MASSIMO NUMA PER LA STAMPA

«Vi prego, riesumate il corpo di Elena, è l’unico modo per ricostruire la verità sulla sua morte». Michele Buoninconti, dal carcere di Verbania dove attende il processo d’appello, il 18 gennaio prossimo, ha detto così, disperato, al suo avvocato di fiducia Enrico Scolari. L’uomo è stato condannato a 30 anni per l’omicidio e occultamento del cadavere della moglie Elena Ceste.

Il suo perito di parte, il medico legale Lorenzo Varetto, avrebbe scoperto – dall’esame delle fotografie del corpo – alcune fratture sui resti che potrebbero far pensare anche a una morte accidentale e non a uno strangolamento, come ipotizzava l’accusa rappresentata dal pm Laura Deodato e dai carabinieri. Tesi fatta propria dal giudice monocratico Roberto Amerio nelle motivazioni della sentenza di condanna.

Lo stato del corpo

Ora Scolari spiega che «bisogna tornare ad analizzare l’elemento di prova più importante». Quello che il giudice Amerio definisce decisivo per sostenere l’accusa, cioè l’autopsia, che avrebbe confermato le dinamiche dell’omicidio di Elena. «Ci sono alcuni aspetti – dichiara il legale – che vanno approfonditi in merito allo stato reale del corpo che fu ritrovato il 18 ottobre 2014 tra il fango e gli arbusti di un piccolo rio, nel corso di una bonifica avvenuta dopo 15 anni di totale incuria». Il cadavere era praticamente scheletrizzato, a distanza di nove mesi dalla scomparsa, e l’autopsia venne effettuata senza la presenza dei periti della difesa, per una scelta di Buoninconti, convinto che la sua innocenza non potesse essere scalfita dall’esame.

Gli avvocati d’ufficio di allora, Chiara Girola e Alberto Masoero, forse per un disguido burocratico (un fax dal contenuto non troppo chiaro arrivò in procura ma troppo tardi), furono così estromessi dall’importante atto giudiziario.

La ricostruzione

I dettagli tecnici sono piuttosto complessi, ma sarebbero emerse alcune fratture alle braccia e all’osso sacro che potrebbero – secondo la difesa – avvalorare la tesi di una fuga di Elena da casa in preda a una crisi nervosa e quindi quella mattina di gennaio, sarebbe scivolata nel canale, battendo la testa contro una pietra o la spalletta di cemento, perdendo conoscenza, e infine morendo per ipotermia. Una ricostruzione, particolari a parte, da sempre sostenuta da Buoninconti e dai suoi legali ma contestata in toto dagli inquirenti.

Nessun commento ufficiale, ma solo un paio di osservazioni da parte di uno degli inquirenti: «Il corpo, dopo 9 mesi, si era saldato, nella parte addominale con terra e fango. E’ plausibile che, nei movimenti imposti dallo scorrere delle acque e anche nelle difficile operazioni di recupero dei resti, si siano verificate lesioni alle ossa, già molto deteriorate per il tempo passato e per le condizioni del rio». Conclude Scolari: “Ritengo che la riesumazione dei resti di Elena sia, ancorché un fatto doloroso per i familiari, purtroppo necessaria per affrontare i temi proposti dai medici legali. E’ in gioco il destino di un uomo che si professa innocente».

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata