di  GIOVANNA FERRARI

Firenze, 15 maggio 2016. Mattia Di Teodoro, 33 anni, uccide a coltellate la ex moglie Michela Noli, 31 anni, poi si suicida con la stessa arma.

La cronaca nera in fatto di femminicidi non ci lascia un attimo di respiro: non si fa in tempo a inorridire per uno, che eccone un altro ancora più cruento: un omicidio/suicidio, il top, ossia un femminicidio portato all’estremo, dove il suicidio plateale dell’assassino sembra voler togliere alla sua vittima il ruolo stesso di “vittima”.

E se, per caso, non ci avesse pensato lui, ci penserà chi di lui e del suo gesto parlerà.

Capiamo il desiderio di addolcire tanto orrore, ma la mano di rosa, che ci si affanna a stendere con tanta ostinazione sul nero di crimini meschini, più che coprire, come si vorrebbe, la realtà, ne evidenzia lo zoccolo, il background culturale su cui si fonda. E che così si autoalimenta, alimentando le fantasie perverse di maschi “feriti” nel loro narcisismo, che più che il cuore a pezzi hanno in frantumi lo specchio delle loro brame.

La scena è più o meno quella di sempre: un lui che non accetta la separazione, malgrado siano passati due mesi, malgrado lui venga descritto come uomo mite, pacato, serio. Ahimè, innamorato! Così innamorato che “ o mia o di nessuno” e la sgozza. Perché questo fa l’amore: uccide.

A me sfugge la logica, ma a forza di sentirlo dire, stai a vedere che finisco anch’io col crederci?! A meno che l’Amore di cui si canta non sia tanto l’amore per l’amata (meglio ex-amata), ma per se stessi, per quell’immagine di potere che il maschio teme compromessa dalla defezione dell’oggetto del suo potere.

D’altronde, se si leva lo sgabello su cui s’appoggia per sentirsi “grande”, il rischio del crollo c’è tutto, eccome!

Mi sono sentito deriso e umiliato” scrive quest’uomo nella lettera d’addio lasciata ai genitori.

Eccolo l’amore, eccola la gelosia: la propria umiliazione.

Ci ha provato Di Teodoro a “rinascere” con un nuovo amore, la bella Harley Davidson, una moto da macho, da vincente: un nuovo “oggetto” su cui specchiarsi, su cui “salire” per recuperare statura.

Ma lo sgarro di quell’abbandono, quella scelta di lei (la SUA donna!), che l’escludeva così dalla sua vita, per ricostruirla, lei sì, con nuovo slancio, era sempre lì a tormentarlo. Altro che amore, dunque!

Tuttavia, non c’è femminicidio che non venga titolato nei giornali a lettere cubitali con la parola chiave: AMORE.

E mi dispiace dover contraddire i romantici cronisti che, in coerenza a ciò, si sono sentiti in dovere di sottolineare: “che Di Teodoro, fosse ancora innamorato, non v’è dubbio.” Il dubbio c’è invece, eccome!

E anche quando si infervorano, assicurando che non aveva “occhi altro che per lei”,  sorge il dubbio che abbiano frainteso. Di attenzioni ne aveva certo, anche troppe, tanto che si può parlare di stalking: pure un gps piazzato sulla macchina di lei, una specie di collare per cani, collegato al suo cellulare. S’era documentato il ragazzo. Aveva “avuto occhio” anche per Internet, generoso dispensatore di informazioni e consigli. Non poteva permettersi un ulteriore fallimento!

Non a caso, lei cominciava ad avere paura di quest’uomo. Mite, tranquillo, bravo ragazzo, per la cronaca. Ovvio.

La recitava sicuramente bene, la parte della persona “civile”, ragionevole, “quasi remissivo”, simulando una rassegnazione sconfessata però dai pedinamenti.

Ma “dopo aver scoperto i tradimenti”, ecco che la “gelosia” lo acceca, recita la cronaca che non rinuncia agli ingredienti succulenti del delitto d’onore. Non importa se erano separati già da un paio di mesi e perciò il termine “tradimento” è fuori luogo. Certo lui, Di Teodoro, la pensa così, ma sorge il legittimo sospetto che si voglia che “tutti” la pensino così.

Perciò: colpo di scena! L’amore adorante, si trasforma in odio. L’uomo mite in furioso Otello. “Determinato” a fargliela pagare. A lei, ovvio, non al rivale. Quest’uomo definito “coraggioso nell’affrontare l’altro”, nell’incontro a tre (lui, lei, l’altro) dimostra un self-control anglosassone con tanto di amichevole pacca e auguri belli! Di Teodoro è robusto, un tipo atletico, ma viene il sospetto che l’altro non sia da meno. Fatto sta che, dietro la facciata mite, organizza un piano micidiale per eliminare lei, “l’amata”, così “piccola e fragile”, e per ripristinare, nel suo farneticante orgoglio ferito, il ruolo di primo attore. Omicidio/suicidio non solo premeditati con cura, ma anche annunciati,  “messi in scena”, autografati da un autore che, scomparendo, vuole “apparire”.

