di ANTONIO MURZIO

Negli anni in cui il tenente colonnello Renzo Finamore era stato comandante provinciale delle Fiamme Gialle di Reggio Emilia, dal 1987 al 1992, lui e sua moglie, la bellissima Alberta Ratti, dalla quale aveva avuto quattro figli, erano una coppia da copertina. La mattina del 14 ottobre 2002 diventarono personaggi da prima pagina.
L’ufficiale, originario come la moglie della provincia di Terni, 58 anni, protagonista di una vicenda giudiziaria che lo aveva visto assolto dall’accusa di concussione solo in Cassazione dopo che la condanna a 3 anni e 6 mesi comminatagli dal tribunale di Reggio era stata confermata in appello dai giudici di Bologna, quella mattina prese la Smith e Wesson calibro 38 che deteneva regolarmente in casa insieme a una carabina, montò su un treppiede la sua videocamera digitale, posizionandola in modo che l’obiettivo potesse inquadrare tutto l’enorme salone della villa, poi nella sua mente diede il “ciak si gira” alle riprese dell’orrore.
Tutto quello che accadde quella mattina nella lussuosissima villa della frazione di Borzano di Albinea, paese delle colline che circondano Reggio Emilia, rimase registrato.
Un processo sommario che si concluse con l’esecuzione della condanna a morte, già emanata nella mente malata dell’uomo, della moglie e della figlia Valentina, 17 anni, per la quale l’ufficiale in pensione stravedeva.

Quando la videocamera cominciò a riprendere, il timer segnava le 9,35. Non inquadrato, poco distante dal set dell’orrore, nel cucinotto, giaceva esanime quello che, nella sua paranoia, forse di Finamore aveva considerato un attore non protagonista.
Fabrizio Naitana, il fidanzato 23enne di Valentina, era stato tolto di mezzo con due colpi di pistola alla testa.  Ex carabiniere, di origine sarda, la figlia del tenente colonnello Finamore l’aveva conosciuta tre anni prima mentre lui prestava servizio di leva come ausiliario nell’Arma e lei era in vacanza nella casa di famiglia in Costa Rei. Il ragazzo si era poi trasferito a Reggio Emilia e per circa un anno era stato ospite nella casa dei Finamore.

Da circa un mese, dopo aver trovato lavoro come interinale in un’agenzia di assicurazioni, aveva scelto di prendere una casa per conto proprio in città. Più tardi, nel corso delle indagini, si ipotizzerà che la sua presenza in villa fosse stata richiesta proprio da Alberta Ratti e dalla figlia, forse impaurite dagli atteggiamenti sempre più fuori controllo che Renzo Finamore sempre più spesso andava assumendo e che sfociarono nella lucida follia di quel lunedì 14 ottobre.

Le riprese, che furono analizzate dai Ris di Parma, cominciano con l’inquadratura del divano sul quale è seduta Valentina.

La ragazza ha i polsi legati dietro la schiena. Ai suoi piedi c’è rantolante Alberta Ratti, alla quale il marito ha già sparato un primo colpo di pistola. Il colonnello Finamore è seduto accanto alla figlia. Parla con calma. Interroga e accusa. Il suo cruccio sembra essere la vendita della villa in cui abitano, che la famiglia sta per cedere a un acquirente a poco più di un miliardo di lire, mentre il valore di mercato si aggira sui tre.
Con tono inquisitorio dice alla figlia, che terrorizzata lo guarda mentre cammina avanti e indietro per la stanza, che lei e la madre volevano fregarlo.
Poi passa alle offese: “Sei una prostituta, come tua madre!”, quindi la sua rabbia esplode nel sospetto: “E non sei nemmeno mia figlia!”.
Le riprese mostrano Valentina che piange, si dispera: “Papà, non farlo”. Poi, dopo aver visto il genitore che ha versato dell’acido muriatico sul viso e sulla zona genitale della madre (le due donne sono entrambi in pigiama), intuisce che non ha più scampo.
Soprattutto dopo che l’ex finanziere si china sulla moglie, punta la canna della pistola alla fronte ed esplode il colpo di grazia. Anche Valentina viene uccisa dopo che Renzo Finamore le ha versato del solvente anche sulla sua schiena.

Sembra addirittura che alla fine l’abbia perfino implorato: “Papà, uccidi anche me”. L’ultimo colpo l’ufficiale in persona lo destina a se stesso avvicinando l’arma sotto il mento e premendo il grilletto.

