Il 16 luglio 2016 a Laveno Mombello nel Varesotto Roberto Scapolo uccide la moglie, colpendola prima con un martello, poi strangolandola. Solo a questo punto (fermarsi alle martellate non era sufficiente allo scopo) si pente, compie gesti di pietà verso il cadavere della moglie e si costituisce. Che sia davvero pentito è tutto da dimostrare, poiché non ha una sola parola di pietà nei confronti della donna accanto alla quale ha vissuto per 20 anni –si dice- senza grossi problemi, emersi solo negli ultimi tempi. È subito pronto a riversare su di lei la “responsabilità” di quel gesto insano: le continue umiliazioni cui lo sottoponeva. Fino a quell’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso: le rampogne sulla sua inettitudine nel caricare le valigie pronte per la vacanza in Toscana.

Una goccia che, come sempre accade nei casi di femminicidio, non ha fatto solo traboccare il vaso familiare di una coppia, mandando in frantumi vite umane, ma ha scoperchiato il Vaso di Pandora, quello che nella notte dei tempi conteneva tutti i mali del mondo e che l’insensatezza femminile ha riversato sull’umanità. Insomma: da sempre guai, cattiveria, follia, dolore sono riconducibili alle donne e solo a loro. Pure la speranza di cambiar le cose sembra essersi dispersa vanamente in un mondo che continua a ripetere lo stesso copione.

Nel caso specifico dello Scapolo sembra poi che il giornalettismo della Provincia di Varese abbia raccolto il peggio del maschilismo che alimenta il femminicidio al punto da non scandalizzarsi tanto del brutale quanto imprevedibile fatto di sangue, ma piuttosto dell’atteggiamento della vittima eccessivamente “critico” nei confronti del pover’uomo.

«Certo, lei era sempre molto critica con Roberto», spiegano i vicini. Critica su ogni cosa. Nulla era mai abbastanza perfetto per lei e il marito, sempre stando ai conoscenti, non era quasi mai considerato all’altezza. E ieri mattina la donna avrebbe accusato il coniuge di non essere «nemmeno in grado di fare le valige e caricarle in auto». E questa sarebbe stata la classica goccia che fa traboccare il vaso.

Così si legge nel pezzo, scritto, va detto, da mano femminile.

Generalmente in casi di violenza maschile sulle donne, ci si chiede perché la vittima non si sia sottratta, magari denunciando, alle angherie del partner, sfuggendo anche solamente alla violenza psicologica, non meno traumatica di quella fisica. Mi viene spontaneo, perciò, chiedermi come mai lo Scapolo si sia legato ad una donna, molto più matura di lui per età e in più con questo caratteraccio. Perché subire passivamente per tanto tempo? Figli non ce n’erano. Perché non separarsi?

L’articolo in questione rivolge alla vittima una fuggevole attenzione, non per fare luce, semmai per gettare ombre. Di lei si dice che era un’ex truccatrice della tivù, più appariscente del marito, uomo tranquillo, non violento, mite, lavoratore. Agente di commercio; che negli ultimi tempi avesse anche problemi col lavoro, lo si apprende da altre fonti.

Un uomo piegato da quel rapporto. Vinto. Un uomo che è esploso. Agli inquirenti dopo aver confessato tutto (ogni parola ha trovato riscontro nelle indagini) ha mormorato: «Ha vinto ancora lei. Alla fine è riuscita a distruggermi la vita». Un uomo distrutto che ha chiesto perdono in lacrime per l’accaduto durante la confessione. Un uomo che non ha mai maltrattato la moglie, che ha perso la testa cedendo a una violentissima quanto non giustificabile follia temporanea.

 

Qui verrebbe da dire che, se proprio ha subito umiliazioni da parte della moglie, lei viva, ora che è rimasto protagonista della scena sta rifacendosi alla grande, tanto che riesce ancora più difficile capire cosa lo legasse a quella donna. Non certo l’amore, di cui non si vede traccia nel bisogno di infierire su di lei con l’accusa postuma di avergli rovinato la vita anche da morta, poiché, ahimè, qualche piccola conseguenza il suo gesto l’avrà, con il dispiacere di tutta la comunità che è già pronta ad assolverlo senza riserve. E non a caso è solo alla collettività (o più furbescamente agli inquirenti), che rivolge la sua struggente richiesta di perdono. Non ai familiari di Loretta Gisotti, oscurati anche loro come la vittima, dalla disperazione dei soli autorizzati ad esistere: l’assassino e la sua famiglia. Certamente è schierata in loro favore la cronista, che tuttavia è costretta a far trapelare qualche retroscena di quell’unione che proprio idilliaca non doveva essere, visto che si parlava di separazione e che l’uomo aveva passato l’inverno a casa dei genitori tanto che stava affittando un appartamento altrove. Coppia scoppiata perciò, come viene definita, dove, malgrado il filtro protettivo della cronaca e dell’ottica di parte dell’unico attore in scena, qualche movente economico traspare nelle presunte minacce di lei “Se mi lasci ti riduco sul lastrico

scapolo

“Siamo in presenza di un delitto d’impeto, non premeditato e frutto di un raptus. Non di un caso di femminicidio. Negli anni Scapolo non ha mai abusato della moglie: non ci sono denunce in tal senso da parte della donna ne ci sono referti ospedalieri della donna che possano anche soltanto far sospettare che il marito abbia mai alzato un dito su di lei in 20 anni.” Così continua l’arringa difensiva della cronista della Provincia di Varese. Che di femminicidio deve sapere davvero poco e spara a vanvera.

