sarchiè

LA SCOMPARSA

18 giugno 2014, Pietro Sarchiè commerciante di pesce, scompare nel nulla alle ore 7.58, ultimo contatto con la moglie. Ogni mattina, Pietro era solito recarsi ad acquistare il pesce nei vari mercati ittici per poi consegnarlo ai propri clienti abituali. Un giro di lavoro intenso, fatto di clienti affezionati che puntualmente lo attendevano. Pietro, onesto lavoratore, padre di due figli Yuri e Jennifer, marito di Ave. Una famiglia unita e felice. Un lavoratore instancabile oramai prossimo alla pensione, il meritato riposo dopo una vita di sacrifici spesi su strada dalle 2 della mattina alle 16 del pomeriggio, di tutti i giorni, inverno o estate, neve, pioggia o sole non facevano la differenza se non la stanchezza vissuta sulla propria pelle. A tutto questo e prima del decorso naturale della vita di un onesto lavoratore, ponevano fine a tutti i sacrifici quattro soggetti, quattro Catanesi che per motivi irrilevanti, abietti, organizzavano un agguato di tipo mafioso, uccidendo il povero Pietro con 6 colpi di revolver, gli davano fuoco e lo seppellivano sotto scarti di materiale edile nelle campagne di Casteraimondo.

sarchiè_evidenza

LE INDAGINI

il 18 giugno 2014 segna l’inizio del giallo. Quel giorno il commerciante ambulante di pesce scompare del nulla intorno alle 8 del mattino mentre fa il giro di consegne. I clienti che lo attendono non lo vedono arrivare. I familiari si preoccupano quando non risponde al telefono e allertano i carabinieri. Iniziano le ricerche dei militari della Compagnia di Camerino, comandata dal capitano Vincenzo Orlando. «All’inizio si pensava ad una scomparsa e cosi le attività sono state quelle di ricerca. Poi c’è stato un disturbo: sembrava che Sarchiè fosse andato verso Roma, è stato commesso un errore, ma vi siamo stati indotti in buona fede da una signora che credeva di averlo visto». Commenta in conferenza stampa il Procuratore di Macerata Dr. Giovanni Giorgio.

La scomparsa di Sarchiè del furgone rientrava in una logica. «L’intento degli assassini era far sparire ogni traccia di Sarchiè e del suo furgone. Secondo le modalità tipiche della criminalità siciliana di un tempo, la cosiddetta lupara bianca – dice il Procuratore Giovanni Giorgio –. Ad un certo momento mi sono reso conto che non si poteva più pensare ad una scomparsa e con l’aiuto dell’appuntato Maurizio Iannone dei carabinieri della Compagnai di Macerata, abbiamo delimitato una zona dove poteva essere il cadavere».

il 5 luglio il corpo senza vita di Pietro Sarchiè viene trovato semicarbonizzato, sotterrato davanti ad una chiesetta abbandonata di località Valle dei grilli di San Severino. A trovarlo un carabiniere che aveva sentito un fortissimo cattivo odore. Sul corpo ci sono dei fori di proiettile, uno gli è stato sparato alla nuca. «Dopo il ritrovamento ci fu una intuizione. Visto che il cadavere era coperto di detriti edili abbiamo pensato di cercare nei depositi. E la ricerca si è rivelata fruttuosa» continua il Procuratore Giovanni Giorgio. Infatti i militari arrivano al capannone di Santo Seminara e trovano parti del furgone del commerciante ucciso, oltre a un santino appartenuto alla madre di Sarchiè e a della documentazione. Da lì i carabinieri arrivano al nome di Giuseppe Farina.

All’inizio Farina è solo una delle tante persone sentite dai carabinieri in quei giorni. Ma le sue dichiarazioni insospettiscono gli inquirenti: «La cosa che mi ha indirizzato verso Farina – dice il procuratore – è che nel leggere le dichiarazioni che aveva reso ai carabinieri, quando ancora non era indagato, erano state molto circostanziate sulla mattina del 18 giugno. Mi sembrava come se volesse trovare una giustificazione». Inoltre un fotogramma di un autovelox lungo la provinciale 361, a San Severino, mostra come 20 o 30 minuti dopo il passaggio del furgone di Sarchiè, il 18 giugno, fosse passata una Y10 di colore rosso e nera usata da Salvatore Farina. A dire che in quel momento fosse lui alla guida dell’auto sono state le indagini sulle movimentazioni telefoniche. «Siamo stati fortunati ad acquisire i fotogrammi dell’autovelox prima che venissero cancellati – dice il procuratore –. Chissà, forse in questa indagine ci ha aiutato anche Sarchiè, perché su alcune cose siamo stati fortunati».

