“Voglio dormire fino all’arrivo della morte, senza più soffrire”. Dino Bettamin, 70 anni, macellaio di Montebelluna da cinque malato di Sla, ha chiesto di porre fine alla sua vita con la sedazione profonda e ci è riuscito. “Era una chiara richiesta di sedazione basata su un chiaro sintomo refrattario, dato da un’angoscia incoercibile anche con farmaci e trattamenti psicologici – spiegano gli infermieri di ‘Cura con Cura’, la società privata che dal 2015 si occupa dell’assistenza domiciliare del paziente – nonostante tutta l’umanità e la professionalità con cui è stato assistito nelle varie fasi della patologia”. L’uomo, che ha iniziato a chiedere la sedazione dopo l’ultima crisi respiratoria, non ha chiesto di chiedere di spegnere il respiratore perché l’ipotesi di morire soffocato lo terrorizzava. Cosi, dopo aver fatto interrompere la nutrizione artificiale, si è fatto aumentare il dosaggio di sedativo dalla Guardia Medica. Il giorno seguente la dottoressa dell’assistenza domiciliare ha continuato con la somministrazione dei farmaci che l’uomo assumeva regolarmente.  “Mio marito era lucido – racconta la moglie – e ha fatto la sua scelta”. La figlia Agnese, invece, ha chiesto di rispettare la loro privacy e il silenzio. Il direttore generale dell’Ulss 2 Francesco Benazzi sul caso di Dino Bettamin, invece, ha precisato che “dal punto di vista etico i nostri medici hanno la strada segnata del Comitato di bioetica”. Sempre per Benazzi gli operatori sanitari nello specifico “hanno assolto il loro compito in scienza e coscienza. Un paziente può dire basta con i farmaci, lenite il mio dolore e idratatemi”.

La sedazione può considerarsi eutanasia? Tempo fa la Società italiana cure palliative e la Federazione cure palliative hanno diramato una nota per fare chiarezza sulle pratiche di sedazione profonda: “Ribadiamo con forza che nulla hanno a che fare con l’eutanasia o con il suicidio assistito pratiche terapeutiche che sono invece pienamente legittime e che vengono correttamente utilizzate per rispondere ai bisogni dei malati che si avviano alla fine della loro vita, quali la sedazione palliativa/terminale o la rimodulazione e la desistenza terapeutica nei confronti di trattamenti sproporzionati o futili rispetto alle condizioni cliniche del malato e alle sue aspettative prognostiche, o a quanto il paziente stesso legittimamente decide rispetto alle possibili scelte terapeutiche”.

 

(Maria Tridico)

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