Sul mobile della casa di Paitone, nel Bresciano, ci sono tutti gli oggetti che gli erano più cari: le chiavi della sua macchina, i suoi occhiali da sole, alcuni pupazzetti. Lui gli sta vicino ma non può più guardare i suoi pezzi da collezione, né inforcare i suoi Rayban, com’era solito fare prima di mettersi alla guida. Perché di Raffaele Tirali, 23 anni, su quel mobile, racchiuse in un’urna, ci sono le ceneri.

Lui è morto il 31 marzo del 2015. Lavorava in un ristorante di Sankt Moritz. Cameriere. E’ morto schiacciato da un frigorifero che stava spostando insieme ai suoi colleghi. Lui era nel montacarichi. Per fare in modo che l’elettrodomestico entrasse nel vano ascensore, il frigo è stato inclinato. Lui è rimasto schiacciato. Morto sul colpo. Incidente sul lavoro? No. Il 10 febbraio scorso le autorità svizzere hanno archiviato la pratica: per i magistrati elvetici Raffaele si è suicidato. «Modalità sicuramente originale per un gesto autolesionistico», commenta sarcastica Anna Verdelli, 53 anni, insegnante di scuola materna, mamma di Raffaele.

La sorella del ragazzo, Francesca, ha provato a lanciare una petizione su change.org per impedire che il caso fosse archiviato e cadesse nel dimenticatoio. In pochi giorni le firme raccolte sono state più di ventimila, ma nel mare magnum della rete, dove le petizioni si moltiplicano per i motivi più diversi, non molti hanno fatto caso allo strano “suicidio” del ragazzo bresciano.
«Ci siamo rivolti a un avvocato dell’Anmil, l’associazione nazionale dei mutilati e invalidi del lavoro», dice la signora Anna «nei prossimi giorni presenteremo istanza di riapertura del caso, e per l’anniversario della morte di mio figlio abbiamo organizzato una fiaccolata a Sankt Moritz. Io non mi arrendo anche se sono molto amareggiata, la settimana scorsa ho mandato raccomandate ai procuratori e al presidente della confederazione svizzera ma fino ad oggi non mi è ancora tornata nemmeno la ricevuta».

Anna Verdelli, mamma di Raffaele

Anna Verdelli, mamma di Raffaele

«Mio figlio», racconta, «non aveva alcun motivo di uccidersi. Non aveva mai sofferto di depressione. Era un ragazzo solare. Ma, ammesso che si sia trattato di un atto volontario, come sostengono gli svizzeri, una persona per togliersi la vita sceglie di farsi schiacciare da un frigorifero in un montacarichi e per di più alla presenza di altre persone?».
Poi Anna ripercorre le tappe dell’incubo dal quale è stata inghiottita: «Il 31 marzo scorso fui convocata dai carabinieri di Paitone. Mi dissero che Raffaele aveva avuto un incidente e che sarebbe stato opportuno che mi recassi a Sankt Moritz. Alla frontiera seppi che mio figlio non c’era più nel peggiore dei modi possibile in cui una: il poliziotto svizzero che mi aspettava, mi venne incontro, mi porse la mano e mi disse “Condoglianze, signora.”.
Anna era convinta di andare a trovare Raffaele in un letto di ospedale, lo rivide invece disteso sull’acciaio del tavolo dell’obitorio dove fu accompagnata per il riconoscimento della salma.

«Mio figlio era venuto a casa il 29 marzo per la nascita di Zoe, l’ultimogenita di mia figlia Francesca, ed era ripartito il giorno dopo», racconta ancora Anna, «il 31 notte mi telefonò per dirmi che era arrivato a Sainkt Moritz, e che, visto che c’era cattivo tempo, avrebbe lasciato la sua macchina nella piazza del paese e raggiunto il ristorante, che si trova in alto vicino alle piste da sci, con un taxi. In quel locale Raffaele, ex seminarista, diplomato al liceo psiso-socio-pedagogico, lavorava da novembre dell’anno prima.

«Adesso quelli del ristorante, che ho scoperto essere di proprietà di un magnate russo,  dicono che mio figlio se la sia cercata perché voleva porre fine alla sua vita. Una verità che non sta né in cielo né in terra ma che ha convinto subito le autorità svizzere. Non è stata eseguita neppure l’autopsia sul corpo di mio figlio e il giorno dopo abbiamo potuto riportare la sua salma in Italia, tanto che il 4 aprile abbiamo fatto il suo funerale», dice ancora la signora Anna.
Poi aggiunge: «La cosa che ci ha sconvolti è che non solo il ristorante non ha chiuso neppure mezza giornata dopo la morte di Raffaele, ma che dopo la sua morte nessuno dei suoi colleghi si è più fatto sentire. Ragazzi che il giorno dell’incidente mi avevano confessato che non avrebbero più avuto la forza di continuare a lavorare in quel posto e che so che sono ancora lì. Così come ho perso le tracce, perché non si è più fatto vivo con noi, Diego, la persona che gli aveva proposto di lavorare in quel ristorante e che Raffaele considerava un amico».

«Perché sono scomparsi tutti? Cosa temono? O, meglio, cosa hanno da nascondere?», trova la forza di indignarsi la signora Anna. Che rivela un altro particolare: «I titolari del ristorante hanno detto di non essere presenti nel locale al momento dell’incidente che è costato la vita a mio figlio perché erano scesi in paese a recuperare la sua macchina. Niente di più falso, visto che l’auto di Raffaele l’hanno poi recuperata il mio ex marito e papà di Raffaele e il mio compagno».«Cosa vogliamo?», conclude la signora Anna, «Che sulla morte di mio figlio si faccia chiarezza e che si riconosca che Raffaele non si è ucciso, ma è stato vittima di un incidente sul lavoro. Sopportiamo a fatica il dolore, non ci arrenderemo mai al fango che hanno voluto gettare sul nostro ragazzo. Le autorità italiane si facciano sentire».

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