La cronaca nera fa audience, vende almeno quanto il gossip. Un dato di fatto dietro il quale si cela, da un lato il cinismo di chi campa sulle disgrazie altrui, dall’altro certa morbosità voyeuristica cui nessuno è immune: più è torbido e più c’è gusto. Col rischio di acquisire impermeabilità e assuefazione alle nefandezze umane, ridotte a notizie presto cancellate da altre, fatti tragici subito oscurati da fattacci non meno crudi.

Se solo si pensa al numero di femicidi, che annualmente mietono donne con un ritmo di una ogni 2/3 giorni, risulta chiaro che è impossibile aver memoria di tutti. Ci sono casi cui la cronaca e i media tributano maggiori onori (morti più meritevoli?) e che lasciano impronte più significative nella memoria collettiva. Altri che faticano ad uscire dal contesto locale e hanno vita e voce breve (spesso sapientemente soffocata).

A Modena, dal 1985 al 1994, sono state uccise otto donne. Otto vittime tuttora senza giustizia per l’incuria, l’indifferenza e forse anche la malafede degli inquirenti e dei magistrati modenesi. Otto delitti irrisolti, passati sotto silenzio, cancellati come le vite di quelle donne. E assassini (o anche un solo serial killer) liberi di continuare ad uccidere.

So che significa essere familiare di una vittima, donna in particolare; so quanta sofferenza si aggiunga al dolore incommensurabile della perdita, a causa del “tradimento” delle istituzioni, quelle che come cittadino hai sempre ritenuto baluardi di difesa, garanti della legge e di chi la rispetta, quelle a cui ti rivolgi per avere almeno giustizia, se non il risarcimento di un bene irrisarcibile come la vita. È un trauma che lascia un mal di vivere cronico, acuito dall’isolamento, dall’indifferenza e da certa emarginazione cui le vittime sono sottoposte da una società che non ama Abele e, per tacitare la propria coscienza, si prodiga in favore di Caino. Che così si sente autorizzato, confortato nel suo diritto ad esserlo.

Nessuno tocchi Caino”, d’accordo. Ma ci scordiamo il resto. Ci scordiamo le parole che Dio dice a Caino: “Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto, lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra. (…) Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato.” (Gen. 4, 10-15)

Nessuno tocchi Caino, dunque, ma si sappia che quello è Caino. E di cosa è capace. Dio non vuole la sua morte, ma lo ha maledetto per il resto dei suoi giorni. Noi no. Noi siamo più misericordiosi di Dio. Cancelliamo anche il segno, con la presunzione spesso contraddetta dalla realtà che i pochi anni di detenzione siano in grado di cancellare il crimine e soprattutto di cambiare l’animo del criminale.

Quanti Caini sono stati messi nelle condizioni di uccidere ancora da un sistema giudiziario ipocritamente benevolo? Angelo Izzo, per citarne uno che pure il marchio l’aveva bene in vista. Ma sono tanti i Caini che si aggirano silenziosi in un territorio che dovrebbe essere loro precluso, maledetto. E che invece la loro presenza rende maledetto ad altri.

Bruno Fruzzetti è uno di questi.

fruzzetti

Il 13 agosto 1998 uccise con 14 coltellate Valeria Melpignano. Lui all’epoca aveva 46 anni, un divorzio e due figlie già grandi alle spalle, una nuova moglie con la quale viveva da più di un anno in Lucchesia. Tre denunce, che il cronista del Tirreno a suo tempo definì “piccoli precedenti penali”: una per furto e due per atti osceni in luogo pubblico, che gli erano costati una condanna in primo grado. Certo che il vizietto di rincorrere ragazze doveva averlo il Fruzzetti, cui invece scarseggiava la voglia di lavorare, tanto da vivere alle spalle della moglie, svolgendo solo saltuariamente attività artigianali. Si assentava spesso, e non certo per lavoro.

Nel 1994, in una gita a Firenze, conosce Valeria Melpignano, studentessa torinese allora diciassettenne. Malgrado la notevole differenza d’età, sembra nascere un sentimento tra i due che apre ad una breve relazione, tenuta segreta alle rispettive famiglie. Quando il padre di Valeria lo scopre, cerca di ostacolarla. L’uomo allora sequestra letteralmente la ragazza. Una brutta avventura che sfocia in una denuncia. La storia sembra finita lì. Invece il Fruzzetti torna a importunare Valeria; si fa pressante al punto che la ragazza, ormai maggiorenne, cede alla sua richiesta di rivederla. Di nuovo lui la sequestra, portandola in Val D’Aosta e poi in Toscana. Valeria lo asseconda solo per cogliere l’occasione propizia e fuggire, tornando a Torino in autostop. Ma non lo denuncia.Errore gravissimo” commenterà il cronista del Corriere della Sera (e la denuncia precedente a che cosa era servita?!). L’uomo si accanisce tempestandola di telefonate. Siamo nel ‘94: ancora non si parlava di stalking, tantomeno di reato specifico (adesso invece!). Poi la raggiunge a Torino, si apposta sotto casa tutta la notte e quando la ragazza, che già lavora come impiegata in una finanziaria, esce per recarsi al lavoro, lui la fa salire nell’auto noleggiata, al posto di guida. S’era portato da casa un coltello il Fruzzetti, perché era tanto, troppo innamorato! E colpisce la donna che non ne voleva più sapere di quell’amore “malato”. 14 fendenti. Lei scende sanguinante dall’auto, cercando aiuto, ma crolla a terra e muore subito dopo. L’assassino esce a sua volta dall’auto brandendo ancora il coltello. Ma poi si dà alla fuga con la stessa auto senza neppure accertarsi delle condizioni della ragazza. Apprenderà della sua morte dalla moglie, alla quale telefonerà più tardi. La donna, con la quale conviveva stabilmente insieme al figlio, sembra sapesse della “morbosa passione” del marito, pur custodendone il segreto.

