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CRISTINA_Una_Soria_di_Ordinaria_Violenza

 

(G.F.) A quale titolo una persona come me, senza qualifiche professionali (semplice ex maestra!) può trovare posto in un sito che si occupa di persone scomparse?

L’unico titolo, credo, sia quello di potermi considerare, se non proprio una “scomparsa” insignita dell’onore di appartenere al registro ufficiale della categoria, sicuramente una delle tante fuggevoli “comparse” sul grande palcoscenico della vita. Se migliaia risultano essere gli scomparsi, la schiera delle comparse, relegate all’anonimato e all’invisibilità, è innumerevole: il loro dramma personale più o meno colpevolmente ignorato, le loro richieste di aiuto e attenzione disattese e beffate.

Anche questo è “scomparire”. Nel nulla dell’indifferenza omertosa di chi non vuole vedere. Certi “spettacoli” disturbano. Chiamano in causa.

Questo allora vorrei: disturbare. Dando volto e voce a una “comparsa” scomoda: Cristina. Nello sfondo la scenografia suggestiva di Polignano a Mare e della splendida provincia barese.

Per raccontarsi Cristina deve portarci indietro nel tempo, una quarantina d’anni fa, quando poco più che adolescente, vivace e solare, bella e corteggiata, progettava il suo futuro con l’ottimismo gioioso dell’età. L’impegno nello studio, in cui conseguiva ottimi risultati, il desiderio di una famiglia ispirata agli stessi valori di rispetto, amore, comprensione, che aveva attinto dalla sua famiglia di origine, l’accompagnavano in quegli anni così felici.

L’estate del 1982 irrompe nella sua vita con la prepotenza di un ciclone. Ha 17 anni, è attratta, incuriosita dal ragazzo del Nord appena entrato nella compagnia. Che ha il fascino seducente del diverso, sicuro di sé, abile affabulatore. Ne rimane ammaliata e non si accorge che lui da subito la circuisce in nome di un amore dichiarato solo a parole. La convince ad abbandonare gli studi, benché sia all’ultimo anno della scuola superiore, a lasciare le sue amicizie, le sue abitudini di giovane ragazza. Le fa il vuoto intorno. La madre di lui dimostra ostilità aperta per la loro relazione, che si traduce in offese e diffamazione umiliante nei confronti di Cristina. Ma lei, innamorata e rassicurata dalle abili menzogne del ragazzo, non demorde, pur essendo costretta a vivere una sorta di fidanzamento in clandestinità. Non la scoraggiano i tradimenti, neppure mascherati, di quest’uomo che comincia a rivelare la sua natura inaffidabile e crudele. Quando lui ricompare dopo il diversivo, lei lo perdona. Ancora e ancora.

Cristina però non è felice: scopre che lui è bugiardo, mente anche ai suoi, ci sono lati oscuri della sua vita su cui si interroga, senza trovare risposte. Egoista, non conosce né rispetto, né amore: anche i rapporti intimi si riducono al proprio rapido appagamento; non ha un lavoro e non ne cerca. Cristina è disorientata. Lo lascia.

Lui torna a Milano, sua città d’origine. Ma anche a distanza riesce di nuovo a circuirla con promesse di ravvedimento, con buoni propositi e progetti di vita insieme. Lei cede; di nascosto dai genitori fugge e lo raggiunge. Nella grande città del nord le sue illusioni crollano miseramente nel giro di pochi giorni. Un errore che pagherà per il resto della vita. La madre di lui, saputa la cosa, tempesta di insulti e infamie la famiglia di Cristina, col contributo dell’intero paese. Il matrimonio “riparatore” è d’obbligo. È il 1985. Una cerimonia che l’assenza dei suoi genitori, per gravi problemi di salute del padre, rende ancora più triste.

Il matrimonio non migliora la situazione. Cristina rimane presto incinta. Lei è felice, ma la sua gioia non è condivisa dal marito, che durante la gravidanza della moglie continua a intrattenere relazioni extraconiugali, esibite con sfacciata tracotanza. Cristina partorisce il suo primo figlio in assoluta solitudine: lui è con l’amante. E continua la sua latitanza per tutto il primo anno di vita del piccolo, con comparse brevi e umilianti per Cristina, preoccupata anche per le condizioni economiche precarie: lui non lavora.

