Sotto l’onda dei femminicidi che negli ultimi giorni hanno fatto strage di donne ( 58 dall’inizio dell’anno, ma il contatore è in continuo movimento), si è tornati a invocare da più parti misure punitive più severe per chi commette questo orrendo reato, chiedendo certezza della pena. Ovviamente il coro non è unanime e c’è chi alla voce delle vittime e di chi le sostiene, contrappone ragioni di “civiltà”, che suonano tanto come ragioni di opportunità. Col probabile risultato che alla fine non se ne faccia niente e la “civiltà” ristagni nell’oscurantismo attuale.

Che il problema esista e non sia frutto, né conseguenza della malevola propensione femminile alla menzogna, come certo negazionismo interessato vorrebbe sostenere, lo dimostra il bollettino di questa che è una vera e propria guerra. Che non dipende, come si vorrebbe, da problemi conflittuali subentranti alla separazione, data l’alta percentuale di donne uccise da ex fidanzati “offesi” dal rifiuto femminile: un dramma che da più parti tra le menti aperte ed equilibrate, uomini inclusi, si comincia a denunciare come problema maschile di natura prettamente culturale. Ci sono millenni di storia e privilegi da scardinare per riconoscere all’altra, pur se donna, gli stessi diritti che come esseri umani ci appartengono, senza discriminazioni indotte dal potere.

L’avvocata Giulia Bongiorno, in un suo intervento al tg 4 del 9 giugno, ha ripreso un’istanza, di cui si era fatta a suo tempo promotrice, affinché il femminicidio venga considerato un’aggravante dell’omicidio, in quanto al reato, già di per sé gravissimo, si aggiunge il movente discriminatorio. Femminicidio è uccisione della donna in quanto donna, in quanto appartenente ad un genere che si vuole inferiore e perciò soggetto al predominio maschile. Un qualcosa che ricalca l’odio razziale, perseguito dalla legge. E fin qui la proposta non fa una piega. Ormai s’è capito che ciò che muove la mano del maschio assassino è il gesto estremo per ribadire la sua sovranità su un “oggetto”che solo da lui deve dipendere. Gli opinionisti e gli esperti più seri del settore l’hanno ben capito, in gran parte anche gente comune comincia a distaccarsi da certi stereotipi mistificanti.

Ma la legge l’ha capito? Quella che sembra esserci a tutela dei diritti di ogni cittadino, senza distinzione di sesso, razza, religione? E che viene innalzata a scudo delle responsabilità di uno Stato che sembra più attento ad autodifendersi con qualche blando intervento normativo, che a difendere effettivamente le donne dalla violenza maschile?

La stessa avvocata Bongiorno ha sciorinato i processi “premiali” offerti dalla nostra legge all’imputato, innocente fino al terzo grado di giudizio, pur in presenza di spontanea confessione (che, va detto, è un punto a suo favore). E la presunzione di innocenza comporta come rovescio della medaglia la presunzione di malevolenza o di colpevolezza da parte della vittima che lo accusa o, se già finita al cimitero, dei familiari suoi, così animosi e ostili. Per cui la stessa legge, che pare lì a tutela di chi il reato lo subisce, è azzerata o quanto meno ostacolata dall’altra che garantisce tutela all’imputato. Innanzitutto, la nostra legge si vede bene da che parte sta: al reo è concessa la facoltà di mentire, alla vittima e ad altri testimoni no. Il reo accede, senza trovare ostacolo nella controparte, che è impotente, al processo “premiale” (già il termine ripugna) del rito abbreviato, che lo “premia” con lo sconto di un terzo della pena, prima ancora che questa sia stata stabilita. Un vantaggio in partenza che stride con la gravità del reato contestato e che il reo chiede per pura formalità, dal momento che la parte civile non può, neanche volendo, rifiutare. Equità della legge?

Ma non basta. Automaticamente la parte civile è posta a margine del processo, di cui diventa unico protagonista l’imputato. Parte civile cui non compete ricorso ai successivi gradi di giudizio, cui il reo accede per rincorrere ulteriori attenuanti e “premi”. La parte civile è, invece, condizionata all’iniziativa della Pubblica Accusa nella sua richiesta di giustizia. Ancora: il rito abbreviato, cosiddetto “incondizionato”, dovrebbe limitare il giudizio agli atti raccolti prima del processo. Condizione che dovrebbe “abbreviare” i tempi a vantaggio dello Stato, ma non sempre rispettata, lasciando ancora la parola all’imputato, talvolta a testimoni a suo favore (attingo ad esperienza personale!), senza che la controparte possa vantare identici diritti. Processo “premiale” sì, ma completamente sbilanciato a vantaggio di chi non meriterebbe premi. Il rito abbreviato, non garantendo “giusto processo”, proprio perché penalizza la vittima, va contro un principio esposto dalla Convenzione Europea.

