Angela Di Pietro per IL TEMPO

Una vicenda che ricalca le torbide atmosfere del cinema hitchockiano: un’esecuzione premeditata che nelle intenzioni del mandante dovrebbe avere le risultanze di un delitto perfetto. La vittima è una donna benestante di 46 anni, Anna Martirano Fenaroli, moglie di un imprenditore costantemente con l’acqua alla gola. Lui si chiama Giovanni Fenaroli ed è proprietario della «Fenarolimpresa», attiva nel settore dell’edilizia. Il loro è un matrimonio di facciata, che va avanti senza scosse apparenti, mortificato dall’assenza di figli. L’11 settembre 1958, alle 8 del mattino, Maria Teresa Viti, cameriera in casa Fenaroli, bussa alla porta dell’appartamento di via Monaci, nei pressi di piazza Bologna, ma la signora non apre. Allarmata, la donna avvisa il fratello della Martirano ed il portiere: sarà però un vicino, poco più tardi, a spaccare il vetro di una finestra dell’abitazione e a scoprire in cucina, riversa sul pavimento di marmo, nel suo vestito fiorato, priva di vita, Anna Martirano. È stata strangolata. Dalla casa mancano 400.000 lire ed alcuni gioielli. Ma non si tratta di una rapina perché nell’armadio della camera del marito, che sta lavorando a Milano, ci sono altri soldi che non sono stati toccati. Perché allora è stata uccisa la padrona di casa? E da chi? La polizia apre una indagine che sembra non portare a risultati. Il marito ha un alibi di ferro: si trovava a Milano quando la moglie è stata uccisa. Passano un paio di mesi senza che si arrivi ad alcuna conclusione investigativa.

 UN PIANO DIABOLICO 

La polizia un’idea su quanto successo ce l’ha: crede ad un uxoricidio. Nel febbraio precedente all’omicidio, Fenaroli e la moglie hanno sottoscritto un’assicurazione sulle proprie vite: 150 milioni (all’epoca un capitale) in caso di morte, anche violenta. Ma riscontri sull’ipotesi di un’esecuzione progettata dal geometra che tutti chiamano «commendatore» arriva solo due mesi dopo quando il ragionier Egidio Sacchi, braccio destro di Fenaroli, confessa di aver assistito alla telefonata fatta dall’imprenditore alla moglie, alle 23 e 55 del 10 settembre, pochi minuti prima che avvenga l’omicidio. Il marito l’avverte: «Di qui a poco busserà un mio amico, Raoul, che deve consegnarti dei documenti». Gli investigatori si mettono alla caccia di «Raoul» e lo trovano. Ecco come riescono a farlo. Fenaroli, dieci anni prima, ha allacciato una relazione con Amalia Inzoia, una signora milanese e ne ha adottato la figlia Donatella. Nel 1957 Amalia muore e la ragazzina va ad abitare con il fratello della madre, Carlo. È a Donatella Fenaroli che la polizia chiede: «Conosci un certo Raoul?». «Certo – dice lei – è un amico di mio zio». Raoul Ghiani, 28 anni, elettrotecnico in servizio nella ditta Vembi di Milano, non è sposato e ama la vita mondana in senso empirico: gli piace ballare, passare le sere nei locali, fare viaggi. È un sempliciotto, con una infanzia danneggiata: lui, i suoi fratelli e la madre sono stati abbandonati dal padre che «non li sopportava più». La ricostruzione degli investigatori è la seguente: il 10 settembre Ghiani è uscito dal lavoro alle 18 e 30, qualcuno è venuto a prenderlo e l’ha portato di corsa in aeroporto, perché l’aereo per Roma partiva alle 19 e 30. Arrivato nella Capitale ha bussato (verso la mezzanotte) a casa Fenaroli, ha ucciso Anna Martirano ed è scappato di corsa alla stazione Termini, dove ha preso il treno delle 00.20 per il capoluogo lombardo. Infatti la mattina dopo, alle 10 e 30, è al lavoro. I difensori scuotono la testa: «Impossibile andare e tornare e riuscire a prendere aereo e treno in così poco tempo. A Milano il 10 settembre c’era un nubifragio, anche volando sarebbe stato impossibile raggiungere l’aeroporto in tempo. Ribatte l’Accusa: la polizia ha ricostruito, facendolo con alcune pattuglie, il tragitto. E c’è riuscita, in termini temporali. Fenaroli e Ghiani non cedono: sono innocenti e si sentono perseguitati dalla Giustizia. Tuttavia l’11 giugno 1961 vengono condannati in primo grado: ergastolo a Giovanni Fenaroli e a Raoul Ghiani, Inzoia assolto per isufficienza di prove. Il 27 luglio del 1963, in sede di Appello, viene confermato l’ergastolo per «il commendatore» e per l’esecutore materiale del delitto. Inzoia questa volta viene condannato: tredici anni di reclusione per complicità. Giovanni Fenaroli (che si sposerà con la parrucchiera Adalgisa) muore in carcere nel 1975. Ghiani riceve la grazia dal presidente Pertini nel 1984, Inzoia esce nel 1970 con la libertà condizionale. Davanti al Tribunale ventimila persone hanno atteso la sentenza. È il primo processo mediatico, che divide l’Italia fra innocentisti e colpevolisti.

 LA RICHIESTA DI RIAPERTURA DELLE INDAGINI 

Il 14 ottobre 1996, 38 anni dopo il delitto, Raoul Ghiani chiede la riapertura del caso con un esposto alla Procura di Roma. La richiesta si basa sulle confidenze fatte da un agente segreto Enrico De Grossi, e pubblicate nel libro «Non aprite agli assassini» di Antonio Padellaro. La tesi avanzata è quella di un complotto: Fenaroli avrebbe avuto legami con un potente sottosegretario e gli avrebbe sottratto documenti compromettenti per un personaggio con un’alta carica costituzionale. Quei documenti li avrebbe custoditi la moglie. Da qui l’uccisione e l’operazione per «incastrare» Fenaroli. Ghiani chiede che s’indaghi sulla strana morte di un passeggero dell’aereo sul quale gli inquirenti dissero che lui era arrivato a Roma. E semina dubbi sul ritrovamento dei gioielli della vittima, in un barattolo, nel suo ufficio, diciassette mesi dopo il delitto. Dopo che lo stesso ambiente era stato perquisito più volte. Ma la richiesta non viene accettata, il caso è chiuso, pur avendo lasciato perplessa parte degli italiani L’impatto emotivo sulla popolazione è stato forte: il caso Fenaroli sarà «rivisto» nel film «Il vedovo»con Alberto Sordi. Nel 1954 però Alfred Hitchock aveva anticipato (o ispirato) le gesta attribuite a Fenaroli con un’opera cinematografica, «Delitto perfetto», più calzante della pelliccola italiana.

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