In quanto ex maestra, di recente mi è stata posta una domanda interessante: “Quando insegnavi, si parlava a scuola di femminicidio e violenza sulle donne?”.

Premetto che come insegnante sono datata, avendo iniziato la mia carriera nei primi anni settanta, per chiuderla una decina d’anni fa. No, non si parlava allora di questa tematica, divenuta di grande attualità in un Paese che nutre la cronaca nera di almeno una donna ammazzata ogni tre giorni. Non che il fenomeno sia da iscriversi come effetto collaterale dei tempi nostri, che al contrario registrano l’emersione di una violenza legittimata tra le mura domestiche da un regime patriarcale, che- mi auguro- stia perdendo colpi.

Si affrontava però, anche con progetti mirati, una “educazione all’affettività”, aiutando i bambini –ho esperienze limitate alla scuola primaria- a riconoscere, a dare nome ad emozioni e sentimenti propri ed altrui; a sviluppare competenze relazionali serene con i coetanei e con gli adulti, in vista anche di quell’educazione alla “convivenza democratica” che i programmi ministeriali hanno sempre indicata come essenziale e che orientava in modo trasversale tutta l’azione educativa.

Anche prima che entrasse per decreto, la “buona scuola”, insomma, c’era. C’era nella sua finalità di fondo: la formazione integrale della persona, lo sviluppo armonico della personalità attraverso tutte le opportunità formative delle diverse discipline. Che certamente non mancano. Al di là dei contenuti e veicolati da questi c’è una grande ricchezza di valori: amicizia, solidarietà, rispetto, condivisione, cui la scuola fin dall’Infanzia ha ispirato e adegua ogni sua azione. L’ambiente stesso, primo gruppo sociale tra pari, è occasione di confronto e palestra di buone prassi formative e relazionali.

Umberto Galimberti, mentre denuncia un pericoloso analfabetismo emotivo nella nostra gioventù, che riduce notevolmente la capacità di distinguere tra il bene e il male, richiama l’attenzione sull’importanza dell’educare ai sentimenti. Che non sono innati, ma frutto di mirato apprendimento, cui concorrono innanzitutto le cure ricevute nei primi tre anni di vita in termini di attenzione a quei bisogni esistenziali che il bimbo da subito esprime nella sua curiosità verso il mondo – i suoi filosofici perché – , nelle sue espressioni comunicative, ingenue, perché spontanee, ma strumento di conoscenza del sé e costruzione della propria identità. È in questi primi anni che si gettano le basi, si formano le “mappe emotive”, cioè “la modalità di sentire il mondo e di reagire agli eventi in modo proporzionato. Qui si forma la dimensione emotivo-sentimentale, in mancanza della quale la percezione del mondo esterno rimane congelata all’impulso, risposta puramente fisiologica, biologica. Solo superandolo, si accede alle emozioniuna forma più emancipata rispetto all’impulso, perché l’impulso conosce il gesto, l’emozione conosce la risonanza emotiva di quello che si compie, di quello che si vede…”. Ancora più in alto si pone il sentimento, che non riguarda solo la sfera emotiva, ma anche quella cognitiva, in quanto “consente quel sentimento profondo di sé fondamentale, per cui uno percepisce il mondo esterno e gli altri in maniera adeguata” adeguando la sua capacità di accoglienza e di risposta.

Per Galimberti i sentimenti si apprendono proprio attraverso la letteratura, che a partire dalla mitologia offre tutta la gamma dei sentimenti umani. La letteratura è “il luogo in cui si apprende cos’è l’amore, cos’è il dolore, cos’è la noia, la disperazione…”.

E qui è innegabile il ruolo fondamentale della scuola nell’avvicinare i ragazzi alla letteratura, ai libri. Se la scuola disamora a questi scenari, il sentimento non si formae i nostri ragazzi non superano il livello istintuale di impulso, al massimo provano emozioni, con le conseguenze che vediamo nella leggerezza con cui si confonde ciò che è grave con ciò che non lo è, per cui anche gesti irrisarcibili come stuprare e uccidere sono percepiti come semplici “cazzate”, scherzi innocenti, o trovano facile giustificazione in presunte colpe altrui.

A questo punto duole, però, osservare che l’analfabetismo emotivo dei figli è corroborato da altrettanto analfabetismo dei padri e delle madri, pronti a difendere le prodezze dei propri rampolli, vittime della malevolenza dei loro accusatori. Che così continueranno a limitare la loro visione del mondo a quell’unico territorio che conoscono: il proprio sconfinato ego che non concede spazio a nessuna esistenza altra. Analfabetismo che riecheggia a livello sociale nell’enfasi con cui si beatifica un assassino-suicida, oscurando completamente le sue vittime; che trae alimento dalle risposte diverse e discriminanti che individualmente o collettivamente si danno a fatti della stessa inaccettabile gravità. Col risultato che neppure condanna, detenzione, percorsi cosiddetti riabilitativi spostano il baricentro da un io incapace di percepire il danno arrecato agli altri, accecato com’è dalle proprie menzogne auto assolutorie. “Per un attimo di follia, mi sono rovinato la vita” dice dal carcere un tale che purtroppo ho conosciuto molto bene e che di vite non ha rovinato solo la sua.