LE PROVE E LE ANALISI DELLE CELLE FONDAMENTALI Tutto secondo gli investigatori convergeva verso i nomi degli indagati. A cominciare dalle dichiarazioni rese dai Farina. Il padre aveva detto che la mattina del 18 giugno era uscito a portare a passeggio i cani, intorno alle 8, mentre il figlio dormiva. Ma i movimenti dei telefoni, analizzati dai consulenti della Procura, l’Analista Forense Luca Russo e il collega Daniele Peroni, dicevano altro: «Che quella mattina Giuseppe Farina aveva fatto su e giù dal capannone di Seminara a Castelraimondo. Mentre il figlio su muoveva con la Y10 per tallonare Sarchiè» dice il Procuratore Giovanni Giorgio. Fino alle 8 di quel mattino risulta una «intensa connessione telefonica tra loro. Che poi è cessata alle 8.Secondo la Procura, è poco dopo le 8 che è avvenuto l’omicidio. Lo diciamo in base a testimoni, a persone che hanno sentito colpi di pistola. Il delitto è avvenuto all’altezza della chiesetta di Arcangelo, in contrada Perito, in frazione Seppio di Pioraco». Lì è stata trovata una frenata sull’asfalto.

L’AGGUATO – Poco dopo le 8 del mattino, secondo la ricostruzione degli inquirenti, Salvatore Farina, alla guida della sua Y10 (che dopo il 18 giugno porterà a riverniciare di grigio e ne farà rifoderare gli interni) blocca il furgone di Sarchiè davanti alla chiesetta. Per farlo provoca una collisione frontale. Il padre Giuseppe, prosegue la ricostruzione degli inquirenti, è già lì ad attendere. Ha una pistola calibro 38 (con proiettili speciali, fatti per sparare al poligono quindi con minore carica propulsiva) con quell’arma, mai ritrovata, Giuseppe Farina ha esploso, per la procura, sei colpi contro Sarchiè mentre il commerciante si trovava sul furgone. I primi due colpi lo hanno colpito attraverso lo sportello. Un ultimo colpo gli viene sparato alla nuca. Fatto questo alle 8,45 padre e figlio portano il corpo di Sarchiè a Valle dei grilli dove nascondono il cadavere e in un secondo momento lo copriranno con materiale di risulta edile. Alle 9 raggiungono il capannone di Seminara, a Castelraimondo, per iniziare l’operazione di smontaggio del furgone che durerà tre giorni: dal 18 al 20 giugno. Il pomeriggio del 20 Farina viene visto con altre due persone (secondo gli inquirenti il figlio e Torrisi) a bruciare qualcosa, per gli investigatori parti del furgone di Sarchiè. Ad aiutare a smontare il furgone avrebbe partecipato anche Torrisi.

IL MOVENTE «Riteniamo che a sparare sia stato Giuseppe Farina – conclude il procuratore – e il figlio ha fatto attività di supporto. Da tempo Farina nutriva un risentimento verso Sarchiè colpevole, tra molte virgolette, di svolgere attività di vendita di pesce con successo. Cosa che a Farina non andava a genio e voleva liberarsi dei concorrenti».

IL 2 DICEMBRE E’ il giorno del deposito delle indagini tecniche di Russo e Peroni, che «hanno effettuato una ricostruzione delle movimentazioni telefoniche di tutti gli indagati e in sostanza abbiamo capito dove fossero giorno per giorno. Con il deposito della relazione tecnica il quadro investigavo era competo» dice Giorgio. Che ha rivolto un messaggio alla famiglia di Sarchiè: «Con loro sono in debito, non nascondo di provare commozione pensando al loro. Sono brave persone, volevamo dare loro una risposta e sono contento che ci siamo riusciti. Pietro Sarchiè era una persona che conduceva una vita molto sacrificata, che si alzava alle 2 del mattino per andare a vendere il pesce. Era molto cordiale e molto amato dai suoi clienti». Soddisfatto dell’indagine il comandante provinciale dei carabinieri, il colonnello Stefano Di Iulio «è stata una attività di indagine complessa, articolata, difficoltosa». L’indagine, coordinata dalla Procura, è stata condotta dai carabinieri del Reparto operativo di Macerata, comandato dal colonnello Leonardo Bertini, e dai carabinieri della Compagnia di Camerino, e dai consulenti Russo e Peroni.