L’art. 2 della decisione quadro 2001/200/GAI (Giustizia Affari Interni del titolo VI del trattato sulla Unione Europea, denominato Terzo pilastro) stabilisce il diritto delle vittime ad assumere nel corso del processo “un ruolo effettivo ed appropriato” e non solo come oggetto “passivo” di reato. Nel predisporre con la direttiva 2012/29/UE misure minime in fatto di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reati, viene ribadita che non basta la repressione, la punizione, la pena certa: occorre la partecipazione della vittima. E, come abbiamo visto, nel rito abbreviato non c’è proprio.

Poi, quand’anche venga fissata la pena detentiva, decurtata come s’è detto di un terzo e ammorbidita da tutte le attenuanti che la generosità della giustizia concede (vedi vizio di mente, esclusione della premeditazione-sempre delitto d’impeto- e perfino della crudeltà anche in crimini efferati!), il reo, che innocente non è più, può ancora contare su ulteriori “premi”. Intanto andrebbe detto, alla faccia della certezza della pena, che mentre per i comuni mortali, quelli che nella vita non hanno mai avuto estro e propensione per il crimine, gli anni sono di dodici mesi con tutto ciò che ne consegue, per chi delinque no. Li chiamano anni per far sembrare più consistente la condanna, ma in realtà si tratta di nove mesi (45 giorni di sconto ogni sei mesi!) e, giunto a metà della detenzione (che così è meno della metà!), il reo può godere del beneficio della semilibertà, uscendo per svolgere il suo lavoro, tenuto al rientro solo a fine giornata. Insomma una certezza c’è: che la sentenza così come viene scritta e sbandierata non corrisponde affatto a verità.

Dell’altro aspetto della sentenza relativa a spese e a risarcimenti s’è già detto: un’altra beffa che grava sulle spalle delle vittime e le penalizza ancora.

Perché, viene da chiedersi, tanta tutela per chi infrange la legge, con insolente arroganza e spesso recidività e, al contrario lo Stato non si attiva con altrettanto zelo per tutelare le vittime, che la legge l’hanno rispettata? Non è che a forza di premiare i “cattivi”, banalizzando il male, lo si incentivi, sfuocando ulteriormente quella sottile linea da non oltrepassare, così fragile e scolorita da essere ormai invisibile? Se è vero che il giudizio e la sentenza arrivano quando il male c’è già stato, è anche vero che la sanzione, prima ancora che punire, educa, orienta i cittadini verso un’idea di Bene condivisa, assunta a criterio, a valore universale.

Ecco perché, a mio avviso, prima ancora di parlare di “certezza della pena”, sacrosanta, l’attenzione va posta a monte: alla certezza della condanna. Se nel nostro Paese le pene sono spesso inadeguate, ancora più deprecabili sono le prassi che si attivano nel corso del processo e le motivazioni che corredano le già miti sentenze. Fin che la difesa del reo diventa offesa per la vittima (e succede ogni volta che una donna ha subito violenza, stupro, femicidio), fin tanto che essere donna è di per sé una colpa più grave del reato contestato, continueremo a raccontarci tante belle cose, che però cozzano coi fatti e i risultati. Lo sa bene chi in quelle aule, dove campeggia in grande l’ipocrisia di una “Legge uguale per tutti”, da vittima c’è entrata viva o morta che sia e s’è trovata indagata, inquisita, giudicata, addirittura giustiziata nelle implicite scusanti concesse al suo aguzzino in nome di pre-giudizi che con la Giustizia non hanno parentela. La pena per chi maltratta, stupra, uccide donne la si vuole mite, perché ancora si considera un diritto per il maschio usare quel potere che sa estorto con la prepotenza e con la stessa prepotenza va conservato. Si ragionerà di certezza della pena, quando dalla condanna uscirà con certezza la colpa di un uomo che con dolo, volontà crudele e odio, non per amore, per passione, per altre favolette in cui ci crogioliamo, sottopone al suo dominio una donna, viola la sua persona, la uccide, non permettendole di esercitare quei diritti che la legge astrattamente le riconosce. Sarà certa la pena, quando sarà certa la volontà di condannare il reato, prima ancora del reo.

E qui ancora non ci siamo.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.