La donna prende la decisione di tornare dai suoi. Ma l’uomo inizia a tormentarla, cominciando anche a maltrattarla fisicamente, con la pretesa che lei ritorni sui suoi passi. Cristina ancora una volta cede a pressioni e promesse. Finché lo scenario, già triste e desolante, svela una realtà ancora più tragica: Cristina scopre che il marito è tossicodipendente e per procurarsi dosi di eroina ha venduto perfino le suppellettili di casa. Viene arrestato e condotto in carcere.

Cristina riprende in mano la sua vita, trova un lavoro umile, ma dignitoso, si rivolge ad un avvocato per avviare la pratica di separazione.

Dopo il carcere l’uomo viene costretto ad entrare in una comunità per il recupero dalla tossicodipendenza. Gli operatori del Centro fanno ripetute pressioni su Cristina perché sospenda la pratica di separazione e ritorni a vivere con il marito, preoccupati unicamente del benessere di quest’ultimo. Circuita dalle loro rassicurazioni, lei non si sente di negare aiuto al padre di suo figlio. Altro errore che pagherà duramente.

Grazie a Cristina l’uomo trova un lavoro e un tetto, benché il paese lo guardi con ostilità per i suoi trascorsi con la droga. Per bloccarla nelle sue intenzioni di procedere con la separazione, lui insiste per avere un secondo figlio. Cristina è diffidente, consapevole che la bonaccia di quel primo periodo è pura finzione, ma alla fine cede. Una gravidanza disastrosa, che mette la donna in grave pericolo di vita. Nasce una bambina.

Automaticamente decade la richiesta di separazione. Dopo l’incubo di quella gravidanza, Cristina vorrebbe che il marito, negli squallidi rapporti che le impone, usasse il preservativo, non potendo lei, durante l’allattamento, far uso di altre tecniche anticoncezionali. Lui rifiuta.

La vita di Cristina precipita sempre più rapidamente nel baratro:  rimane incinta e lui la costringe ad abortire. Solo al termine dell’allattamento, è nelle condizioni di adottare misure adeguate. Ma quando, per motivi di salute, è costretta ad interromperle, l’uomo, ignorando le sue suppliche, provoca un’ulteriore gravidanza e il conseguente aborto. È un periodo di grande sofferenza per la donna, cui vengono a mancare anche il sostegno e l’affetto dei genitori: muoiono il padre e a distanza di poco tempo la madre, in seguito ad una malattia invalidante.

Cristina e il marito comprano una nuova casa, accendendo un mutuo. Ma la situazione peggiora di giorno in giorno: arroganza e violenza sia verbale che fisica aumentano pesantemente. Lui la isola dal mondo esterno, sottraendole le chiavi della macchina, il cellulare. In risposta alle rivendicazioni e alle richieste, lei ottiene botte e umiliazioni davanti ai figli. La violenza, di cui i figli sono testimoni, comincia a produrre effetti devastanti: lui riesce a manipolare le loro giovani menti e a fare di loro le armi più acuminate per ferirla. Alleati col padre contro di lei.

Cristina cade in uno stato depressivo che la porta a perdere peso in modo rapido e preoccupante. Gli accertamenti medici la mettono davanti ad un’altra prova durissima: tumore maligno al seno. Un nuovo calvario che la donna affronta ancora una volta in assoluta solitudine nell’indifferenza del marito e dei figli.

In questo periodo dolorosissimo avviene l’incontro con una dottoressa che prende a cuore la situazione drammatica di Cristina, non solo dal punto di vista fisico, ma soprattutto psicologico e familiare. La consiglia e la indirizza presso un avvocato per avviare le pratiche di separazione, pur consapevole che quell’uomo gliel’avrebbe fatta pagare con ogni mezzo. Fin da subito infatti, anche attraverso i figli, lui cerca di farla passare per pazza.

