Un’adolescente: la sconfitta e la rassegnazione nel capo abbassato, gli occhi rivolti a terra, i lunghi capelli a coprire la delicatezza del volto. Neri, come la paura. Pesanti come un fardello opprimente. Le ali impossibilitate al volo, appesantite da una densa pece che ne impedisce il libero dispiegarsi. Come un maestoso uccello atto ad attraversare in volo gli oceani, intrappolato nel catrame, in attesa di morire tra i rifiuti,  davanti a un infinito a lui precluso. Ali tarpate, spente, opprimenti come ombre minacciose, come cupi carcerieri. E la scritta “DREAMS”, sogni,  non ha spazio per comparire in pieno.

È una ragazzina di dieci anni l’autrice dell’immagine iniziale, sicuramente dotata per grafica ed espressività. Ma non è questo che qui mi preme. Forse l’ispirazione è nata sotto l’onda delle forti emozioni suscitate dal femminicidio della giovane donna bruciata a Roma dall’ex fidanzato, e dallo scalpore mediatico che sempre divampa nell’immediato, per poi lasciare pericolose braci a covar sotto la cenere. Forse. Perché di spietate esecuzioni di donne, avvenute tra il consenso o il silenzio-assenso generale, non siamo certo a corto. La cronaca sta già cacciando in passato e in “giudicato” anche l’urlo inascoltato di Sara Di Pierantonio. E delle tante che, prima di lei hanno cercato aiuto. Impossibile d’altronde udire, quando non ce n’è intenzione. Impossibile sentire la voce soffocata dal bavaglio, nello schiamazzo di chi tutto sa e ha già deciso cosa c’è da sapere, di chi strilla per sovrastare l’urlo, e per esimersi dal dovere di ascoltare.

Tante chiacchiere e sentenze illustri per dire sempre le solite fregnacce. E passi che le dica la casalinga che si nutre dei fattacci altrui per scaldare una routine che la deprime, passi anche che le sparino i salotti televisivi che, si sa, come tv di Stato, hanno limiti alla libertà di pensiero e di parola, che resta privilegio dei padroni.

Ma difficile riservare indulgenza a una magistrata, che in quanto donna e in quanto rivestita di un ruolo super partes, non trova di meglio da dire in queste circostanze che il solito mantra liso e trito: “Speriamo che questa morte così atroce non sia inutile, invito le ragazze a denunciare, a non tenere nascosti comportamenti minacciosi di chi afferma di volerti bene mentre così non è.”

Complimenti! Davvero originale!

E ci risiamo: intanto, care donne ammazzate o maltrattate, beh, è colpa vostra che siete state ingenue.

Che dite? Che avevate denunciato e denunciato ancora? Dettagli trascurabili! Scusate, l’audio è disturbato!

Che dite? Che non potevate immaginare che lui arrivasse a tanto? Che quell’uomo che sembrava così innamorato fosse un pericoloso criminale pronto ad ammazzarvi con sadica e premeditata ferocia? Eppure era così chiaro, così facile capirlo!

Così facile che proprio gli esperti in materia, dopo aver visto di cosa quell’uomo è stato capace, cioè di pedinare la ragazza con tanto di app, di speronarla per costringerla a fermarsi, sottraendole le chiavi dell’auto e rincorrendola  per impedirle di sottrarsi a quell’”ultimo” appuntamento, (che lei non aveva intenzione di dargli, perché la lezione l’aveva anche imparata), di portarsi appresso una tanica di alcool per il falò finale, sono già pronti a dire: nooo, non voleva farlo!!! Non l’aveva premeditato!

Insomma, neppure col senno di poi s’è capito (o s’è voluto capire) le sue intenzioni, quelle che lei, Sara, invece, suvvia! avrebbe dovuto immaginare!

