BRESCIA — Un odio familiare profondo, cresciuto nel tempo ed esploso quella sera: 8 ottobre 2015, l’ultimo giorno di vita dell’imprenditore Mario Bozzoli, 50 anni, titolare di una fonderia della Val Trompia che sfornava lingotti d’ottone. Per i magistrati di Brescia l’ipotesi è quella: «Omicidio premeditato da parte dei due nipoti, Giacomo e Alex». Nessun rapimento, nessuna fuga, come si pensava in quei giorni con una certa speranza, poi svanita di fronte al silenzio. No: Bozzoli sarebbe stato ucciso nella fabbrica di Marcheno dai rampolli di famiglia, 33 e 40 anni, figli del fratello maggiore Adelio, con i quali condivideva l’azienda fra mille litigi. Il movente? Soldi e una grande avversione personale. Ci sono di mezzo un’operazione economico-finanziaria, i progetti per il futuro prossimo, la nuova azienda creata a Bedizzole da Adelio per diversificare la produzione, le rispercussioni sulla vecchia fonderia che aveva un capitale equamente diviso fra i due fratelli. Baruffe, minacce, rancori. Di qua Adelio Giacomo e Alex; di là Mario e la sua lotta solitaria.

La lunga e difficile indagine sul giallo di Marcheno, avocata a marzo dello scorso anno dal procuratore generale di Brescia Pier Luigi Maria Dell’Osso, è giunta dunque formalmente a conclusione. Quattro gli indagati: i due fratelli, accusati di omicidio premeditato e distruzione di cadavere, e due operai della stessa azienda, l’italiano Oscar Maggi e il senegalese Aboagye «Abu» Akwasi, ai quali l’accusa contesta il favoreggiamento personale per essere stati reticenti nei giorni immediatamente successivi al delitto. Quanto alla vittima, è stata esclusa la fine più orribile: la spinta mortale nel forno dei lingotti. «Non è emersa alcuna traccia biologica fra le ceneri della fonderia e neppure negli ambienti circostanti», spiega l’investigatore, sulla base dei vari accertamenti condotti, in primis quello dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo che ha cercato il dna di Bozzoli fra i materiali di scarto del forno.

La ricostruzione porta a un delitto commesso all’interno della fabbrica, subito dopo la chiamata delle 19.15 di Bozzoli alla moglie Irene: «Mi cambio e arrivo». Dovevano andare a cena ma all’appuntamento Mario non arrivò mai. In quei giorni di mistero, Irene trovò il modo di raccontarlo agli inquirenti ricordando le guerre intestine fra le famiglie: «Mio marito aveva paura dei nipoti». Come si è arrivati, quindi, alle pesanti accuse? Premessa doverosa, si tratta di un avviso di chiusura delle indagini, non di una richiesta di rinvio a giudizio. Ora la palla passa alla difesa, che per il momento non vuole dire nulla anche se probabilmente chiederà l’interrogatorio dei fratelli, i quali hanno sempre respinto ogni addebito: «Noi non c’entriamo con la tragedia dello zio». Solo al termine di questa fase la procura deciderà il dà farsi. Probabilmente vorrà il processo e sarà un processo difficile, per un assassinio che l’accusa ritiene premeditato dal lungo tempo ma nel quale la vittima non è mai stata trovata.

In ogni caso, le iscrizioni nel registro degli indagati ci sono, accompagnate da una montagna di documenti. Dai quali emerge un procedimento sostanzialmente indiziario. Non è stata trovata la pistola fumante, non c’è un prova regina. Solo una lunga serie di indizi, messi in fila dai sostituti Silvio Bonfigli e Marco Martani, l’ex procuratore di Pordenone che risolse il giallo del duplice delitto di Teresa e Trifone. Al di là dell’inchiesta finanziaria delle Fiamme Gialle, alcune testimonianze sono considerate importanti. Come quella dell’ex fidanzata bergamasca di Giacomo, Jessica: «Sono stata con lui fino al 2011. Mi aveva detto che i suoi rapporti con lo zio non erano buoni. Avrebbe voluto ucciderlo, ma per farlo, serviva il delitto perfetto». O come quella quasi surreale della ragazza di un amico di Giacomo che avrebbe addirittura sentito qualcuno chiedergli se e quando avrebbe ucciso lo zio. Mentre uno degli operai ha precisato che «una volta il nipote mi aveva promesso dei soldi se avessi picchiato Mario». Altro indizio: le telecamere interne dell’azienda. Sarebbero state direzionate da remoto in modo da non inquadrare alcuni ambienti. E le password per intervenire erano nella disponibilità dei solo nipoti.

Infine il giallo nel giallo, quello dell’operaio Giuseppe Ghirardini, presente in azienda il giorno del delitto, e trovato morto dieci giorni dopo fra i boschi della Valcamonica, con una fiala di cianuro in corpo. Anche questa indagine è stata avocata dalla procura generale. «Una cosa è certa — spiegano gli inquirenti — Ghirardini arrivò lassù da solo e quindi non può trattarsi di omicidio. Al limite di un’istigazione al suicidio». Ma in questo caso sembrano latitare anche gli indizi. Per la Val Trompia sono giorni agitati.

FONTE: CORRIERE DELLA SERA

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