di Carmelo Rapisarda (AGI)
 Sono almeno cinque le morti sospette sulle quali sta indagando la procura di Busto Arsizio e per le quali sono finiti in carcere un medico e un’infermiera legati da un rapporto sentimentale. L’uomo, anestesista al pronto soccorso dell’ospedale di Saronno poi trasferito a un altro incarico, è indagato per l’omicidio volontario di 4 anziani pazienti ricoverati nella stessa struttura, e insieme con la donna, in passato al lavoro al pronto soccorso e ora in servizio in un altro reparto, per l’omicidio volontario del marito di lei.

Angeli della morte, sei casi dal 1992

‘Angeli della morte’: così i criminologi definiscono i serial killer che sopprimono malati dei quali dovrebbero prendersi cura. L’inchiesta di Saronno presenta uno scenario già ipotizzato da varie altre indagini, quello di figure professionali della sanità che si trasformano in ministri dell’eutanasia somministrando farmaci letali ai pazienti.

Il caso di Piombino (Livorno) 

Il più vicino in ordine di tempo è quello di Fausta Bonino, infermiera dell’ospedale di Piombino (Livorno), arrestata lo scorso 31 marzo con l’accusa di aver ucciso tra il 2014 e il 2015 con iniezioni di eparina tredici ricoverati nell’unità operativa di anestesia e rianimazione. La Bonino è stata scarcerata 21 giorni dopo dal Tribunale del Riesame di Firenze con un provvedimento poi annullato dalla Cassazione lo scorso 22 settembre. Sul caso dovrà nuovamente pronunciarsi il Riesame.

Il selfie con il cadavere

Suscitò orrore e indignazione la vicenda di un’altra infermiera, Daniela Poggiali, dell’ospedale di Lugo di Romagna (Ravenna), che si scattò un ‘selfie’ sorridente accanto al cadavere di una degente di 78 anni, da lei stessa appena uccisa, secondo l’accusa. Era l’8 aprile del 2014. Per questo omicidio, Daniela Poggiali è stata condannata l’11 marzo scorso all’ergastolo dalla Corte d’Assise di Bologna. L’indagine a suo carico ha preso in considerazione 191 decessi verificatisi nell’ospedale di Lugo tra l’aprile 2012 e l’aprile 2014, e una consulenza ha accertato che 139 avvennero nel reparto in cui lavorava l’indagata.

L’infermiera che voleva “sentirsi importante”

Infermiera era anche Sonya Caleffi, condannata definitivamente a 20 anni dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano, il 3 marzo 2008 per l’omicidio di cinque pazienti. La Procura generale aveva chiesto l’ergastolo, ma la donna ottenne lo scontro di pena previsto dal rito abbreviato. La Caleffi aveva confessato, e aveva anche indicato il movente: voleva sentirsi importante e farsi notare dai suoi superiori. Le indagini le avevano attribuito la morte anche di altri malati: tra el 15 e le 18 persone, decedute mentre erano ricoverate nell’ospedale “Manzoni” di Lecco, dove prestava servizio.

Il serial killer di Sant’Angelo Romano

Angelo Stazzi, che lavorava part-time nella casa di cura “Villa Alex” di Sant’Angelo Romano, alle porte della capitale, fu accusato di sette omicidi di ammalati, commessi tra il dicembre 2008 e il settembre del 2009. Usava un cocktail di psicofarmaci insulina. Per questi delitti è stato condannato all’ergastolo e la sentenza è stata confermata dalla Cassazione il 13 luglio scorso, diventando così definitiva. Stazzi fu accusato e condannato nel 2011 a 24 anni di reclusione anche per l’omicidio della collega Maria Teresa Dell’Unto, con la quale aveva avuto una relazione sentimentale e che venne uccisa per un debito non pagato.

L’infermiere di Satana

Era stato soprannominato “l’infermiere di Satana” Alfonso De Martino, in servizio nel reparto di Medicina generale dell’ospedale di Albano Laziale, nei pressi di Roma. Era il 17 febbraio 1993 quando u testimone lo vide aggiungere nella flebo di un ricoverato farmaci non prescritti dai medici. Il malato mori’ poco dopo. Da li’ parti’ l’indagine che ha poi portato, il 10 marzo del 1995, alla condanna di De Martino all’ergastolo per l’omicidio di quattro pazienti, tre uomini e una donna, tra il 1990 e il 1993. I decessi furono causati con una miscela di disinfettante e anestetico.

Killer per una mancia dalle pompe funebri

Intascare un guadagno extra era lo scopo di Antonio Busnelli, infermiere del reparto di rianimazione dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano: fu arrestato il primo dicembre del 1992 e poi condannato a 16 anni e 8 mesi per aver ucciso dua pazienti. Aveva segnalato i decessi a un’impresa di pompe funebri, per ricevere una mancia. Con le onoranze funebri Busnelli aveva dimestichezza: come secondo lavoro, infatti, collaborava alla preparazione delle salme per i funerali. (AGI)

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