Così recita un proverbio, contraddetto dal suo opposto: l’abito fa il monaco. E allora?

Se certamente non basta l’abito perché il monaco sia all’altezza del suo ruolo, è anche vero che l’abito serve al monaco per distinguersi dagli altri. Un simbolo, un messaggio rivolto all’esterno, che però può finire per limitare e condizionare pesantemente il soggetto che lo indossa.

Prendo spunto proprio da un abito, non da monaco, ma da stregone, una specie di lunga palandrana rossa, con cui mio nipote, nove anni, avrebbe dovuto mascherarsi per le attività a tema del campo scout estivo. Che però ha messo in difficoltà il bimbo per la derisione dei compagni. “Sembravo una femmina” ha poi commentato col muso lungo. Niente di grave, non sono qui ad accusare di bullismo altri ragazzini (maschi e femmine senza discriminazione) che, come mio nipote, si trovano già costretti ad indossare l’abito che la nostra società ha preconfezionato, incurante del fatto che corrisponda o meno alle reali capacità di comprensione dell’età e soprattutto al benessere presente e futuro della persona che quel bimbo è.

Perché- mi chiedo spesso, osservando i giochi spontanei di bambine e bambini- accade così raramente che maschi e femmine interagiscano negli stessi giochi e che addirittura sembra esserci un muro invisibile ma non meno inviolabile che separa già dalla tenera età i due sessi? C’è perfino una connotazione di sprezzante ostilità nel modo con cui questi cuccioli d’uomo, distinguibili a quell’età solo per quell’unico dettaglio (a quanto pare così importante- per gli adulti- da spiarlo già nel segreto della vita intrauterina), chiamano la coalizione avversa: i Maschi, le Femmine. Che, se da un lato fa sorridere, dall’altro apre a una serie di riflessioni. Molto si è detto e si continua a evidenziare sul fatto che gli stereotipi di genere condizionano fin da piccoli incanalando la natura umana in percorsi che di naturale hanno ben poco. L’essere diventa da subito dover essere. La persona, ruolo sociale. Come in un copione scritto da altri e recitato, più che vissuto consapevolmente.

Che il genere femminile sia fortemente penalizzato dal ruolo di subordinazione che la società “maschilista” gli ha imposto lo sappiamo e sappiamo anche quanto sia difficile staccarsi dai tracciati della tradizione mascherati spesso da valori o addirittura voleri soprannaturali. Ma io credo che non meno penalizzante sia la presunzione di superiorità che grava sulla cosiddetta identità maschile.

Perché un ragazzino di nove anni, che caratterialmente è molto accomodante e, come è normale a quest’età, piuttosto “mammone”, deve vivere come umiliante la somiglianza con una femmina? Non è una femmina anche la mamma a cui è tanto legato, così come lo sono la maggior parte delle figure che si prendono cura di lui, con le quali ha relazioni affettive importanti?

scoutismo

Voglio precisare che lo scoutismo non solo non discrimina, separando e differenziando le attività tra maschi e femmine: al contrario, li pone nelle condizioni di interagire e misurarsi da pari a pari, richiedendo ai maschi le stesse corvè previste per le ragazzine e a queste gli stessi comportamenti, abilità, qualità dei maschi. Senza che ciò metta in difficoltà le femmine, anche quando assumono atteggiamenti e aspetto “da maschio”. Perché il corrispettivo “sembri un maschio”, o peggio “un maschiaccio”, non è vissuto da una femmina con altrettanta mortificazione?

Sembra quasi che le aspettative sociali nei confronti dei maschi, connotate da una serie di attributi tutti contrassegnati dal segno più: più forte, più coraggioso, più potente, più intelligente… alla fine si rivelino un fardello molto ingombrante, perché attivano una continua comparazione, una continua sfida con il secondo termine di paragone: nello specifico, il sesso femminile. Il comparativo di uguaglianza già suona offensivo, figuriamoci quello di minoranza!

Insomma, la pretesa inferiorità femminile ha il suo bell’effetto boomerang sull’immagine maschile che non sempre nella realtà, com’è naturale che sia, risponde allo stereotipo culturale che l’ha creata.

