di Maria Tridico

Sono trascorsi vent’anni dall’omicidio della giovane studentessa Marta Russo, raggiunta alla testa da un colpo di pistola esploso dall’aula 6 del secondo piano della Facoltà di Giurisprudenza mentre lei e una compagna di corso attraversavano il vialetto dell’università La Sapienza di Roma. Marta muore a soli 22 anni. Una tragedia che ha visto tanti misteri irrisolti, due condanne e nessun movente che armò la mano dell’assassino. Alle 11,35 del 9 maggio del 1997, Marta Russo, cammina insieme all’amica Iolanda Ricci per i vialetti interni dell’università fra le facoltà di Scienze statistiche e Scienze politiche. Dall’aula 6, negli uffici dell’istituto di Filosofia del diritto, al secondo piano della facoltà di Giurisprudenza, una pistola esplode un colpo centrando la studentessa che si accascia al suolo accanto all’amica che le cammina a fianco. Le condizioni della ragazza appaiono subito disperate e dopo cinque giorni di coma, Marta Russo muore e i suoi organi vengono espiantati e donati. Tutte le piste sono aperte ed emerge già dalle prime indagini condotte, l’idea che l’omicidio sia opera di uno squilibrato oppure sia la drammatica conseguenza di un incidente: la ragazza non era sicuramente l’obiettivo di chi ha sparato.

Le perizie e le testimonianze che si arricchiscono di particolari giorno dopo giorno focalizzano l’attenzione su due giovani ricercatori della Facoltà di Filosofia del Diritto. Maria Chiara Lipari, assistente del direttore dell’Istituto di Filosofia del Diritto Bruno Romano, dichiara di aver visto nell’aula 6, la mattina poco dopo il delitto, una donna e due uomini, uno dei quali armato. Il primo uomo ad essere identificato è l’assistente del dipartimento Giovanni Scattone, gli altri due sono Francesco Liparota, usciere dell’Istituto, e Gabriella Alletto, segretaria. Viene coinvolto anche Salvatore Ferraro, collega di Scattone: Ferraro, secondo le dichiarazioni della Alletto, era presente in quella stanza e avrebbe nascosto nella sua borsa una calibro 22 a canna lunga utilizzata da Scattone, mai ritrovata.

I due giovani ricercatori sono stati sentiti fare discorsi sul “delitto perfetto” (che era materia oggetto del loro lavoro) e, visto che non conoscevano Marta Russo, potrebbe essere questo il movente dell’omicidio. Molte persone vengono coinvolte e poi prosciolte, solo Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro restano ufficialmente i colpevoli dell’inspiegabile omicidio della giovane studentessa.

Le settantuno udienze di processo che seguirono le indagini hanno accertato che ad impugnare la pistola dal quale fu esploso il colpo mortale fu proprio Giovanni Scattone e con lui era presente al momento dello sparo Salvatore Ferraro. Sul davanzale della loro finestra viene trovata infatti una particella binaria composta da bario e antimonio, compatibile con la polvere da sparo. Giovanni Scattone è stato condannato, in via definitiva, a 5 anni e 4 mesi di reclusione per l’accusa di omicidio colposo. A Salvatore Ferraro è stata inflitta una pena a quattro anni e due mesi per favoreggiamento. Tra gli imputati nel lungo processo per l’omicidio di Marta Russo anche l’usciere dell’università La Sapienza Francesco Liparota, accusato prima di favoreggiamento ma assolto dalla Cassazione il 15 dicembre del 2003.

Nel 1999 la prima sentenza: la Corte d’Assise condannò Scattone a 7 anni per omicidio colposo e Ferraro a quattro per favoreggiamento e assolse Liparota. Con le perizie, il 7 febbraio 2001, anche il secondo grado del processo confermò le condanne per Scattone e Ferraro, ma condannò anche Liparota (a quattro anni di carcere). Il 6 dicembre 2001 la Cassazione decise l’annullamento con rinvio della sentenza. Il 15 ottobre 2002 iniziò il secondo processo d’Appello, che si chiuse il 30 novembre: Scattone fu condannato a sei anni per omicidio colposo, mentre Ferraro a quattro anni e sei mesi e Liparota a due anni per favoreggiamento.

I giudici hanno dunque deciso ma su questo omicidio ci sono ancora oggi tanti misteri. Nel magazzino dell’impresa ‘Pul.tra’, la società che aveva l’appalto delle pulizie e che occupava una stanza proprio nel vialetto dove è stata uccisa Marta Russo, fu trovata una cartuccia a salve ossidata. Queste scoperte fecero venire a galla l’hobby del tiro a segno che avevano parecchi operai di quell’impresa. E’ proprio nell’armadio di uno dei dipendenti che viene trovato un tubo metallico di circa 30 centimetri ‘lavorato’, tanto che gli uomini della Digos avanzarono l’ipotesi che si potesse trattare di un silenziatore rudimentale “in fase di completamento”. A pochi metri di distanza dall’ingresso del magazzino ‘Pul.tra’, gli agenti trovarono “due scalfitture di proiettili” sul muro . Si tratta della prova che qualcuno in precedenza aveva sparato. Queste piste furono accantonate così come la presenza di particelle binarie simili al granello trovato sul davanzale dell’aula 6 in molti edifici adiacenti la scena del crimine. Infine, con la prova del puntamento laser, si riscontrò che il colpo poteva essere stato esploso dall’aula 6 ma altri esperimenti, effettuati da altre finestre, avevano dato il medesimo risultato.

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