Caffé nero bollente è una nuova sezione del sito in cui vengono pubblicati racconti noir e gialli di Maria Rosaria De Simone in cui “il riferimento alla realtà non è affatto casuale”

 

-Come ha fatto a procurarsi questi segni?- Chiese il medico del Pronto Soccorso alla donna che stava visitando.
-Sono inciampata e sono caduta per le scale.-
-Una bella botta. È fortunata. Avrebbe potuto rompersi qualcosa. Ora la medichiamo. La prossima volta stia attenta. Lo sa che la maggioranza degli incidenti avvengono tra le mura domestiche?-
-Lo so.-
Livia non aveva nemmeno la forza di parlare, per riuscire a controllare il dolore in ogni parte del corpo. Osservò le sue braccia piene di ecchimosi. Il medico per fortuna aveva creduto alla sua versione. Per l’ennesima volta nessuno aveva avuto alcun dubbio. Sei mesi prima, al Pronto Soccorso ci era finita per una slogatura al polso. Poi per un forte dolore al petto ed ora per una caduta. In silenzio aspettò le cure del’infermiera. Aveva solo voglia di tornare a casa, mettersi sotto le coperte e chiudere gli occhi al mondo. Voleva morire. La fine di ogni suo sogno. Una vita senza speranze. Ma non poteva. Il piccolo Davide aveva bisogno della sua mamma. Non poteva lasciarlo in balia del padre. Sentì improvviso il desiderio di richiamare il medico e dire tutta la verità.

No, guardi, non sono caduta dalle scale. Mio marito mi ha riempito di botte. E perché poi? Perché non mi ha trovato in casa all’ora di pranzo. Il bambino era all’asilo e avevo pensato di andare a trovare mio padre in clinica. Sa, mio padre ha una malattia degenerativa da anni, avevo solo desiderio di parlare un poco con lui. Un uomo buono, mio padre. Ora l’ho detto, dottore. Capita spesso che mio marito mi riempia di botte. Per un nonnulla. Questi segni così brutti sono stati provocati da lui. Voglio denunciarlo, mi aiuti.

Invece era rimasta muta. Aveva perso la sua occasione. Che altro poteva fare? Non aveva un lavoro per lasciarlo e andare a vivere con suo figlio. Aveva chiesto aiuto a sua madre, ma lei le aveva risposto di non fare storie, che stava esagerando, che il marito era buon lavoratore, che non le faceva mancare nulla, in fondo. Che imparasse ad essere più accomodante, invece, e a non farlo arrabbiare.

Un incubo. Livia ingoiava le lacrime assieme alla sua dignità ferita, nelle orecchie ancora le frasi di lui ad oltraggiarla.

Non vali nulla, puttana. Dove sei stata? Puttana che non sei altro. Io mi spacco la schiena tutti i giorni e tu non mi prepari neppure il pranzo. Vieni qui, sfaticata, che ti aggiusto io. Puttana.

E giù botte, fino a tirarla per i capelli nel corridoio e affogarla con la testa nel lavandino sotto il getto di acqua fredda.
L’infermiera fece entrare suo marito. La stavano dimettendo dall’ospedale.

Tesoro, come stai? Guarda cosa ti sei combinata. Dottore, mia moglie è una sbadata. Meno male che non aveva mio figlio in braccio. Altrimenti chissà che sarebbe successo. Allora, Livia, andiamo? Grazie dottore, per tutto. Grazie.

Suo marito le copriva le spalle con un abbraccio premuroso, che leì sentì pesante come una prigione.
Livia lo seguì, gli occhi bassi, il dolore in ogni spigolo del corpo.

(Il seguito di questa storia dovrà scriverlo il lettore)

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