Io vi maledico”. Concita de Gregorio ci ha fatto un libro: una collana di storie vere in cui alla fine ai protagonisti resta solo “la rabbia debole” della maledizione. Da lasciare scritta sulla propria pietra tombale. “Maledico voi che sapete cosa ci state facendo, voi che lo fate e voi che guardate in silenzio, i colpevoli e gli indifferenti, i padroni e i politici, i sindacati e i preti. Voi che pensate solo a voi stessi, e non ci ascoltate”. Se qui sono l’Ilva e i suoi veleni a uccidere innocenti, altrove, in altri contesti, cambiano i veleni, ma non le morti colpevolmente impunite.

Su quante pietre tombali potremmo scrivere “Io vi maledico”?

“ In questa maledizione non c’è odio, anche se chi la pronuncia usa questa parola come ciascuno di noi usa le parole che ha a disposizione. L’odio, come l’amore, è un sentimento organizzato e potente che mette in atto una strategia che va a colpire nel segno. La maledizione è una minaccia impotente, ma che ha la possibilità magica di diffondere l’inquietante ovunque tu ti muova e volgi il tuo sguardo, in modo da assediarti e costringerti ad andare in rovina con le tue stesse mani. Tale era la pratica primitiva, usata anche dal Dio biblico quando intendeva mandare in rovina qualcuno e voleva che ciò accadesse con le sue stesse mani, senza misericordia.” Così si esprime Umberto Galimberti in L’ospite inquietante, commentando l’espressione di impotente sgomento della sorella della vittima di una di quelle “ ragazzate” che per un certo periodo è andata “di moda”: il lancio di sassi dai cavalcavia. Gesti senza movente, che sfuggono alla logica della consequenzialità, per cui gli autori sono incapaci di cogliere anche la logica della giustizia che li dovrebbe punire. Quindi, a che pro punirli?

Sembra che questa stia divenendo la logica corrente: l’insensatezza dei gesti omicidi giustificata dall’incapacità di stabilire i più elementari nessi di causa-effetto. O meglio: questa è la strategia vincente per uscire impuniti e senza rimorsi dai più efferati omicidi.

Non volevo ucciderla!” “È stato un raptus!” “Era incapace di intendere e di volere al momento del fatto”. O addirittura la chicca che prelevo dalla perizia psichiatrica di parte (ovviamente) dell’assassino di mia figlia: “Era capace di intendere ma non di volere”.

La casistica dei femminicidi (perché è qui che si esercita maggiormente la non facoltà di intendere e di volere) è talmente vasta e travolgente da disorientare. La cronaca di questi ultimi giorni ci ha fornito un ulteriore esempio della crudeltà di un uomo che, incapace di rinunciare a una donna che lo aveva (saggiamente) rifiutato, è stato però capace di cancellarla per sempre dalla vita nel modo più atroce possibile. Il primo “Io vi maledico” mi viene spontaneo indirizzarlo a chi ancora commenta così questi spietati supplizi: “ paura dell’abbandono”, “non riusciva a vivere senza di lei”. Che invece, dopo che l’ha ammazzata, non solo vive, ma cerca di cavarsela col minor costo possibile, da vigliacco qual è sempre stato.

“Non volevo ucciderla. Sì, l’ho inzuppata di benzina, ma non volevo ucciderla…”. Beh, d’altronde, è normale inzuppare di liquido infiammabile la persona che si ama: ultimamente lo si fa spesso. Il guaio è che si va sempre oltre: si accende anche il cerino. E capisco che non si possano prevedere tutte le conseguenze dei nostri gesti. Ad esempio, Vania Vannucchi non l’aveva previsto che incontrando quel suo ex così assillante per riprendersi il cellulare, lui l’avrebbe accolta con una pioggia di benzina. Che stordita! Eppure lo si dovrebbe sapere cosa succede all’ultimo appuntamento (più difficile è prevedere che sarà l’ultimo ). Però quel pover’uomo, Pasquale Russo, ditemi come faceva a prevedere che accostando un cerino alla donna intrisa di carburante, si sarebbe trasformata in una torcia umana! No, non lo sapeva. Questo, sì, lui lo sa con certezza. Non voleva darle fuoco!