Ma Cristina è decisa. Seguendo i consigli della dottoressa, si rivolge a un Centro di ascolto. Parte il percorso di aiuto e di sostegno psicologico, cui seguono gli atti: la decisione di separarsi. Che non pone fine, come previsto, al calvario, ma aprirà di volta in volta altri calvari sempre più penosi e tragici. A cominciare dalla reazione furibonda del marito che scatena contro di lei anche la furia dei figli: la accusano di essere una sfasciafamiglie, una madre snaturata, una “bastarda” che osa abbandonare il marito. La ragazza, soprattutto, vive un inferno, nel quale, da un lato, è portata ad assecondare il padre, dall’altro è costretta a intervenire in difesa della madre nei momenti di maggior pericolo per lei, come quando l’uomo sta per strangolarla.

È il 2011. Lui le prova tutte, insieme all’armata che ha arruolato contro di lei: arriva perfino a sporgere denunce nei suoi confronti per maltrattamenti e violenze. Inizia a bombardarla di telefonate di giorno e di notte, con insulti e minacce. Cristina è distrutta, devastata anche dal dolore di aver perso l’affetto dei figli.

Per un caso fortuito trova il contatto con un altro Centro Antiviolenza, la cui presidente si rivela una donna straordinaria, preparata e attenta a cogliere tutti gli aspetti più nascosti della violenza che sta subendo.

Con questa formidabile alleata, Cristina arriva all’udienza per la separazione: è il 2012. Il giudice le assegna la casa familiare da condividere con la figlia e un assegno di mantenimento, che tuttavia l’uomo non erogherà mai, sospendendo anche di pagare il mutuo e portandosi via i figli.

Cristina si rassegna: è contenta di avere ritrovato la sua dignità, malgrado il costo altissimo. Fine dell’odissea?

Ahimè! Il lieto fine c’è solo nelle fiabe. Il lieto fine lo si prospetta quando si invitano le donne a denunciare, a non subire passivamente le violenze e le umiliazioni da parte del partner. Che se no, eh! te le meriti! Se stai zitta, vuol dire che ti piace così. Denuncia, separati, riprendi in mano la tua vita!

Cristina l’ha fatto. Brava! Visto?! Che ci voleva? E allora perché a quattro anni di distanza dalla sua “liberazione” si ritrova a dire :“In alcuni momenti penso che era meglio rimanere e farsi massacrare. Almeno finivo di soffrire, invece così è diventata una lunga agonia, con risvolti da film horror. Non avrò mai pace!”Ma come?! Allora non basta separarsi, allontanarsi per sottrarsi alla violenza?

Dopo trent’anni di inferno col marito, Cristina riesce a raggiungere il sofferto traguardo della separazione. Che non pone fine alle angherie del suo ormai ex. Anzi, si fa sempre più pressante lo stalking che quest’uomo esercita su di lei, con insulti pubblici, diffamazione, minacce di morte, aggressioni fisiche.

Cristina denuncia ripetutamente le persecuzioni e la violenza che continua a subire, documentata da prove e testimonianze. E qui l’abisso si apre per farla sprofondare in una nuova e più orrenda esperienza. Le denunce scompaiono, benché affidate a un magistrato, testimoni diretti di minacce di morte, malgrado il loro ruolo istituzionale (carabinieri e assistenti sociali), si defilano omertosamente. Referti medici e fotografie comprovanti la violenza subita (l’ex marito la colpisce addirittura colpendola al seno, ancora segnato dall’intervento subito, con una pesante tavola di legno) vengono ignorati e archiviati frettolosamente. Addirittura il Pm apre nei confronti di Cristina un procedimento giudiziario per false accuse contro l’ex marito!

Cristina non molla. Finalmente dopo due anni vissuti nella paura, nell’umiliazione, nell’ansia quotidiana, la sua tenacia sembra ottenere un primo risultato: l’ex marito viene rinviato a giudizio per stalking e violenza.

Ma ancora non è finita. Certamente non la persecuzione e le minacce nei suoi confronti, cui si trova esposta, senza che nessuno muova un dito per tutelarla, né il contesto sociale, più incline a condannarla, né le figure istituzionali cui si rivolge. Dolorosamente lunga e segnata da vicende alterne è l’attesa dell’udienza e della sentenza definitiva, ancora non conclusa. Cristina affronta l’angoscia devastante di tempi interminabili per ottenere almeno un divieto di avvicinamento, di ripetuti rinvii, talvolta conseguenti ad espedienti dell’uomo, ma anche a disguidi nella sua stessa difesa, per cui, rinunciando al gratuito patrocinio, si dovrà far carico delle spese legali.

