SIMONETTA FIORI PER REPUBBLICA.IT

Per decenni è rimasto un tabù: le donne solo per il fatto di essere donne non potevano essere criminali. Streghe, piuttosto. Soprattutto matte. Qualche volta fattucchiere. Ma mai delinquenti comuni. Anche nell’efferatezza più bieca era difficile raggiungere la parità con il maschio. E se il sospetto di pazzia era più che pertinente per la saponificatrice di Correggio –  vittime ridotte a pezzettini e bollite in pentola insieme alla soda caustica – appare meno appropriato per Luigina Pasino che svariati decenni più tardi avrebbe ammazzato il coniuge al grido: “Meglio trent’anni di carcere che continuare a vivere con mio marito”. Luigina non fu spedita al manicomio ma si guadagnò lo stesso il titolo di “vedova diabolica”. Matte o non matte, furono tutte molto scandalose.

Le scandalose è il titolo del film scritto da Silvana Mazzocchi e Patrizia Pistagnesi  – per la regia di Gianfranco Giagni – che racconta  le nostre “women in crime” ma soprattutto mezzo secolo di costume italiano  (sarà presentato sabato al festival del cinema di Roma). Le protagoniste sono loro, le autrici di tremendi delitti i cui nomi fanno parte della storia nazionale – dalla contessa Pia Bellentani a Pupetta Maresca, da Rina Fort a Doretta Graneris – ma il cuore del docufilm è l’immaginario italico che stride sempre più prepotentemente rispetto a una realtà in tumultuosa trasformazione. Così il tratto terrifico di alcune storie, magnificamente evocate grazie ai materiali dell’Istituto Luce (che è anche il produttore del film), finisce per provocare un effetto comico se mescolato con la rassicurante iconografia perbenista di un Paese che vuole nascondere le sue ferite profonde.

L’equivoco nasce sotto il regime fascista, e non potrebbe essere diversamente. E a fronte della retorica littoria che celebra le sue mogli e madri esemplari, ecco irrompere sulla scena Leonarda Cianciulli, stravagante signora che trasforma le sue vittime in pasticcini o in saponette. Un orrore vero scaturito da un intreccio tra la follia, la deprivazione sociale, un analfabetismo che si nutre di chiromanzia, scongiuri, fatture e superstizioni. Siamo alla fine degli anni trenta e Nardina – che vediamo recitare meccanicamente la sua parte in un filmato inquietante – finisce dritta nel manicomio giudiziario di Aversa, il cui corridoio dalle mura scrostate rappresenta una sorta di filo conduttore delle Scandalose.

Ad Aversa sarebbe finita anche Rina Fort, che nell’immediato dopoguerra massacra con una spranga la moglie e i tre figli del suo amante. E vi avrebbe fatto un passaggio di sette anni  anche la contessa Bellentani – l’amante ucciso con la pistola estratta dal mantello di ermellino – cui venne riservato il privilegio del pianoforte. E pare che sia Nardina la saponificatrice sia Rina Fort ne attesero l’ingresso con ansiosa curiosità per poi ascoltare le sonate al piano di Liszt e Chopin. A rendere più intriganti queste storie sono i racconti dei cronisti dell’epoca, che portano il nome di Camilla Cederna e Oreste Del Buono, Dino Buzzati e Tommaso Besozzi, più tardi Gianni Clerici e Stefano Malatesta. Fu la Cederna a ritrarre la bella Rina pallida sul banco degli imputati, non una lacrima sul suo viso composto, “una voce da bambina educata dalle suore”, la voce di chi si scusa per aver commesso non un efferato delitto ma una lievissima maleducazione. Ed è questo un altro piano narrativo delle Scandalose: la rinascita nel dopoguerra della cronaca nera che racconta la società italiana nelle pieghe più nascoste, un genere giornalistico totalmente oscurato ai tempi del fascismo, quando la censura imponeva il ritratto di un’Italia senza crepe, florida e quieta.

 

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