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Ecco vedete: nel momento in cui viene a mancare la percezione dei nessi di causalità, subentra l’incapacità di intendere e di volere. Ma mica è pericoloso il buon uomo! No, solo un po’ incauto. Era in cura da qualche tempo per certe sue stranezze, giudicate però non pericolose se lo psichiatra che lo seguiva gli ha permesso di continuare la sua normale attività. Piuttosto delicata, direi, trattandosi di trasporti per l’Asl. Ma ci possiamo scommettere che la “verità processuale” che la nostra giustizia partorirà sarà molto simile alle sue menzogne. Perché questi signori, incapaci di prevedere che un liquido infiammabile, più che sporcare, ”infiamma”, sono capacissimi di prevedere le conseguenze nefaste del raccontare esattamente come sono andate le cose e quali erano le reali intenzioni. Che poi quella di negare e di mentire è la prima cosa che suggeriscono i bravi avvocati della difesa. Anche a loro si potrebbe dedicare un accorato:“Io vi maledico”.

Ed ecco comparire il raptus che l’ordine degli psichiatri forensi ha ufficialmente dichiarato inesistente, per poi riproporlo ad ogni consulenza di parte o partigiana, con l’unica condizione di una generosa parcella.

Escamotage ormai a portata di tutti, anche delle menti meno illuminate, anche di colui che, dopo aver accoltellato con dodici colpi (alla schiena: che eroe!) la compagna, lascia il camper, sua abituale dimora, per correre a costituirsi sventolando la bandiera bianca del raptus, accanto al coltello insanguinato. È successo a Caserta, il 3 agosto, ma ormai è la norma. Il cadavere della poveretta, Rosa Lentini, ancora infilato nel misero sacco a pelo in cui condivideva la vita nomade del suo assassino, Nicola Piscitelli, si aggiunge al cumulo delle donne vittime di femminicidio: 76 dall’inizio dell’anno. Nella civile Italia, quella che si batte perché Nessuno tocchi Caino. Ma di Abele chi se ne frega!

Mi auguro che l’indignazione per la morte orrenda di Vania, temporalmente troppo vicina, ma realisticamente assai lontana da quel Saranonsarà, che sembrava voler porre fine a tanto scempio, non si spenga come la sua vita nell’irresponsabilità di una giustizia che premia la “follia” omicida del solito maschio “incapace”. Ma soprattutto mi auguro che non ci si limiti a ripetere il copione di frasi fatte, di avvertenze per l’uso, di divieti, di rampogne e/o raccomandazioni rivolte a chi il danno lo ha subito come persona e a chi lo subisce quotidianamente come genere. Fin che ci ostineremo a considerare errore fatale, perciò causa di tutti i mali, il comportamento della vittima, scotomizzando il reato del suo assassino, ci ritroveremo sempre qui: a una sterile indignazione. Non è un reato essere uccisi. È un reato uccidere. Non è un reato concedere fiducia. È meschino tradire la fiducia. Non è un reato essere empatici, avere, come spesso accade, compassione di un uomo, visibilmente in difficoltà, che si è restii a danneggiare sotto il profilo umano e professionale con denunce (ammesso e non concesso che queste ottengano risposte). È un reato, invece, essere privi di pietà e sentimento, al punto di uccidere un tuo simile (o una donna non lo è?) tra i più atroci dei tormenti.

Nel caso specifico del Russo, pur essendo in cura, l’uomo continuava a svolgere il suo lavoro. Uomo che perciò non era stato riconosciuto pericoloso da uno specialista e che possiamo già dire con certezza neppure la nostra provvida giustizia (che ha a cuore il bene dei cittadini- maschi innanzitutto-) giudicherà socialmente pericoloso, pur avendo visto di cosa è stato capace, al fine di restituirlo quanto prima alla sua vita di sempre. Lui. Dando alla collettività un messaggio altamente ambiguo e contraddittorio. Si pretende, insomma, che la vittima percepisca e prevenga la pericolosità di un individuo che ci si affretta a dichiarare “non pericoloso”.

Esagero? Giudicate voi.