Sono le 9,42. La villa in cui avviene la tragedia, che ha intorno un giardino di 35mila metri quadrati, è isolata, la tragedia si consuma senza che nessuno senta nulla.
Nemmeno un amico di Cremona che ha telefonato a casa Finamore poco prima delle nove e che divide con Renzo la passione per l’allevamento dei cani San Bernardo, sospetta qualcosa: ha parlato con lui, che poi gli ha passato la moglie per un saluto, e sono rimasti d’accordo di risentirsi in serata.
A scoprire la tragedia sarà un altro figlio dei Finamore, Simone, 29 anni, che vive in un altro paese con la moglie e due figlioletti. Anche la più grande dei figli è sposata e ha un bambino, mentre l’altro figlio maschio, Stefano di 26 anni, vive con i genitori, ma quando accade la tragedia è fuori.

Simone Finamore per tutto il giorno prova a telefonare a casa dei suoi. Preoccupato che nessuno risponde, vi si reca. Quando vede le auto del padre e del fidanzato di Valentina parcheggiate fuori dalla villa, nonostante nessuno risponda alla porta dove ha dapprima suonato il campanello, poi bussato, si arrampica su una grondaia raggiungendo una finestra al primo piano.
Attraverso il vetro nel cucinotto vede il corpo di Fabrizio Naitana in una pozza di sangue. Per lo shock perde l’equilibrio, cade e si procura una distorsione al piede sinistro. Chiama aiuto.

I primi ad arrivare sono i carabinieri di Albinea. Il sospetto è che in casa ci possa essere ancora qualcuno armato – nessuno immagina quel che è davvero successo – e i militari chiamano rinforzi da Reggio Emilia. Quando i soccorritori entrano, la macabra scoperta. C’è, però, ancora un filo di speranza per il giovane fidanzato di Valentina e per lo stesso Renzo Finamore.
Le loro condizioni sono gravissime, ma ancora respirano. Vengono portati in rianimazione all’ospedale di Reggio dove moriranno entrambi poche ore dopo. La famiglia di Fabrizio, giunta dalla Sardegna, autorizza l’espianto degli organi, che salveranno la vita a sei persone.
Non ci sono controindicazioni: essendo stato colpito alla testa, l’autopsia potrà comunque essere eseguita e determinare con precisione ora e cause della morte.
Alcuni giorni dopo si svolgono i funerali di Renzo, Alberta e Valentina: i tre figli sopravvissuti decidono che siano celebrati insieme, così come i tre saranno seppelliti insieme. Nei giorni successivi altri elementi, che se non sottovalutati forse avrebbero potuto impedire la mattanza, vengono alla luce.

L’ex ufficiale della Guardia di Finanza aveva dotato la casa di sofisticate apparecchiature per le intercettazioni: le usava per registrare le telefonate della moglie, sembra che addirittura registrasse anche le conversazioni tra sé e gli altri componenti della famiglia. Ma l’ombra più cupa si addensa sulla guardia medica del paese.

Alberta Ratti più volte era ricorsa alle cure dei medici per le violenze subite, ma mai aveva denunciato il marito.

Si dice anche che la donna, con la figlia Valentina, per un periodo abbia preferito stabilirsi a Reggio Emilia per stare lontano dalla villa e dal marito.
Altra tragica circostanza, si scopre che il 15 ottobre, il giorno dopo della carneficina, Finamore avrebbe dovuto saldare l’acquisto di una casa in città per la quale aveva già dato la caparra e dove Valentina aveva scelto la stanza che sarebbe stata la sua cameretta.  Non si sa se la cosa possa aver avuto un ruolo nello scoppio di follia, ma certo i venditori di quella casa non fanno una bella figura quando, quattro giorni dopo la strage, si rivolgono a un avvocato per intimare ai figli di Finamore di saldare tutto perché in caso contrario non intendono restituire la caparra.
Il proprietario della casa per la quale il colonnello Finamore aveva versato la caparra diventerà protagonista lui stesso di un caso di cronaca sei anni più tardi, nel 2008, quando verrà accusato di molestie e abusi nei confronti di alcune ex sue allieve minorenni di corsi teatrali e sperimentali che teneva in diverse scuole reggiane fino al momento dell’arresto.

Il 10 giugno del 2010, Pino La Monica – questo il suo nome -, 37 anni, originario del Napoletano, è stato condannato a nove anni e nove mesi, oltre a un risarcimento di 30.000 euro per ognuna delle parti costituesi parte civile.

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