Vi sono brevi periodi in cui, l’assenza dell’ex marito, che col denaro ricavato dalla vendita della casa comune trascorre un periodo nel Nord Italia, concede a Cristina un po’ della tranquillità che desidera. Ha lasciato Polignano, benché a malincuore, e si è trasferita in un paese vicino. Ha un lavoro modesto che le permette l’indipendenza economica. La figlia, in assenza del padre, vive con lei. Il figlio ha una compagna e presto le darà la gioia del primo nipotino. Serenità e gioie sempre in bilico, condizionate alla paura di nuovi incontri con l’ex marito proprio in occasione di cerimonie (matrimonio del figlio, battesimo del nipotino), e alle richieste, mai abbandonate, dei figli di riconciliarsi col loro padre. Cristina si strugge anche per loro: per quei ragazzi che ama come la sua vita e che non vorrebbe veder soffrire.

Ma la battaglia sarà ancora dura. Appena dilapidato il gruzzoletto, ottenuto dalla vendita dell’immobile, l’uomo ritorna in paese presso sua madre intenzionato a restarvi. Ancora una volta troverà i figli schierati dalla sua a facilitargli l’avvicinamento, addirittura l’accesso in casa dell’ex moglie.

Cristina non è disposta a cedere al ricatto affettivo dei figli, malgrado le si spezzi il cuore. La ragazza soprattutto ha comportamenti altalenanti: ora va a stare col padre, ora torna dalla madre. Cristina non la ostacola nelle sue scelte, ma è ferma nella sua decisione di non tornare sui suoi passi.

Ricomincia il calvario di denunce per stalking, ne arriva a contare 14. Sempre ignorate. Nessun provvedimento viene preso contro quell’uomo, nessuno si muove a tutela della sicurezza della donna.  Ma lo stato di ansia e precarietà è tale che Cristina comincia a somatizzare lo stress in evidenti malesseri fisici. La paura conseguente le ripetute minacce la sta distruggendo.

“Se arriverà ad uccidermi, sarà colpa delle istituzioni, perché io non so più cosa fare” dice Cristina presa dallo sconforto.

Trema di paura ogni volta che per lavoro deve uscire di casa: le minacce di morte le arrivano anche attraverso i figli che, più o meno volontariamente, amplificano l’azione persecutoria dell’uomo. È sola. Neppure il suo legale in quel periodo capisce il pericolo e lo stato di terrore in cui vive; le rassicurazioni, tese a minimizzare la situazione, hanno un effetto ancora più devastante.

Poi di nuovo il crollo fisico: la forte tensione e le terapie ormonali, somministrate dopo l’intervento al seno, hanno prodotto problemi gravi per cui si prospetta una possibile isterectomia. Inizia una serie di cure farmacologiche preparatorie ed esami di accertamento invasivi e dolorosi. Ma non è il male fisico che spaventa Cristina. Ormai ha acquisito un alto livello di tolleranza al dolore.  Ciò che riesce sempre più intollerabile è l’acuirsi delle minacce di morte e delle infamie con le quali l’ex marito continua ad aggredirla pubblicamente, nell’indifferenza generale. Soprattutto da parte delle istituzioni e di chi ha promesso sostegno.

Il risultato dell’esame istologico non è confortante: Cristina dovrà affrontare il nuovo pesante intervento per l’asportazione di utero e ovaie, con gli annessi disguidi e rinvii. Lei raccoglie tutto il suo coraggio e le sue energie, sostenuta dal desiderio di ristabilirsi in fretta per essere presente finalmente alla prima udienza del processo contro il suo ex, per stalking e violenza domestica. Il suo nuovo avvocato ha fatto un ottimo lavoro, malgrado gli inghippi precedenti: questo la conforta in un momento di estrema prostrazione fisica e psichica. A parte la figlia, nessuno dei parenti le sarà accanto nel periodo di permanenza in ospedale. L’uomo è riuscito a farle terra bruciata intorno. I problemi di salute si prolungano per gravi complicazioni insorte dopo l’intervento che mettono a repentaglio la sua vita. La debilitazione psicofisica raggiunge picchi insostenibili. È stremata. Costantemente terrorizzata dalle persecuzioni di quell’uomo che ha plagiato perfino i figli.