SETTE MESI «La mia scelta è stata di costruire una storia completa su questa vicenda, da ciò il fatto che sono passati 7 mesi per giungere ad una conclusione delle indagini – continua Giorgio –. Devo dire che le lamentele mi arrivavano, mi veniva chiesto: “Come mai così tanto tempo?” Ma nella vita qualche volta bisogna avere pazienza».

Allo stato attuale i Farina sono stati condannati all’ergastolo in primo grado.

Salvatore Farina

LA DEVOZIONE E L’IMPEGNO DELLA FAMIGLIA SARCHIE’

Molteplici le iniziative prese dalla figlia Jennifer unitamente al fratello e la moglie Ave, in onore a Pietro. Il 3 Agosto 2014 si organizzava la  Fiaccolata a Pioraco, il 10 Agosto 2014 fiaccolata a Fiuminata, il 22 Agosto 2014  a Visso, il 30 Agosto 2014 Fiaccolata a SanBenedetto Del Tronto.

Diverse le targhe dedicate a Pietro, l’11 Gennaio 2015 targa commemorativa oltre ad un concerto del Circolo Aldo Moro, il 6 Febbraio usciva la legge per la legalità in nome di Sarchie’ Pietro, legge nr 16 del 7 luglio 2014, il 22 Febbraio 2015 Targa commemorativa a Sefro, il 19 Aprile 2015 Cerimonia di commemorazione del Corpo dei Granatieri (Pietro ne faceva parte fin da giovanissimo) nel luogo del ritrovamento del corpo zona Valle dei Grilli, San Severino Marche. Il 18 giugno 2015 anniversario per un anno dalla sua scomparsa veniva istituito un monumento nel punto dell agguato, zona Seppio (Sellano di Pioraco), il 22 giugno 2015 giorno del compleanno di Pietro veniva organizzata in suo onore una grande manifestazione a Roma con tanta gente e altre famiglie vittime di omicidi, in quell’ occasione la figlia Jennifer riusciva a farsi ricevere dal Palazzo do Giustizia, il 20 Novembre 2015 un convegno per la Giustizia, il 15 maggio 2016 ci sara’ la messa e la commemorazione con Targa  a Fiuminata. Altre commemorazioni sono in corso di organizzazione, la prossima per i 2 anni dalla scomparsa, 18 giugno 2016

CONSIDERAZIONI FINALI:

In qualità di Consulente della Procura su analisi di reato e rilievi sugli spostamenti effettuati dagli indagati, attività svolta con il collega Daniele Peroni, riscontro come la Procura, per mezzo dell’alta competenza investigativa e logica del Procuratore Capo Dr. Giovanni Giorgio, non ha mai tralasciato nessun particolare su questa indagine. C’erano momenti in cui anche io, pur lavorando in prima linea, non riuscivo a comprendere le motivazioni di tanta “pignoleria” nel farci ripercorrere più volte le fasi dell’omicidio dalla scomparsa al ritrovamento, all’occultamento del furgone e delle prove, quando a nostro avviso tutto oramai sembrava chiaro. Il Procuratore invece, voleva blindare il processo e avere la certezza che quanto fosse emerso sarebbe stata una fonte di prova certa e non una supposizione. Il tempo gli ha dato ragione in quanto il quadro investigativo appare certo, senza ombre di dubbio, ottenendo poi la confessione dell’agguato e dell’omicidio da parte del padre Farina il quale, di fronte a quanto ricostruito non poteva che ammettere, conducendoci nei luoghi analizzati noi e i Carabinieri riconfermando quasi precisamente quanto emerso.

Un caso di sana Giustizia, dove l’unico intento è stato quello di fare luce, chiarezza e trovare i responsabili di un gesto così ignobile. Un lavoro fatto nel massimi rispetto dei ruoli. Giustizia è fatta, ora si è in attesa dei processi per Santo Seminara e Domenico Torrisi.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata