tre giorni che unirono l’Italia nel dolore: “Il triste accadimento segnò l’inizio di un inaspettato cambiamento socio-culturale. Come ha ricordato Franco Gabrielli, ‘grazie all’incontro con al signora Franca Rampi l’allora presidente Pertini si convinse della necessità di istituire una struttura nazionale che si occupasse di protezione civile ogni giorno'”.

In occasione del 35esimo anniversario, il Centro Alfredo Rampi onlus promuove due giornate di iniziative culturali e formative che si svolgeranno nel comune di Ciampino sabato 11 e domenica 12 giugno, con il patrocinio di istituzioni ed enti scientifici.

La mattina dell’11 sarà realizzata una tavola rotonda ‘Oltre l’emergenza. Storie di sopravvivenza, resilienza, speranza’ presso la sala consiliare del Comune.

Domenica 12 alle 16, presso lo stadio di Ciampino, si terrà una Partita del cuore che coinvolgerà l’Esercito italiano, la squadra ‘Psicologol Roma’ dell’Ordine degli psicologi del Lazio, la rappresentativa dei migranti richiedenti asilo di Ciampino. I fondi andranno alle attività del Centro e alla comunità ‘Il Chicco’, che si occupa di sostegno e cura delle persone con disabilità mentale. (Fonte: Quotidiano.net)

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