Vedere Antonio terrorizzato era il miglior passatempo di otto ragazzi, che si divertivano dunque a maltrattare il 66enne con problemi psichici. L’episodio di Manduria ha dell’incredibile e nelle pagine relative al provvedimento di fermo viene considerato e descritto come “profonda e ingiustificata spietatezza”. Ma se da una parte vi è stato un assordante silenzio da parte dei cittadine del paese, dall’altra c’è chi ha invece deciso di infrangere il muro dell’omertà: si tratta di una ragazza che ha confessato tutto il meccanismo che si nascondeva dietro quel giro di file diffusi via WhatsApp. Ma non solo: ha infatti identificato alcuni autori di quelle torture, tra cui il suo fidanzato.

La giovane non è stata tuttavia la sola ad instaurare una sorte di sinergia con la giustizia: anche due professoresse di uno degli arrestati minorenni avevano avvertito i relativi genitori: tutto era nato dal fatto che il ragazzino aveva mostrato alla docente lo spezzone di un video dell’aggressione. “Guarda professorè, sono io!”. “No, no, sono io!”, aveva ripetuto quando l’insegnante aveva inizialmente creduto che quel filamto fosse stato scaricato da Internet. La prof si è poi rivolta alla coordinatrice delle insegnanti di sostegno, a cui ha raccontato l’episodio per sollecitarla ad avviare i servizi sociali.L’arresto

Nella giornata di ieri otto ragazzi (di cui sei minorenni) sono stati sottoposti a fermo con l’accusa di tortura e sequestro di persona. Il gruppo aveva preso coscienza della gravità dei loro gesti quando sui giornali locali hanno letto che Antonio Stano era in coma. Da lì è iniziata una serie di messaggi tra gli aggressori: “Vagnu (ragazzi, ndr), un consiglio…eliminate tutto”, “Vagnu, li video di lu pacciu non li faciti vede a nisciunu”, “Io li ho cancellati”, “Tanto io non li tegnu, sobbra l’iPhone6 stanno”, “Sta girunu sti video, casomai va a finire a persone sbagliate”, “Vagnu, mò non ci andiamo più”, “Ma noi è da assai tempo che non andiamo però”, “Quindi non centriamo, va”, “Speriamo”, “Speriamo che non ce l’hanno con noi”, “Se non facciamo vedere i video a nessuno no”.

Nelle pagine del provvedimento il trattamento viene definito “inumano e degradante per la dignità della persona”, con tanto di “percosse, aggressioni con mazze e bastoni, lesioni, sputi, derisione, offese, bestemmie, incursioni, danneggiamenti, razzie”. E si aggiunge che il gruppo “era consapevole della debolezza della vittima riconducibile alla sua solitudine, allo stato di disagio sociale e ai suoi problemi psichici noti a tutto il paese”.

FONTE: IL GIORNALE

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