Tanto per dire che il problema non è solo nel presente, limitato a giovani e teen-agers: è ben più grave per le profonde radici abbarbicate nelle generazioni precedenti, dure da estirpare.

Ma torniamo al punto di partenza. La “Buona scuola” oggi introduce con indicazioni specifiche il contrasto alla violenza di genere, suggerendo percorsi informativi e formativi, tesi a maturare atteggiamenti di rispetto verso la diversità, superando in modo particolare gli stereotipi che portano a forme intollerabili di discriminazione dovute al genere. Francamente non ci trovo nulla di così sorprendente e originale. Ce lo trovano, a quanto pare, gli ossessionati del “gender”, che sentono puzza di zolfo anche in innocenti libri per bambini, messi per questo all’indice, tanto per collocare storicamente la matrice culturale da cui la nuova Inquisizione attinge. Col paradosso che, stando alla data di edizione, molti di quei libri messi al rogo, con buone probabilità hanno cresciuto quegli stessi che ora li ritengono dannosi. Ben vengano, a mio avviso, libri di testo in cui si dia più spazio a figure femminili e a ruoli paritari, permettendo alla mamma di fare l’ingegnere o la poliziotta e non soltanto la casalinga o ben che vada la maestra e l’infermiera. E, perché no, di famiglie si parli in base agli affetti che uniscono i suoi membri, superando lo stereotipo antiquato della famiglia del Mulino Bianco, che pure, a dire il vero, s’è aggiornata, optando per un sodalizio tra un bel mugnaio e una gallina.

Per entrare poi nello specifico della violenza sulle donne, negli ultimi anni, soprattutto nelle scuole superiori, ha preceduto, direi orientato le indicazioni ministeriali, con progetti, interventi nelle classi di operatori adeguatamente formati, spesso provenienti da centri antiviolenza che hanno nei loro obiettivi primari proprio la prevenzione. E la scuola è certamente luogo privilegiato di conoscenza e riflessione su temi che sembrano solo in apparenza estranei a quella fascia d’età. Chi entra in contatto e in sintonia con ragazze e ragazzi coglie l’estremo bisogno e desiderio di affrontare con naturalezza e semplicità argomenti così presenti nel loro vissuto, abbattendo i tabù che impediscono la comunicazione adeguata tra pari e con gli adulti. E ci si accorge che essere nativi digitali non esclude l’ essere ancorati a pregiudizi patriarcali e stereotipi sessisti che alimentano atteggiamenti di violenza nelle relazioni affettive. Gelosia, controllo, imposizioni, violenza fisica e psicologica agite/accettate come segni d’amore e in quest’ottica giustificate continuano a minare le relazioni affettive, mancando una corretta grammatica dei sentimenti, ma soprattutto il senso del limite concesso/da concedere, che si attesta sul riconoscimento di pari dignità, pari diritti, pari libertà. C’è tanto da insegnare/imparare per riconoscere le strategie sottili che rendono l’amore quella trappola mortale di cui la cronaca ci parla con cadenza assidua, ma con narrazione ambigua, né correttamente informativa, né tanto meno formativa. Alfabetizzazione di base, necessaria, per leggere segnali che l’innamoramento tende ad eclissare: “istruzioni per l’uso” rivolte ad entrambi i partner, per evitare di scambiare l’amore per un sordido gioco di potere.

Il Ministero, insomma, formalizza una buona pratica già in uso, estendendola a tutto il territorio nazionale, consapevole che il problema è di natura culturale e lì va aggredito in primo luogo. Certamente non si può sperare in risposte esaustive in tempi brevi. E soprattutto non sarà con la lezioncina ad hoc che si potrà liquidare la faccenda. Qui non si tratta di far memorizzare formule, date, nomi, procedure. Si tratta di formare persone, donne e uomini, capaci di libero arbitrio, di scelte autonome e responsabili, capaci di riconoscere all’altro/a la stessa dignità, gli stessi diritti che si pretendono per sé. Da sempre l’educazione è un passaggio di esperienze e di valori da persona a persona, che va oltre la comunicazione verbale. Non si fa con le nozioni, con i voti, con le prove Invalsi che troppo spesso restano l’unico obiettivo della scuola.

Perché la scuola sia davvero “buona” servono Persone. Servono Educatori, oltre che insegnanti. Serve carisma. Educare è un’arte: una grande sfida alla quale non ci si può sottrarre.

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