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A Castelnuovo Val di Cecina il primo giugno 2014 il solito brav’uomo Roberto Barbieri, geloso “matto” uccide con undici coltellate l’ex moglie Sandra Fillini , medico ospedaliero. Uno dei tanti spietati femminicidi, stranamente (o deliberatamente) rimasto nell’ombra. I media spesso vengono accusati di spettacolarizzare questi fattacci e in parte è vero. Ma hanno anche il pregio di gettare luce sulle ombre che favoriscono il crimine e l’impunità del suo autore. E qui le tenebre sono calate fitte e sporche sulla vita recisa di questa donna, che per amore dei figli non era riuscita ad allontanarsi dall’ex marito. Sola, senza altri familiari, senza un cane che si sia costituito parte civile nel processo, questa donna è rimasta in balia della crudeltà del suo assassino anche dopo morta. Silenzio omertoso perfino da parte dei figli, che preferiscono dimenticare, non parlare di questa “storia”. La nostra giustizia è di per sé pesantemente squilibrata a favore del reo. Ma mai come in questo caso alla vittima non è stato dato un giusto processo. La sua “difesa” è stata affidata unicamente alla pubblica accusa, che già aveva chiesto una pena blanda, resa irrisoria dal rito abbreviato. Ma il teatrino della giustizia italiana ha messo in scena la più meschina delle sue rappresentazioni beneficiando questo squallido assassino del mitico “raptus”, sogno di tutti i delinquenti, che lo ha restituito al mondo dopo solo nove mesi di reclusione, con tutte le carte in regole, perché, pur avendo ucciso in preda a un “raptus” (imprevedibile e chi mi assicura non reiterabile?), non è socialmente pericoloso e può riprendere il suo lavoro di operatore dell’Enel. Come a dire: beh? Che avrà mai fatto, poveretto? Ha soltanto massacrato la moglie “per gelosia”: un suo sacrosanto diritto! Siamo nell’anno di grazia 2016. In pieno Medioevo!

Quella che esce dai tribunali e che viene definita con grande ipocrisia “verità processuale” condiziona, orienta la collettività. Una responsabilità immensa. Prima ancora della pena inflitta, il movente, la ricostruzione dei vissuti, dei rapporti interpersonali, delle dinamiche danno una chiave di lettura che va ben oltre il particolare: fanno cultura nel senso più ampio del termine. Quella che esce dalle sentenze relative a casi di femminicidio è il più delle volte una cultura che alimenta il femminicidio stesso, giustificandolo.

Riporto un commento di Anna Maria Piemonte tratto da Facebook, a proposito del femminicidio di Vania Vannucchi, che ritengo ampiamente esplicativo:

La responsabilità non è mai solo del singolo ma di una società malata. È femminicidio: delitto contro la specie. Il corpo delle donne si è fatto narrazione. È per questo che si teme e lo si vuole reprimere culturalmente ed eliminare fisicamente. La violenza della nostra società sessista e maschilista si accanisce sempre più sul ‘corpo’ delle donne, mortificato e violentato, fatto oggetto di abusi tanto fisici quanto psicologici. Il femminicidio è la rivalsa maschile alla riappropriazione femminile del ‘corpo’ quale mezzo di espressione e di rivendicazione; del ‘corpo’ quale fonte di piacere e di ironia ma, soprattutto, di autonomia e autodeterminazione. Le donne si sono riappropriate culturalmente e fisicamente della propria femminilità, senza falsi pudori, del proprio erotismo e della propria sessualità. Ed è attraverso il ‘corpo’ che le donne denunciano gli stereotipi, narrano i propri dolori ed i propri piaceri, sovvertono i ruoli. Ma tutto questo è troppo da sopportare per il maschio che vede sottrarsi sempre più il potere assoluto che si è costruito in millenni di sopraffazione culturale violenta e repressione dell’identità femminile. Tanto vale ridurre in cenere questi poveri nostri corpi, appiccando il fuoco, affinché non ne resti neanche più traccia.”

La sorte riservata alle streghe: Medioevo in corso.

Ma una traccia resta. Resta sempre. Resta in quell’ IO VI MALEDICO, paziente, ma inesorabile, scritto nella cenere…

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