di Laura Botti  – ADNKRONOS

Un anno senza verità per Giulio Regeni. Nonostante siano passati 365 giorni dalla scomparsa al Cairo del ricercatore friulano, ritrovato senza vita nove giorni dopo, la verità sul caso sembra ancora lontana. Di recente gli esperti italiani hanno finalmente ottenuto dalla magistratura egiziana il permesso di esaminare le registrazioni della telecamera di una stazione della metropolitana sotterranea a Giza dove Regeni fu visto per l’ultima volta.

Nel frattempo una tv egiziana ha trasmesso il video di un colloquio tra Regeni e il capo del sindacato dei venditori ambulanti, Mohammed Abdallah, che secondo gli investigatori italiani sarebbe stato girato con il coinvolgimento della polizia. A fine dicembre Abdallah aveva ammesso di esser stato lui a denunciare il ricercatore al ministero dell’interno ritenendolo una spia.

Nel corso dell’anno la famiglia Regeni ha portato avanti con Amnesty international la campagna #veritàpergiulio per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sulla sua morte e per contrastare i tentativi di depistaggio egiziani. Oggi, a un anno esatto dalla scomparsa di Regeni, si svolgerà a Roma la manifestazione nazionale in suo onore mentre in varie città italiane, tra cui Fiumicello, la città natale di Giulio, si svolgeranno delle fiaccolate alle 19.41, l’ora in cui si persero le sue tracce.

Ripercorriamo, in punti, i momenti cruciali della vicenda: dalla scomparsa di Giulio al tragico ritrovamento del corpo. E ancora: dai primi tentativi di depistaggio da parte delle autorità egiziane, agli ultimi sviluppi investigativi.

1) La scomparsa. Giulio Regeni era un ricercatore 28enne dell’Università di Cambridge che si trovava in Egitto per scrivere la sua tesi di dottorato. Era arrivato al Cairo a ottobre per studiare arabo e condurre ricerche sul campo sui movimenti sindacali, un argomento sensibile in Egitto dove il governo ha sempre cercato di controllare i lavoratori reprimendo ogni forma di dissenso. Il giovane ricercatore scomparve la sera del 25 gennaio 2016 tra le 19.30 e le 20.

2) Il cadavere. Il 3 febbraio 2016 il corpo del ricercatore friulano venne ritrovato in un fosso sulla strada che collega la capitale a Alessandria. Dalle indagini della Procura di Giza, che dispose l’autopsia, emerse che il cadavere di Regeni presentava “chiari segni di percosse e torture”.

Versione diversa venne invece fornita dal direttore della polizia, Khaled Shalabi, che indicò come causa della morte del ricercatore “un’incidente stradale”, escludendo così il movente criminale. La Farnesina richiese alle autorità egiziane l’avvio immediato di un’indagine congiunta con la partecipazione di esperti italiani.

L’autopsia italiana confermò la presenza di diverse fratture sul corpo di Regeni. “L’ho potuto riconoscere solo vedendo la punta del naso”, riferì la madre Paola Regeni, subito dopo aver visto il corpo devastato del figlio, “Non vi dico cosa hanno fatto a quel viso. Ho pensato che tutto il male del mondo si fosse riversato su di lui”.

3) Le relazioni tra Egitto e Italia. Il caso Regeni ha messo in crisi le relazioni tra Egitto e Italia. Nonostante abbia più volte dichiarato l’intenzione di collaborare con le autorità italiane, sono numerosi i tentativi di depistaggio messi in atto dal governo egiziano per impedire che la verità sulla morte di Regeni venisse a galla. Ad acuire le tensioni tra i due paesi ha contribuito il vertice tenuto a Roma nell’aprile del 2016 tra il procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone e il pm Sergio Colaiocco e la delegazione egiziana.

La due giorni di incontri si rivelò un fallimento, non avendo di fatto gli investigatori del Cairo adempiuto alle richieste avanzate dai loro omologhi italiani, in particolare la possibilità di visionare tabulati telefonici e video utili per le indagini. L’ambasciatore al Cairo venne richiamato in Italia e il Senato approvò un emendamento per sospendere la fornitura di pezzi di ricambio per gli F-16. La svolta, infine, è avvenuta a dicembre, quando “tutti i documenti raccolti dalla procura egiziana sulla morte di Giulio Regeni” sono stati finalmente messi a disposizione della procura di Roma.

4) Tentativi di depistaggio. Incidente stradale, delitto passionale, rapimento da parte di una banda criminale: sono tanti i tentativi di depistaggio delle indagini messi in atto dalle autorità egiziane per descrivere l’omicidio di Regeni ma nessuna delle ipotesi ha retto alla prova dei fatti né ha consentito di spiegare le torture a cui il ricercatore era stato sottoposto.

Uno dei tentativi di depistaggio risale al marzo 2016, quando la polizia egiziana uccise cinque persone coinvolte “molto probabilmente” nell’omicidio del ricercatore italiano. I cinque, secondo la polizia, avrebbero fatto parte di un’organizzazione criminale dedita al sequestro di stranieri, per il quale ricorreva al travestimento con abiti da funzionari di polizia.

Poche ore dopo nell’abitazione di un parente delle vittime vennero trovati passaporto, carta d’identità e tessera universitaria di Regeni. Tuttavia Rasha Tarek, moglie di uno dei cinque uccisi, ma anche figlia e sorella di altre due delle vittime, sostenne che i cinque presunti sequestratori sarebbero stati scelti come capri espiatori in quanto “obiettivi facili”, alla luce dei loro precedenti penali.

5) Gli sviluppi delle indagini. Nel dicembre 2016 la procura egiziana ha riconosciuto per la prima volta che il capo del sindacato dei venditori ambulanti Mohammad Abdallah denunciò Regeni alla polizia, dicendo di sospettare che fosse una spia, consegnando alle autorità italiane un breve video relativo ad un incontro avvenuto ai primi di gennaio tra Regeni e Abdallah.

Il filmato, risalente al 6 gennaio del 2016, è stato trasmesso per la prima volta dalla tv egiziana il 22 gennaio. Secondo la versione del governo egiziano è stato registrato con il cellulare e poi consegnato alla polizia da Abdallah, tuttavia gli investigatori italiani che indagano sull’uccisione di Regeni sono convinti che anche la polizia collaborò alla realizzazione del video.

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