Mitomane? Esibizionista? Difficile dirlo. Sicuramente una personalità complessa” sottolinea il cronista del Tirreno, che “alla vita travagliata” del Fruzzetti “all’apparenza un’esistenza tranquilla” dedica, come spesso accade, l’attenzione empatica che serve per banalizzare i comportamenti aberranti di quest’uomo. Che non pare dovesse soffrire di solitudine, data la sua vita affettiva variegata ed eclettica. Ma nel momento in cui “la ragazza “ gli telefona comunicandogli “la fine del rapporto”, scatta la “follia omicida” nei confronti della “studentessa di cui era innamorato”. In tutto l’articolo non compare mai il nome della vittima, Valeria Melpignano, mentre campeggia la figura dell’uomo, accanto a quella della seconda moglie Rossella, come se il dramma familiare fosse solo il loro, loro le vittime.

Una storia di cieca passione” l’aveva dipinta a sua volta il cronista del Corriere della Sera, che fa molto melodramma e ben si addice alla personalità istrionica del Fruzzetti che, nel momento in cui decide di costituirsi (certamente consapevole di non avere scampo, data la “caccia all’uomo” già partita), gioca la carta vincente della tragica passionalità: “Se lei è morta allora la mia vita non ha più senso. Libero o in carcere non cambia nulla”.

Che senso avesse e abbia la vita di quest’individuo sarebbe interessante appurarlo. Anche se qualche idea è facile averla.

Chi in realtà non è più riuscita a trovare un senso alla propria vita è stata la mamma di Valeria Melpignano, cui il Corriere della Sera dedicherà un breve imbarazzato trafiletto. “Tragedia a Torino suicida per dolore”. A distanza di un anno dall’assassinio della figlia, alla vigilia del processo in corte d’Assise, questa povera madre non ha retto al dolore, lanciandosi dal quinto piano. Valeria oltre a papà e mamma aveva tre fratelli. Una famiglia distrutta, devastata da una duplice assurda tragedia.

valeria

Immagino, perché l’ho vissuto, che significhi quel “si comincia a scavare nella vita della ragazza riportato dai giornali: una giovane donna,”alta, un sorriso bellissimo”, che “cerca l’amore della sua vita”. Conosco lo strazio dei familiari costretti ad assistere impotenti allo scempio che viene fatto in sede processuale della dignità della vittima, che in quanto donna non è mai vittima innocente. E so come la nostra società, la nostra “giustizia” non aiuta i familiari a trovare un senso all’assurdo: semmai aggiunge motivi per lasciarsi cadere nel vuoto. Ma tant’è: la chiamano vita!

Il Fruzzetti rimedia una condanna a 28 anni di carcere. Neanche poco, date le medie nazionali per femicidio.

Gli anni passano, i femicidi aumentano: i fatti più recenti stendono un velo pietoso sugli orrori passati. Il segno, il marchio di Caino, se mai è stato impresso, si cancella.

1998 più 28, per la matematica fa 2026. Già dal 2011 però Bruno Fruzzetti compare su Fb. È sempre un mistero per i comuni mortali quando questi signori verranno rimessi in libertà: certamente le istituzioni non sono tenute ad informarne neppure le vittime, che avranno così la piacevole sorpresa di scoprirlo di persona. Già in pari con la giustizia perciò il Fruzzetti? Si direbbe di sì. Tutt’al più c’è da dubitare del termine “giustizia”. Mentre possiamo essere certi che la sua coscienza è a posto. Le due morti che si è lasciato dietro non hanno lasciato ombre, né rimorsi. E, malgrado la dichiarazione enfatica ad uso stampa, la sua vita il senso l’ha conservato. Inalterato: tale e quale. Senso unico!

Si direbbe, a curiosare dal suo profilo (è pubblico!), che nel 2011 abbia iniziato gli studi da geometra, per cui così si identifica quanto a titolo di studio, ma “colonnello dell’esercito italiano” di professione, single, ovviamente!

Come citazione ha scelto: “Potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e sentirmi re dell’intero universo” , per cui è lecito sospettare che la reclusione abbia gratificato il suo narcisismo, espandendolo alla massima potenza.

Cosa gli piacciono? Le donne! C’era da dubitarlo?

Più son bimbe e meglio è. Basta dare un’occhiata ai suoi contatti: 862 amici! Tipo socievole. Nella stragrande maggioranza dei casi, ragazzine giovanissime, delle più disparate parti del mondo. Niente da dire: è un uomo di larghe vedute il Fruzzetti, cosmopolita, perfettamente inserito nel mercato globale e soprattutto individuo di grandi risorse. Difficile vedere traccia di quel suo passato di sangue nelle foto che posta: fisico asciutto e prestante, sportivo cultore della bici, fascino da uomo vissuto nei capelli e nella barba brizzolata, pose studiatamente “spontanee” in ambientazioni suggestive.

fruzzetti bici

Il predatore è a caccia, con immutata fame.

Sta cercando pure di ristabilire contatti con vecchie storie, incurante del loro disagio, che via via si fa paura…

“Il Signore impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato.”

Noi non colpiremo Caino, ma non possiamo permettere che Caino continui indisturbato a colpire chiunque abbia la sventura di incontrare.

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