L’emancipazione femminile, anche se ancora tutta in salita, ha sicuramente messo in crisi l’identità maschile, che sempre più si trova a condividere con l’altra metà del cielo, luoghi, ruoli, diritti che deteneva in esclusiva. E a confrontarsi. Col rischio di risultare perdente davanti a un universo ritenuto inferiore, terra di conquista, oggetto di consumo, corredo domestico.

Meccanismi inconsci, probabilmente non molto diversi dalla reazione istintiva del maschietto che si sente ferito dal paragone con una femmina. Ma proprio per questo pericolosi. Se a nove anni si è già introiettato una forma di ostilità latente nei confronti delle “femmine” tanto da temere il confronto, è perché è già passato quel messaggio svalutante nei loro confronti che la nostra società si ostina a mantenere inalterato. Il sessismo, che ha sempre preso di mira la donna, per convincerla e autoconvincersi della sua condizione di inferiorità e subordinazione, sembra aumentare in rapporto all’emancipazione femminile, per contrastarla con colpi bassi, vigliaccamente, non avendo ragioni convincenti da accampare.

Il sessismo impregna di volgarità quando non addirittura di odio misogino la pubblicità con un crescendo di squallore che la pretesa “arte” non compresa dal volgo, con cui si tenta di difendere scelte disgustose, rende ancora più squallida. Sessismo divenuto linguaggio di una politica che costruisce la propria immagine sulla demolizione dell’immagine altrui, e che entra nell’ordine naturale delle cos(c)e, perdendo ogni traccia di dignità, quando l’avversario è donna: un corpo da annientare attingendo alla più bieca trivialità, quella cui si aggrappano gli omuncoli per sentirsi uomini. Neppure i cronisti sportivi riescono a tenere a freno il flusso incontrollato (sempre involontario!) di sessismo che riesce a deturpare anche le glorie olimpiche, soprattutto al femminile, incapaci di vedere oltre l’apparenza, al corpo come oggetto, come bersaglio contro cui scagliare frecce ingloriose. I valori, la disciplina, le doti morali prima ancora che fisiche che lo sport implica vengono azzerati da culi, pacchi e ciccia, spiati anche nella privacy e nella quotidianità informale. E sul podio sale l’idiozia.

Da qui allo stupro, alla violenza, al femminicidio che stigmatizzano pesantemente non solo la vita di tante donne, ma un’intera società, il passo è breve. Laddove scompare, accanto al buon senso, il senso del limite, subentra quella banalizzazione del male che sembra essere la cifra di una modernità, cui tutto è permesso e nulla è mai abbastanza.

Ma perché tanto odio, tanto accanimento verso il corpo femminile, violato, martoriato, colpito con le armi e le modalità più crudeli e disparate, deturpato, dato alle fiamme per annientarlo, col gusto sadico di infliggere sofferenza?

Osserva Lea Melandri:

Nessuno sembra trovare inquietante che il corpo su cui l’uomo si accanisce sia quello che gli ha dato la vita, le prime cure, le prime sollecitazioni sessuali, un corpo che l’uomo ritrova nella vita amorosa adulta, e con cui sogna di rivivere l’originaria appartenenza intima a un altro essere.

Ma è anche il corpo che lo ha tenuto in sua balìa nel momento della maggiore dipendenza e inermità, che poteva dargli la vita o la morte, accudimento o abbandono. Confinando la donna nel ruolo di madre, facendola custode della casa, dell’infanzia, della sessualità, l’uomo ha costretto anche se stesso a restare eterno bambino, a portare una maschera di virilità sempre minacciata.

Se l’uomo fosse solo il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di umiliare e uccidere. Confinando la donna nel ruolo di madre, è come se le avesse permesso di protrarre ben oltre l’infanzia quel potere materiale e psicologico che ha esercitato su di lui bambino. Il potere che viene da rendersi indispensabile all’altro è tuttora, per la donna, il più forte contrappeso alla sua mancata realizzazione come individuo, cittadina a tutti gli effetti.”