Ha sempre lavorato Cristina, senza risparmiarsi in fatica e impegno. Ma ora le sue condizioni fisiche fanno vacillare anche quell’ indispensabile fonte di reddito.

L’aggrediscono brutti pensieri e la voglia di lasciarsi andare. Soprattutto le riesce dolorosissimo il tradimento dei figli, del maggiore in modo particolare che le impedisce anche di avere rapporti abituali col nipotino. Per non lasciarsi vincere dalla depressione, si affida ad un percorso di psicoterapia, che l’aiuta a superare il distacco più traumatico: quello dai figli, di cui giustifica, in parte, l’atteggiamento nei suoi confronti, in quanto vittime della violenza assistita, senza tuttavia lasciarsi condizionare nelle sue scelte. Sulle quali è strenuamente decisa a non tornare.

Finalmente il Gup conferma il rinvio a giudizio dell’ex marito per stalking, maltrattamenti in famiglia, minacce, mancata assistenza, fissando l’udienza di inizio. Ci sono indagini che lo inchiodano.

Cristina riesce a trovare un lavoro congeniale ai suoi problemi di salute, che gradualmente sta superando, così come lo stato depressivo, malgrado il fronte con l’ex marito rimanga aperto, salvo brevi periodi di tregua. Si sente più forte, capace di reggere anche le aggressioni più frustranti che le arrivano dai figli. Punta tutte le sue speranze sulla giustizia che spera di ottenere per por fine al suo calvario. Ha riportato qualche piccola vittoria e i brevi periodi di serenità la fanno rifiorire.

È l’inizio del 2016. Dopo tanto penare, si apre il procedimento giudiziario contro il suo ex marito. Il giudice lo condanna a tre mesi e mezzo di reclusione in merito al mancato pagamento degli alimenti. Pena sospesa, ovviamente, e multa da pagare. Ma è solo l’inizio. Ciò che a Cristina preme è il processo per stalking che seguirà a breve.

Breve però è la gioia per il risultato conseguito che rinforza le speranze di un’uscita definitiva dal tunnel. Le aggressioni, sapientemente sospese in vista dell’udienza, riprendono con più virulenza, sempre mediate dai figli che se ne fanno complici. Appostamenti, offese infamanti e minacce di morte, urlate senza remore in pubblico infrangono il divieto di avvicinamento, incuranti del procedimento penale in corso. Cristina ripiomba per l’ennesima volta nel baratro di terrore e sofferenza da cui era appena risalita.

Di nuovo si fa forza, denuncia ripetutamente i reati di cui è vittima… quante volte? Almeno una ventina. Ha perso il conto, o forse più realisticamente ha perso tempo, subendo l’umiliazione aggiunta dell’indifferenza con cui i carabinieri ormai l’accolgono “ridendo sotto i baffi” .

E il divieto di avvicinamento? A che serve se non si è “tenuti” a rispettarlo, perché tanto nessuno ritiene suo “dovere” farlo rispettare?

Tutela per la vittima? Parole da spendere nei convegni, nelle passerelle istituzionali, dove tutti sono bravi e buoni. E mentre lo dicono magari ci credono anche.

Cristina ancora una volta stringe i denti. Ha rinunciato definitivamente ai figli e al loro amore, non cede ai loro ricatti. Non la spaventa la solitudine, non ha bisogno di nulla materialmente: chiede soltanto di essere lasciata in pace.

Possibilmente non la pace eterna… Conclusione peraltro assai frequente, che permetterà ai tuttologi opinionisti di reiterare davanti alle telecamere e ai riflettori accesi i loro accorati consigli e le istruzioni vincenti per por fine alla violenza: denunciate, donne, denunciate!

 

 

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