di GIOVANNA FERRARI

Di femminicidio ormai si parla con cadenza quotidiana, si scandagliano i particolari più macabri, si entra nell’intimità di donne barbaramente uccise e non meno barbaramente violate nel loro privato, offerto in pasto alla morbosità degli utenti del piccolo schermo.

La violenza maschile sulle donne viene interpretata, offerta in chiave melodrammatica alla luce di stereotipi che i media si ostinano a perpetuare, ribaltando spesso il ruolo vittima-carnefice. Commenti, analisi di autorevoli tuttologi, consigli, a chiacchiere sempre vincenti, tendono a rassicurarci con paterna/ materna benevolenza che per ovviare al tutto in fondo è facile: basta munirsi di una bella sfera di cristallo, per prevenire brutte sorprese.

E col “ve la siete cercata” più o meno esplicito, il più delle volte i familiari delle vittime, chiamati, quando va bene, a fare audience col loro allucinato dolore, sono abbandonati alla battaglia logorante contro la violenza “ufficiale” di uno Stato che per le vittime- si sa- ha scarsa simpatia.

Men che meno per i loro familiari sempre lì a pretendere giustizia.

Giustizia, non certo gratuita, come ingenuamente qualcuno potrebbe pensare: che male ha fatto la “parte offesa? Quale reato ha commesso, per cui dotarsi di avvocati, consulenti e periti? Sostenendo spese, spesso al di sopra delle reali possibilità economiche, in teoria a carico dell’imputato, se la condanna passerà in giudicato. In teoria!

Se già la pena detentiva è sempre ampiamente inferiore a quella indicata in sentenza, il risarcimento in denaro è il più delle volte una beffa che costerà inutili cause civili e ulteriore “offesa” alla parte offesa.

Tra le beffe più vistose il posto d’onore spetta all’art. 463 del codice civile che prevede “l’indegnità a succedere”, cioè l’esclusione dall’asse ereditario della vittima di colui che l’ha resa tale. Giusto! Ci mancherebbe che chi ha assassinato una persona potesse goderne pacificamente i beni!

Ma la beffa sta proprio nel fatto che per godere di questo diritto, gli altri eredi legittimi, sono obbligati ad intentare causa civile (con relative spese), non essendo la prevista “indegnità” consequenziale alla sentenza di condanna.

Sono purtroppo frequenti i casi in cui un uomo, uccidendo la moglie, uccide la madre dei suoi figli. Che rimangono privati di entrambi i genitori, degli affetti e delle figure di riferimento, con tutto quello che comporta dal punto di vista psicologico. Un terremoto che sconvolge le loro fragili esistenze, le loro abitudini di vita, e spesso genera precarietà e problemi economici gravi.

Vanessa Mele questa ingiustizia l’ha vissuta sulla sua pelle. L’ha vissuta quando il padre, che le ha ucciso la mamma lasciandola orfana in tenera età, scontata la pena detentiva, ha preteso la pensione di reversibilità della sua vittima, che fin lì aveva costituito fonte di sostentamento per la figlia.

L'avvocato Anna Maria Busia

L’avvocato Anna Maria Busia

La determinazione di Vanessa, unita a quella dell’avv. Anna Maria Busia, ha prodotto una proposta di legge per abolire la pensione di reversibilità a beneficio del proprio assassino. Approvata da Camera e Senato, ora è legge.

Ma non basta. Vanessa e l’avvocato Anna Maria Busia alzano l’asticella con un’ulteriore proposta di legge che oggi, mercoledì 11 maggio, il deputato Roberto Capelli presenta alla Camera.

L’obiettivo è di sollevare i minori, orfani di un genitore per colpa dell’altro genitore, dagli oneri economici che gravano sulla parte civile, accelerando anche i tempi di attesa per il risarcimento. Per questo la proposta invoca l’accesso al gratuito patrocinio, a prescindere dal reddito, estendendo tale istituto sia al procedimento penale che a tutti i procedimenti civili derivanti dal reato.

In modo particolare la proposta mira a superare il dispendio di tempo e risorse, rendendo esecutivo l’art. 463 del codice civile, circa “l’indegnità a succedere”, come normale conseguenza della sentenza penale di condanna, senza il costoso passaggio attraverso una causa civile.

Un gesto minimo di civiltà, di giustizia nei confronti di bambini, vittime affatto secondarie di una violenza famigliare che lo Stato deve impegnarsi a contrastare con più convinzione anche potenziando le azioni di tutela.

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