Dunque, non aveva mai maltrattato la moglie quest’uomo mite. Però non esita a strangolarla: modalità di esecuzione ritenuta tra le più efferate, poiché costringe l’assassino alla massima prossimità con la sua vittima, a guardarla in volto mentre muore. E dopo esegue una serie di azioni che denotano, oltre che fredda lucidità, una certa pignola precisione (il lenzuolo sul cadavere, la messa in sicurezza dei cani): lo stesso perfezionismo che lamenta aver subito dalla moglie.

Mandando a farsi benedire anche quel minimo di deontologia professionale che imporrebbe obiettività, nonché il protocollo stilato dall’ordine dei giornalisti riguardo il corretto trattamento dei casi di femminicidio, l’autrice dei trafiletti giustifica in pieno l’assassino, rendendolo vittima della malvagità di quella stessa donna cui il pover’uomo ha negato il diritto di esistere. Una sorta di apologia di reato, che può trovare attenuanti solo nella stupidità e nell’incompetenza.

A questo punto appare evidente che esiste una sproporzione tra i vasi in dotazione all’universo maschile rispetto a quelli riservati all’universo femminile. I primi sono normalmente tarati dalla cultura maschilista imperante per traboccare facilmente in comprensibili raptus (poteva mancare negli articoli in questione?!), anche per gocce,futili motivi”, come sembrano ritenere nella fattispecie gli organi inquirenti. I vasi destinati alle donne sono otri giganteschi in cui si possono riversare fiumi di offese sessiste, denigrazioni, discriminazioni e disparità di trattamento, senza che sia consentito il minimo traboccamento. Violenza fisica e sessuale, compresa nel pacchetto. Misoginia gratuita e legittimata dal diritto maschile all’ironia, alla satira e, peggio ancora, da una indiscussa superiorità (dove indiscussa significa “non se ne discute proprio”) anche quando si tratta di insulti pesanti propalati attraverso radio pubbliche, che perciò vanno a ledere i più elementari principi di decenza e di rispetto. Mi riferisco alle performance da bettola di Radio Globo i cui conduttori elargiscono all’universo femminile carinerie a prescindere del tipo “gallinelle” “cagne” con istigazioni alla violenza neppure così velate. Ma guai reagire! E che sarà! Che permalose! Qui non c’è sputo che giustifichi il superamento del livello di tolleranza. D’altronde il glossario di epiteti sessisti è d’uso così comune che manco t’accorgi che siano offese. Soprattutto se non sei tu l’offeso.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli, intervistato a proposito dell’acuirsi di atteggiamenti e manifestazioni razziste, sostiene che l’Italia e l’Occidente stanno regredendo alle “pulsioni istintive”, “al dominio della cultura del nemico” “Se uno non ha un nemico, non riesce a caratterizzare se stesso. (…) Non c’è più rispetto per l’altro, la morte è diventata banale, tanto che uccidere è una modalità per risolvere un problema. Non c’è più il senso del mistero e del limite dell’uomo. (…) Se uno è diverso da te è un nemico e va combattuto. È una regressione spaventosa. Poi c’è la crisi che ha sottolineato la paura, le incertezze. E la paura genera sempre violenza.(…)

A mio avviso quest’analisi, che condivido in pieno, è parimenti applicabile alla discriminazione di genere, alla “paura” di “perdere” una guerra immaginaria tra i sessi, per mantenere diritti acquisiti, seppur ingiusti.

Ha vinto ancora lei” lamenta Roberto Scapolo, percependosi comunque “perdente” nella guerra che la sua paura di non essere vincente ha generato.

Anche da questo ennesimo femminicidio (perché di femminicidio si tratta) emerge la fragilità maschile che la pretesa superiorità mette in crisi.

La violenza- diceva Asimov- è l’ultimo rifugio degli incapaci”. Il senso di inferiorità di quest’uomo non era dovuto solo all’atteggiamento della moglie nei suoi confronti. Non si trattava di atteggiamento, ma di caratteristiche di personalità ben definite.

Di Loretta Gisotti si parla in un articolo di Simone Bianchin pubblicato su milano.repubblica.it.

Un bel ritratto in cui la sua persona giganteggia:

una donna solare, dolce, attenta e sensibile, ma che non si faceva mettere i piedi in testa.

Era una donna di cuore con chi riteneva meritevole – racconta (il nipote) Luca Gisotti – adorava i suoi cani ma aveva il carattere forte, e se aveva qualcosa da dire non se la teneva. Titolare del negozio “L’Arte del Trucco” in via Marchetti 11 a Laveno, a pochi passi dal Lago, la donna era conosciuta nel suo paese come una persona dal carattere deciso e combattivo e in un’intervista su un quotidiano di settore, del suo lavoro parlava così: “Al di là di cosa propone la moda, non mi stancherò mai di ripetere che è necessario capire la personalità della cliente”. Quindi una donna di carattere ma sensibile, che oltre a gestire in proprio un’attività, almeno fino al 2013 insegnava anche alla Scuola superiore di estetica di Bellinzona, in Svizzera.
Che una donna non si faccia mettere i piedi in testa, che sia una persona capace e determinata fa paura: è un oltraggio, una sfida che si lava nel sangue. Non solo per Roberto Scapolo. Per la nostra connivente cultura. E, ribadisco, questo è esattamente ciò che viene definito femminicidio, o meglio, femicidio.

C’è una ignoranza spaventosa. – conclude Vittorino Andreoli nell’intervista citata- Bisogna poter parlare, spiegare, capirsi. Occorrono persone credibili per parlare ai giovani, ma la via è sempre quella della cultura. Fare promozione, educazione, dimostrare quanta positività c’è in chi viene odiato, per stimolare al rispetto nei loro confronti”.

Anche qui sono d’accordo. Soprattutto nel rilevare un’ignoranza spaventosa e un grande vuoto culturale.

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