di GIOVANNA FERRARI

 

La colpa è una bella donna, ma nessuno la vuole” recita un adagio che fin da bambina sentivo citare a commento delle tante situazioni in cui ciascuno di noi è più pronto a defilarsi dalle proprie responsabilità, piuttosto che assumerle, preferendo additare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, nella speranza che passi inosservata la trave che ci acceca. Le colpe altrui, vere o presunte, sono un ottimo pretesto per dare ragione alla nostra prepotenza: il “diritto” del lupo sull’agnello, che continua a informare la nostra “civile” società. Un mondo alla rovescia che chi sta sotto suo malgrado si sforza inutilmente di raddrizzare. E chi sta sopra, e ha potere e privilegi, si guarda bene dal mollare.

Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti, riunito a Roma nei giorni 17, 18 e 19 maggio 2016, ha approvato all’unanimità un importante ordine del giorno, in cui si condanna l’uso di definizioni come “baby squillo”, che oltre a violare la Carta di Treviso, fornisce una cattiva informazione, ribaltando completamente l’ottica e perciò le responsabilità.

Le bambine sono le vittime e gli uomini che abusano di loro, i pedofili, sono i colpevoli. Per un reato così grave non ci sono attenuanti. Usare i termini corretti è alla base del nostro lavoro. Scambiare le vittime con i colpevoli dà luogo ad una informazione falsa e fuorviantesi legge nel documento, che ci auguriamo venga “letto” e applicato da chi di dovere.

All’uso che molte testate televisive, cartacee e online fanno non solo del termine succitato, ma di tutta una serie di considerazioni tese a colpevolizzare l’immagine della vittima, seppur minorenne, pare non sfuggano neppure le menti più illuminate, tanto che i boccoli di una bimba di sei anni hanno il potere di far passare in secondo piano l’orco che l’ha abusata e uccisa. Per citare il caso più recente, non certo l’unico.

Fa niente se preda dei pedofili sono anche maschietti e neonati che non esibiscono abitini “provocanti” e riccioli seducenti. Non importa se questa pratica immonda miete vittime ovunque, anche dove i costumi sono “castigati” per legge divina; non importa se lo stupro è la più feroce e ingiusta delle armi da guerra e se fin dai tempi più antichi l’omertà ha coperto il più odioso e vile dei reati proprio nei luoghi più insospettabili, la famiglia, gli ambienti religiosi. Non importa se bimbe ancora nell’età del gioco, diventano giocattolo “in vendita” sul mercato del sesso (la più fiorente delle industrie), per soddisfare le perversioni, il sadismo di adulti, il più delle volte padri di famiglia esemplari.

Che sia reato, lo sanno, però. Loro, gli adulti “adescati”. Tanto che mica lo fanno coram populo! E, se cedono con tanta facilità alla tentazione della carne, sanno però resistere con fermezza alla tentazione di ammettere le loro colpe, coerenti solo nel negare fatti e addebiti e, ovviamente, l’esistenza stessa del reato. Il negazionismo è tale da annoverare in prima fila perfino giudici, che non esitano a trasformare squallidi abusi in tenere relazioni affettive e denunce di abusi in malevolenza e diffamazione. Le piccole vittime sono perfide adescatrici bugiarde che hanno il solo scopo di distruggere la reputazione di uomini perbene.  E se sovvertire la logica perversa di queste vergogne è difficile al Parco Verde, figuriamoci quando l’orco è uomo di potere o con esso apparentato. Se proprio lo beccano in flagranza di reato, può sempre fare lo gnorri (ma va’ era minorenne?!) o dar la colpa ai boccoli. La verità processuale, si sa… con la verità ha poco a che fare: il più delle volte è la verità del lupo.

 

 

articologio

Del resto non cambia la faccenda quando si parla di violenza sulle donne. Anche qui alla fine la colpa è sempre di chi ha subito. Perché lei  lo ha provocato col suo modo oltraggioso di vestire e di muoversi, dove l’oltraggio sta in un malinteso senso di libertà. Ma cosa credeva quella donna: di potersi vestire impunemente come la moda insegna? O di uscire dopo il coprifuoco, magari per divertirsi come i coetanei maschi? Di godere degli stessi diritti?!

O di potersi innamorare di qualcuno, senza prima vivisezionarlo con asettico rigore, onde individuare i fattori di rischio e la percentuale di incidenza sul futuro della relazione e del suo benessere psicofisico? È stata ingenua, sciocca, se non l’ha fatto, se non ha capito. È suo l’errore.

Perfino la “prevenzione” non sfugge a questa logica e annovera un discreto numero di crocerossine e benefattori che per evitare alla sprovveduta di cadere vittima di un uomo che negherà ogni sua libera scelta, plagiandola, facendola sentire una nullità, decideranno per lei cosa deve o non deve fare, quali “errori” evitare, stilando una bella serie di divieti e regole. In nome della libertà di essere se stessa!

È una colpa, beninteso, anche lasciarsi schiacciare dai sensi di colpa: sono questi che fregano le donne e le intrappolano nelle sabbie mobili della violenza! Precludendo loro anche la pace eterna. Eh sì, perché anche dopo essere state ammazzate con crudele efferatezza, troveranno sempre qualcuno disposto a riesumarle, allo scopo (propedeutico!) di rimproverarle degli errori commessi, responsabili del prematuro trapasso. A ribadire che la colpa sta nell’aver subito il torto: nell’essere state abusate, maltrattate, uccise. Verbo al passivo che ribalta la prospettiva, permette a chi agisce il torto di scomparire dalla scena, lasciando la colpa a chi l’ha patito. E qui il termine patire perde perfino il significato di dolore, di patimento, per qualificarsi come “assenza di reazione”, passività colpevole.

In un mondo di lupi, la colpa è sempre dell’agnello. Lo disse Fedro ai suoi tempi, ma la favola con la sua morale è sempre valida: “fu scritta per chi schiaccia l’innocente e la ragione se l’inventa lui”.

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