E così, dopo aver confuso le carte in tavola, contraddicendo la premessa, risulta che quel lui di cui temere, in realtà non è poi così pericoloso, che semplicemente ha un po’ ecceduto, ha fatto “una cazzata”. Ma dai, scherziamo, mica voleva davvero darle fuoco! L’ha inzuppata d’alcool solo per spaventarla (spaventarla?! Ma non l’aveva prima strangolata?) e poi, (ma che sciocchino!) s’è acceso una sigaretta, così per darsi un tono. Metti che distrattamente le abbia lanciato addosso il cerino acceso… un incidente! E se l’ha detto lui, pentito, tra le lacrime, che non voleva farle del male… c’è da credergli. D’altronde, come imputato, è abilitato alla menzogna!

Perciò, mentre alla chetichella ci attiviamo a far scomparire di scena l’assassino, rendendolo il meno possibile assassino e quanto più ragazzo “normale”, meglio ancora “un bravo ragazzo innamorato” (perché così dovrà uscire dai nostri tribunali), chiaro che, poiché urge una condanna… beh, non resta che puntare il dito su di lei, la vittima. Che è donna e non ci si sbaglia mai. Che è morta e non può più dir la sua.

Ci sarebbero- dicono- i suoi familiari… ma sì, andranno a Chi l’ha visto, o meglio ancora ad impinguare di nuovo orrore i talk show a ciclo continuo. Che tanto, che lo pensino o no, dovranno dire: “Donne denunciate!” perché altro non sarà permesso loro. E, dolore più, dolore meno, carichiamoli anche del senso di colpa di non aver saputo proteggere la figlia: sprovveduta lei, sprovveduti o colpevolmente indifferenti loro. A pensarci bene, i familiari del lui assassino, restano sempre in ombra. Nessuno si permette di dar consigli “educativi”, tantomeno colpe. I campanellini suonano solo al femminile.

Morale della favola? Sempre quella. La violenza maschile sulle donne è un problema delle donne. I maschi non si toccano: loro esercitano un loro diritto sacrosanto. Sì, qualcuno si avventura con spirito pioneristico sul sentiero impervio di un’educazione maschile al rispetto dell’alterità, della donna in particolare, all’accettazione del rifiuto, di quei “no” che fanno così male e che detti da una femmina sono motivo di condanna a morte. Ma non allarghiamoci troppo, per carità: il rischio è di perdere potere.

Come si risolve allora? Restringendo ulteriormente il campo di libertà della donna. Che anche se adolescente deve essere già in grado di capire, di avvertire il pericolo. Deve cioè sapere che lui gode di ogni privilegio, anche quello di menarla, di ucciderla, stuprarla. E che per evitarlo ha solo un modo: limitare ulteriormente i propri diritti limitati.

Perché i suoi sono intoccabili. I suoi comportamenti, i suoi “istinti”, anche i più perversi, assolutamente legittimi e legittimati. Lui è il padrone.

Allora, piccola artista, nella tua ragazza dai sogni negati hai ben rappresentato l’essere donna in una società inquinata dalla misoginia, dal sessismo, dalla discriminazione di genere. E da tanta ipocrisia.

E hai capito che anche il sogno più bello che ogni giovane donna nasconde in fondo al cuore è pieno di ombre scure, di nubi minacciose. Ma come è triste per tutti noi, se solo provassimo a riflettere: hai dieci anni e già abbiamo tolto colore al tuo orizzonte, luce al tuo sguardo!

L’amore stesso ti vorremmo negare, bimba cara, la serena fiducia verso l’altro cui il cuore ti spingerà senza che tu possa e voglia contrastarlo. Ti vorremmo insegnare a scegliere il tuo lui come un prodotto al supermercato o una maglietta ai grandi magazzini: valutando i pro e i contro. Senza poesia, senza sentimento. Un “sano realismo” lo definisce Umberto Galimberti, in cui però non “è dato incontrare le case dell’Amore”.

Pece sulle tue ali. Quella che esce dal cuore di maschi che non sanno amare. Quella che esce da una società che ha paura di cambiare e si aggrappa alla preistoria e alla sue clave.

Tant’è che, lasciatemelo dire: il flash mob con fiocco rosso contro il femminicidio in una città come Modena me l’aspettavo un po’ meno moscio. E di drappi rossi alle finestre e ai balconi, nel percorso fatto, non ne ho proprio visto. Sarà stata la pioggia.

O, quel che temo, saraancorasarà.

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