giovanna fatello «Il mio incubo è iniziato il 29 marzo 2014. Quattro sono le parole che lo definiscono: rabbia, senso d’ingiustizia, impotenza e tanto, tantissimo, dolore». Scrive questo la signora Valentina Leoni, la mamma di Giovanna Fatello, morta il 29 marzo 2014 a Villa Mafalda, dove era stata ricoverata per un intervento di ricostruzione del timpano. Questa la lettera integrale apparsa sulla pagina Facebook  “Valentina e Matteo – Un processo per la verita” 

Sono stanca di tenermi tutto dentro. Voglio dire quello che penso, così come viene, senza filtro, assumendomi la responsabilità di ogni parola, ben sapendo che anche dopo che l’avrò fatto comunque non mi sentirò meglio. Il mio incubo è iniziato il 29 marzo 2014. Quattro sono le parole che lo definiscono: rabbia, senso d’ingiustizia, impotenza e tanto, tantissimo, dolore. Quello che vorrei fare, oggi, scrivendo queste righe è far capire cosa vuol dire sentirsi impotente di fronte a un’ingiustizia. O meglio, di fronte a un susseguirsi d’ingiustizie. In ballo c’è la morte di una bambina di dieci anni, mia figlia Giovanna, entrata in sala operatoria, perfettamente sana, per un’operazione come mi dissero “di routine” e uscita cinque ore più tardi senza vita (ben tre ore dopo essere stata dichiarata legalmente morta). Sono passati quindici mesi da quel maledetto sabato mattina, e nessuna delle 12 persone presenti in sala operatoria è stata in grado di fornirci una spiegazione plausibile, ma nemmeno di dirci due parole di conforto, di scrivere un messaggio di partecipazione, un telegramma, una cosa qualunque. Eppure anche loro hanno figli che amano fino alla follia e sui quali hanno proiettato sogni e speranze. Allora mi chiedo: com’è possibile che nessuno di loro, nemmeno per un attimo, sia stato in grado di mettersi nei miei panni? Io ho provato a mettermi nei loro e so per certo che non avrei pace. Non potrei dormire al pensiero di aver visto morire una bambina sana, ripeto, perfettamente sana, sotto i miei occhi. Perché nessuno parla? Perché nessuno ha il coraggio di dire cosa è successo quella mattina? Chi ha sbagliato? Perché, che qualcuno abbia sbagliato, ormai è fin troppo chiaro. Invece niente. Silenzio. Tutti sulle barricate, pronti solo a salvare la faccia, l’onorabilità della clinica Villa Mafalda e l’operato “più che professionale” dei medici e paramedici. Incuranti di aver spezzato le ali di una bambina e di avere distrutto la nostra vita per sempre a partire dal dott. Paolo Barillari, uno dei proprietari della clinica, che l’unica cosa che è stato capace di fare in tutti questi mesi, oltre che tappezzare la hall della sua “prestigiosa” clinica con i pochi articoli di giornale che sembrano sollevare la struttura da ogni responsabilità, è stato inviare qualche sms a mia sorella Damiana. In nome della loro presunta amicizia, dice di essere tanto dispiaciuto per quello che è successo, di avere la coscienza a posto anche di fronte a Dio (la vedo dura), ma già una settimana dopo la morte di Giovanna, forse ancora prima dell’apertura del fascicolo, è pronto a giurare che i suoi medici non hanno commesso sbagli, sottintendendo implicitamente che a essere “sbagliata”, forse, era la mia bambina. Senza contare che nell’ultimo pezzo di Repubblica, sempre lui, Barillari, si dice felice del fatto che la clinica e l’équipe interna siano uscite indenni da questa vicenda, scaricando indirettamente tutte le responsabilità sugli esterni, cioè sul Prof. Giuseppe Magliulo, il chirurgo, e sull’anestesista dott. Pierfrancesco Dauri. Forse non ricorda o forse fa finta di non ricordare che a consigliarmi il prof. Magliulo fu proprio lui, e che il dott. Dauri, che lavorava e che lavora presso Villa Mafalda, lo conobbi solo quella tragica mattina, per un minuto, mentre iniettava il farmaco anestetico a mia figlia senza averla mai vista né visitata prima, una “leggerezza” la sua, grave quasi quanto la mia, che ho mandato Giovanna al patibolo fidandomi di professori e primari ospedalieri che si sono rilevati del tutto inaffidabili e professionalmente e umanamente pessimi. Per non parlare del fatto che solo a tragedia consumata scoprii che lo stesso dott. Dauri, strenuamente difeso dal dott. Barillari, aveva un rapporto piuttosto stretto con la figlia del dott. Barillari stesso. Storie degne di una telenovela sudamericana. Uscita da quella clinica, sconvolta e distrutta, ammutolita dal dolore, sapevo che non sarebbe stato facile far valere le nostre ragioni contro una squadra di medici legati a doppio filo da interessi economici e obiettivi professionali. Uno per tutti e tutti per uno. Quello che non potevo immaginare, però, è che quel senso d’impotenza che mi attanaglia da quella drammatica mattina, mi avrebbe accompagnato anche in sede processuale, assistendo inerme a impasse burocratiche e legali che pensiamo esistano solo negli articoli di giornale, a indagini che non vedono mai la fine, ad archiviazioni (a mio personalissimo giudizio) sommarie, a un’omertà generale che ha dello sconvolgente, ad avvocati della difesa che in Tribunale nemmeno mi salutano, ma che quando si trovano a qualche tavolo di distanza in un ristorante che frequentiamo abitualmente, trovano invece il coraggio di avvicinarsi con un sorriso di circostanza al mio tavolo per dirmi: “Sa, io vengo in questo posto da tanti anni, ogni venerdì mangio qui insieme a un mio amico”. Come a dire: mica posso rinunciare a mangiare qui solo perché difendo qualcuno che è indagato per la morte di vostra figlia… Quel giorno non ho risposto per educazione, perché seduto con me c’era mio figlio (al quale poi ho anche dovuto spiegare chi fosse quel signore), perché non avrei saputo cosa dire, e perché trovo sconcia l’ipocrisia che si cela sotto questo gesto. Gentile avvocato, non mi ha salutato in tribunale, perché ora viene a parlarmi? La deontologia professionale s’impone solo all’interno di quelle quattro mura? Voi avete le vostre regole e forse siete abituati a indossare con disinvoltura una, dieci, cento maschere. Io no. Non sono capace e non m’interessa prendere parte a questa recita. Io sto semplicemente vivendo una tragedia. E se non posso pretendere di avere giustizia, anche se ci spero, voglio almeno un po’ di rispetto per un dolore lacerante che non auguro a nessuno, nemmeno a voi. Ma i medici e i tribunali, ahimè, non sono gli unici avversari di questa partita squilibrata.