Perché Michela Noli accetta quell’ultimo appuntamento?

Già mi par di sentire il coro da tragedia greca delle prefiche: “mai accettare l’ultimo appuntamento”! A parte che se si disponesse di doti extrasensoriali per poterlo percepire come “ultimo”, tutto sarebbe estremamente più facile, bisogna riconoscere che la capacità di simulazione di questi individui è di tutto rispetto. E soprattutto, ci vogliono precedenti significativi di violenza anche fisica, per temere per la propria vita. Neppure l’amico che riceve i messaggi deliranti di quest’uomo, riesce a capire i suoi propositi in tempo per fermarlo.

Se c’erano campanellini d’allarme, quelli avevano suonato già da tempo, inascoltati. I buchi neri nella vita di Mattia Di Teodoro non sono comparsi dopo la separazione.

Sempre la depressione viene tirata in ballo a giustificazione di gesti irreversibili, dove il solito lui, a causa anche dei suoi problemi psichici, non accetta l’abbandono, l’allontanamento della lei di turno. E a nessuno viene in mente che possano essere proprio quei problemi comportamentali di lui ad aver indotto la donna ad allontanarsi, a mettersi in salvo. Che, forse, quei campanellini li ha sentiti e sta seguendo le istruzioni per l’uso: “vai, lascialo”!

C’erano altri, però, che avrebbero dovuto essere a conoscenza dei problemi di lunga data di quel ragazzo, che faceva abituale uso di psicofarmaci, che talvolta sospendeva per gli effetti collaterali, aggravando così il suo disagio. E che in quegli ultimi tempi non stesse bene lo avevano capito anche gli amici, che gli avevano consigliato di riprendere le cure.

Fragile sotto questo aspetto lo era sempre stato, fin da adolescente, in quell’età in cui la poca voglia di studiare crea incomprensione e attriti con i genitori. Ma anche dopo, i suoi sbalzi d’umore parlavano di una personalità inquieta, anche se mai aveva dato segni di violenza fisica.

 

Ormai siamo abituati al binomio passione/depressione, gelosia/raptus omicida, come se la violenza fosse la più sublime espressione  d’amore. Ma ci siamo mai chiesti perché nella stragrande maggioranza dei casi gli autori di questi delitti “passionali” siano uomini? Forse perché le donne non hanno sentimenti? Non sono soggette a depressione o non subiscono il trauma dell’abbandono? Quante donne, che lo ammettano o no, hanno dovuto e devono convivere con le ripetute infedeltà del partner; quante sono state piantate in asso da uomini, spesso insieme a figli, neppure riconosciuti, con tutti i problemi conseguenti? Perché quasi ci stupiamo quando è una donna a fare stalking, incapace di accettare la fine di una relazione?

Il perché non va cercato nella fragilità psicologica, ma nella “fragilità” di una cultura che ponendo al centro l’uomo come unico soggetto di potere, relega la donna ad oggetto di piacere, ad uso e consumo del padrone. Il circolo però è vizioso: senza l’oggetto, va a farsi benedire il potere, compromessa con onta grave l’immagine del padrone. E son dolori!

Afferma la dottoressa Anna Costanza Baldry: “… l’uccisione è una sorta di «appagamento» interiore e «soddisfazione» intrapsichica e sociale nell’aver compiuto un gesto, l’omicidio, che determina per sempre un potere sull’altra persona. Il potere enorme di decidere sulla vita di una persona, in questo caso, togliendola.”

Gesto estremo di “potere”, perciò, non certo di “amore”.

Gesti spesso enfatizzati, anticipati con minacce e atteggiamenti aggressivi volutamente rivolti anche all’esterno, all’ambiente sociale più ristretto dove si avverte più urgente il bisogno di ripristinare la propria immagine. Segnali spesso facilmente leggibili, intenti violenti ed omicidiari dichiarati ma altrettanto spesso sottovalutati o ignorati proprio dal contesto famigliare e amicale di questi uomini.

Perché tutt’al più sono problemi di quella “stronza”, guai che, diciamolo, s’è cercata!

L’ha lasciato e lui, poverino… è tanto innamorato!

E così, per questo malinteso amore si azzerano vite umane, sprofondano nel dolore familiari e amici d’ambo le parti. Sconfitte entrambe.

Forse è il caso di imparare a parlar d’Amore.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata