E’ stata depositata, alla procura di Roma, una denuncia – querela con la quale si dovrebbe riaprire un procedimento di revisione in merito alla morte di Attilio Manca, per fatti nuovi. Un omicidio di mafia o un suicidio? Per i familiari,  non ci sono dubbi. Attilio Manca è stato ucciso, anche se le indagini condotte in questi anni, ne fanno della sua morte un suicidio per “overdose letale”. Attilio, era un chirurgo , un  urologo serio e professionale. Una vicenda divenuta nota in tutto il Paese, come il “Caso Manca”: da una parte la Procura di Viterbo, che ha da sempre sostenuto la tesi del suicidio, o di una overdose fatale; dall’altra la famiglia Manca che ha smentito categoricamente questa ipotesi. Attilio era un giovane di Barcellona Pozzo di Gotto, città che   negli anni novanta era soprannominata “Barcellona Pozzo di Sangue”, per i tanti morti di mafia che ci sono stati.    Da piccolo il suo sogno era quello di diventare un medico e cosi è stato. Prima gli studi nelle università più prestigiose, poi la specializzazione a Parigi. In seguito, a soli trentatré anni, un urologo e chirurgo stimato da tutti. Lavorava e viveva a Viterbo, una vita davanti a se, stroncata la mattina dell’11 febbraio del 2004, quando venne trovato privo di vita nella sua abitazione. Sul braccio sinistro ci sono due piccoli fori e l’autopsia riscontra una dose letale di droghe: l’ipotesi del suicidio è la prima a cui pensano gli inquirenti, ma fin da subito la famiglia non ci crede. Attilio si trovava bene a Viterbo, voleva comprare casa, ma soprattutto era un mancino puro, usava la sinistra anche in sala operatoria. Come avrebbe fatto a farsi un’iniezione con la mano destra? Troppi particolari e dettagli che non tornano per i familiari, che chiedono subito alla procura di indagare più a fondo. Anche i colleghi e lo stesso  primario, confermano che Attilio operava solo con la mano sinistra. Il caso di Attilio Manca si intreccia con il boss della mafia, Bernardo Provenzano. Quest’ultimo era malato di tumore alla prostata, e il giovane medico, era uno dei pochi specialisti, se non l’unico in Italia, esperto nell’operazione in laparoscopia. Secondo i familiari, potrebbero essersi incontrati a  Marsiglia, dove il mafioso si sottopose all’operazione. Provenzano viene operato di tumore alla prostata il 23 ottobre del 2003, al “Ciutad” di Marsiglia. Secondo la madre del medico, il dottore era in Costa Azzurra “perché doveva assistere a un intervento“, come le disse al telefono, nei giorni in cui si trovava anche il boss Provenzano, all’epoca latitante con il falso nome di Gaspare Troia. Attilio potrebbe aver operato il boss mafioso,  diventando così un testimone scomodo da eliminare? Quella telefonata venne in mente alla madre, sin da subito,  ma ne  ebbe la conferma, quando uno degli uomini di Provenzano, Ciccio Pastoia, durante un’intercettazione ambientale in carcere, racconta che ad “operare il suo capo, era stato un urologo siciliano”. Mamma Angela, a quel punto, non ha dubbi. Per confermare le sue parole, ha chiesto più volte, alla procura di Viterbo, di poter visionare i tabulati telefonici del figlio, ma secondo quanto riferisce, non hanno mai voluto legare la morte di Attilio con quella del boss Bernardo Provenzano, all’epoca dei fatti latitante. L’ipotesi, quindi,  è sconfessata dalla procura di Viterbo: secondo i pm, Attilio Manca era drogato e quel giorno avrebbe sbagliato la dose. Addirittura, quando fu trovato morto, gli inquirenti non trovarono il cosiddetto chip per la preparazione delle dosi, ma solo due siringe vuote, coperte dai cappucci. La casa era pulita. Come ha fatto Attilio, dopo essersi “Drogato”, a trovare la forza per chiudere i tappi? Ma il giudice scrive che Attilio, essendo molto ordinato, potrebbe aver pulito e buttato tutto. Dopo sette anni, la procura ha prodotto l’esame tricologico per dimostrare la sua tesi, ma i familiari ne hanno sempre contestano la validità. Infine il caso viene chiuso perché Attilio, seppur mancino, doveva essere per forza ambidestro, come scrivono i giudici nelle motivazioni. La famiglia non ci sta e continua la sua battaglia. Negli anni, il “Caso Manca”, è stato riaperto e chiuso più volte. Succede qualcosa di inaspettato, tre pentiti cominciano a parlare. Giuseppe Setola (compagno di carcere di Giuseppe Gullotti, boss di Barcellona Pozzo di Gotto, ritenuto il mandante del delitto del giornalista Beppe Alfano), Stefano Lo Verso (ex braccio destro di Bernardo Provenzano), e Carmelo D’Amico (ex boss di Barcellona). I tre confermano esattamente ciò che i familiari di Attilio Manca sostengono dall’inizio, cioè che l’urologo è stato ucciso nel contesto dell’operazione di tumore alla prostata alla quale, nell’autunno si sottopose il boss corleonese, Provenzano, garante della trattativa Stato-mafia, la cui latitanza è stata protetta dalle istituzioni per oltre quarant’anni. Tre anni fa, la trasmissione “Chi l’ha Visto”   ha scoperto un documento inquietante.  Il rapporto che fece Salvatore Gava, all’epoca dei fatti a capo della Polizia di Viterbo, nega la presenza del dottore a Marsiglia, scrivendo che in quei giorni, Attilio Manca era sempre al lavoro a Viterbo. Da un controllo sui fogli di presenza  dell’ospedale “Belcolle” di Viterbo, Manca, risulta assente proprio nei giorni in cui Provenzano fu operato a Marsiglia. Il dubbio rimane: e se Gava avesse redatto un rapporto falso? Perché? Per quale motivo?  La famiglia di Attilio Manca, ha autorizzato la  diffusione delle fotografie di Attilio, nel giorno in cui fu trovato morto. Foto che danno testimonianza di come sia difficile pensare che  possa essere morto suicida. Per la famiglia e per i suoi due avvocati, Fabio Repici e Antonio Ingroia, non ci sono dubbi : è stato un omicidio. Chi ha permesso la latitanza di Provenzano?  La rete che lo proteggeva si è attivata per eliminare un testimone scomodo come Attilio?  Forse la rete “istituzionale”, che ha protetto quella latitanza del boss, ha provato a far calare il silenzio sulla vicenda?  Domande, queste per le quali la famiglia non si dà pace. Una famiglia, quella di Attilio, che è stata esclusa come parte civile nel processo (quello per droga attualmente in corso a Viterbo, che vede una unica imputata, Monica Mileti, accusata di aver ceduto ad Attilio la dose “fatale” di eroina che lo avrebbe portato alla morte) con la motivazione che il decesso del medico non ha cagionato danni alla famiglia. Un processo che anziché farlo all’imputata, lo stanno facendo alla vittima. Dal 2015, l’inchiesta é quindi stata trasferita alla Procura distrettuale di Roma, dato che ci sono i pentiti e quindi c’è la pista mafiosa. A Viterbo, invece, continua a celebrarsi il processo per droga. “Sono amareggiata – dichiara Angela Manca – non potete immaginare il disprezzo e la delusione che provo nel vedere tutta la stampa nazionale mobilitata per l’omicidio di Giulio Regeni, per la cui morte provo un immenso dolore, mentre solo pochi giornalisti e giornali coraggiosi parlano di Attilio. Mio figlio era un ragazzo stupendo, intelligente, on meritava di morire, non meritiamo di essere trattati in questo modo. Chi sappia parli”.

L’appello del fratello

Il fratello di Attilio Manca ha scritto una lettera protocollata all’ufficio di gabinetto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Non ha mai ricevuto una risposta. L’appello, è stato anche pubblicato nel libro di Luciano Armeli Iapichino, spedito allo stesso presidente. “Caro Presidente – chiede Gianluca Manca – i miei genitori, oramai anziani, avrebbero un desiderio prima di morire: accertare giuridicamente la verità, sulla morte di mio fratello Attilio. Sono tanti i pentiti che si sono interessati alla vicenda. Lei, caro presidente, rappresenta lo stato, il dolore, la giustizia. Non si trinceri dietro i muri del palazzo istituzionale per non udire il loro urlo di sofferenza.La verità è importante conoscerla non soltanto per restituire dignità a mo fratello e ai miei genitori ma per restituire una netta presa di coscienza e la giusta dignità all’intera cittadina barcellonese. Se ai loro occhi, se ai nostri occhi non è più data la possibilità di gioire dell’affetto del nostro congiunto, che ci resti, se non altro, la speranza di poter guardare quelli onesti di un Presidente coraggioso che ci porga la mano”.

 

Di Francesca Capizzi ( fonte Francesca Capizzi settimanale  Cronaca in diretta)

 

 

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