“Non sono ancora in grado di dare una degna sepoltura a mia figlia”
Dopo il danno, infatti, è arrivata anche la beffa. A tutt’oggi, per incomprensibili e snervanti incoerenze burocratiche che nessun operatore del settore sembra riuscire a dipanare, non sono ancora in grado di dare una degna sepoltura a mia figlia, di trovarle un posto tutto suo dove poterle portare un fiore. Un luogo dove sentirla più vicina e, finalmente, piangere in pace. Insomma, dell’ultimo anno, a parte un dolore che non accenna a sfumare, resta il ricordo di una lunga catena di omertosi, egoisti, opportunisti e sciacalli che hanno scatenato in me un desiderio di vendetta mai provato prima. Un sentimento fino a ieri sconosciuto, che mi sforzo di reprimere ogni giorno, perché non mi appartiene, perché so non portare a niente. Il dolore non uccide, ma può farti ammalare. Perché questo sento, che mi sto ammalando di dolore, come un veleno che giorno dopo giorno m’intossica. Per questo oggi scrivo (contro il parere di tutti), perché ho bisogno di aprire uno sfiatatoio per allentare la pressione, per lasciare scorrere un po’ di questo veleno. Un veleno che fino a oggi ha avuto come unico antidoto l’affetto di decine di persone, parenti e amici, ma anche tanti sconosciuti, che continuano a manifestarci la loro vicinanza, la loro partecipazione, il loro amore, ogni giorno da quindici mesi a questa parte. Un affetto senza il quale, forse, non ce l’avremmo fatta. Matteo durante l’orazione funebre di Giovannina disse che nostra figlia gli aveva insegnato che l’amore è l’unico sentimento per cui vale la pena vivere. So che hanno ragione loro, ed è solo per questo che cerco in ogni modo di reprimere la rabbia che mi devasta. Il tormento di non poter vedere una figlia crescere. Le aspettative infrante, i sogni distrutti, la normalità che diventa struggente ricordo. Non cerco facili “mi piace”, compassione o applausi, avevo solo bisogno di sfogarmi, di far capire cosa si prova a essere me. Impossibile, lo so. Il pensiero lo respinge, perchéa morte di un figlio è contro natura, la cosa peggiore che possa capitare. A me è capitato.

Valentina Leoni 

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