Basta osservare le giustificazioni che la maggior parte degli uomini che hanno ucciso la partner accampano con voce querula, amplificata dal coro benevolente del patriarcato accorso in loro difesa: paura dell’abbandono, depressione, raptus, perdita di controllo,“non volevo”,”lei mi sgridava”… Una fragilità sconsolante che non è difficile ricondurre al legame di dipendenza figlio-madre: un bimbo, viziato e prepotente, che misura il suo potere in un gioco di ruolo imposto, sul presupposto del diritto a vincere e della incondizionata presenza disponibile, accudente e sottomessa della donna-madre, cui lo lega ancora il cordone ombelicale della cultura assorbita.

L’abito da macho può fare il maschio, ma certo non fa l’uomo.

Se ne sta rendendo conto la parte più consapevole dell’universo maschile che comincia a prendere apertamente le distanze dall’immagine di “virilità”perdente che esce dai molti, troppi casi di violenza.

La violenza maschile contro le donne chiama in causa gli uomini, mette in discussione la nostra cultura, le nostre aspettative, le nostre frustrazioni, il nostro modo di stare al mondo e nelle relazioni. La 27 ora. La Rete degli uomini rivolge agli uomini l’invito a “un tempo di ascolto e dialogo, d’iniziativa e riflessione” per trasformare “l’indignazione in occasione di cambiamento” con manifestazioni pubbliche contro la violenza maschile sulle donne, anticipando quella del 25 novembre. “Per cambiare, per agire prima della violenza”.

A mio avviso sono un segnale molto positivo le voci maschili che da più parti riconoscono che la violenza sulle donne è un problema innanzitutto maschile, di cui gli uomini devono assumersi la responsabilità ed elaborare strategie di uscita, che sono innanzitutto di natura culturale. Nella narrazione che si fa della violenza, il più delle volte scompare il soggetto, il maltrattante, l’uomo che agisce violenza, in una sorta di implicita giustificazione o, peggio ancora, di accettazione per diritti acquisiti.

uomini_violenti

Sono ormai una trentina, sparsi a macchia di leopardo su tutto il territorio nazionale, i centri per uomini violenti: ancora pochi e poco frequentati, il più delle volte “spintaneamente”: riconoscersi violento e bisognoso di affrontare un percorso di aiuto è quanto mai difficile per un maltrattante. Ma indispensabile per limitare il rischio di recidiva, altissimo, acquisendo consapevolezza delle motivazioni e delle conseguenze dei propri gesti.

Un cambiamento di ottica fondamentale in grado di individuare e dare un nome preciso a comportamenti violenti che la cultura maschilista tende a rimuovere, ribaltando le responsabilità sulle vittime. Ne è convinto Stefano Ciccone dell’Associazione Maschile Plurale. Finché l’autonomia femminile sarà vissuta come inaccettabile agli occhi maschili, l’impotenza e la limitazione di potere apriranno a quel rancore sordo che genera mostri da abbattere.

Marina Valcarenghi, psichiatra milanese, sostiene che “la struttura psichica, quella conscia e quella inconscia, si forma all’interno della società di appartenenza: la famiglia, la scuola, la vita sessuale, il lavoro, le passioni, gli ideali, i sogni, tutte le esperienze prendono forma all’interno del tessuto sociale”, per cui occorre un’azione sinergica sia sul piano individuale che su quello collettivo.

L’abito imposto dalla cultura patriarcale va ormai stretto ad una società che si è trasformata, pur crescendo in modo disomogeneo. Non si possono rattoppare gli strappi, mantenendo lo stesso abito liso, senza provocare lacerazioni ben più devastanti.

Nessuno mette un pezzo di stoffa nuova su di un abito vecchio, perché ciò porta via il rattoppo e lo strappo si fa peggiore.” Mt. 9:16

La riproduzione e la riaffermazione di ruoli sessuali stereotipati, l’adesione a presunte attitudini maschili e femminili, l’imposizione di una norma nelle relazioni affettive, contribuiscono a generare questa violenza, impoveriscono la libertà di tutti e tutte, costringono le nostre vite in gabbie invisibili.” 27 ora. Rete degli uomini.

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