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A ricordarlo, sulla pagina Facebook a lei dedicata, è la sorella Mina, la stessa sorella che si è battuta perché il caso dell’omicidio di Palmina Martinelli venisse riaperto dalla Cassazione. Oggi Palmina, se non fosse stata bruciata viva, avrebbe compiuto 49 anni.

LA STORIA

La Corte di Cassazione ha deciso di riaprire il caso di Palmina Martinelli, la ragazzina di 14 anni che l’11 novembre 1981 fu cosparsa di alcol e bruciata all’interno della sua abitazione di Fasano, in provincia di Brindisi. Sono passati 35 anni e Mina Martinelli, oggi 50 anni, una delle sorelle della vittima, più grande di lei di un solo anno, non si è arresa. Per la morte di Palmina, infatti,  deceduta al Centro grandi ustionati di Bari dopo venti giorni di agonia e due di coma, nessuno ha pagato. Nonostante l’adolescente dal letto di morte sia riuscita a indicare chi le aveva dato fuoco con un filo di voce e rispondendo alle domande di un allora giovane magistrato della Procura di Bari, Nicola Magrone. Con l’assistenza del primario del Centro ustionati, il professor Tommaso Fiore, Magrone rivolse delle domande alla ragazza, che aveva ustioni sul 70% del corpo: “Chi ti ha fatto del male?”, si sente il giudice chiedere a Palmina nella registrazione, che ancora oggi, dice Mina Martinelli, «ad ascoltarla mi provoca tormento ed emozione». La voce dell’adolescente, incisa sul nastro magnetico, è flebile ma chiara: “Enrico e Giovanni”, disse. “Puoi dire anche il cognome di queste persone?”, le chiese allora il magistrato. Con voce sempre più sofferente, Palmina rispose: “Uno Costantino, l’altro non lo so”. E alla domanda “Cosa ti hanno fatto?”, la ragazza sussurrò: “Alcol e fiammifero”. Enrico e Giovanni sono fratellastri, il primo di cognome fa Bernardi, il secondo è Costantini. Furono processati, ma il 22 dicembre 1983 la Corte d’Assise di Bari in primo grado li assolse per insufficienza di prove. Quattro anni dopo, nel 1987, la sentenza venne confermata in Appello e nel 1988 dalla Cassazione. Per il sistema giudiziario italiano, quindi, Bernardi e Costantini non sono oggi più processabili in un procedimento che riguardi l’omicidio di Palmina. La riapertura del processo, però, servirà a chiarire tutti i lati oscuri di uno dei femminicidi più efferati della storia del nostro Paese e, molto probabilmente, di uno dei più grossolani errori giudiziari d’Italia. Oltre a ridare a Palmina quello che le è stato negato insieme alla vita: dignità e verità. Perché l’adolescente fasanese, per la giustizia italiana che ha mandato liberi quelli che lei ha indicato come i suoi spietati carnefici, quel pomeriggio del 1981 si diede fuoco da sola. Si sarebbe suicidata per una delusione d’amore.

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Racconta Magrone, il magistrato che sulla vicenda ha scritto anche un libro e che oggi, abbandonata la toga, è sindaco di Modugno, alle porte di Bari: «Il racconto che Palmina mi consegnò fu supportato da una serie di riscontri. In primo e secondo grado fu decisa l’assoluzione degli imputati per insufficienza di prove. La Cassazione andò oltre, stabilendo l’assoluzione perché il fatto non sussisteva, ritenendo quindi che non si fosse trattato di un omicidio, ma di un suicidio. Se dovesse passare questa verità, di Palmina resterebbe l’immagine di una calunniatrice. Palmina non mentì, ma in punto di morte denunciò con grande coraggio quello che le era accaduto. Ed è giusto che a distanza di 35 anni lei ottenga quella giustizia che l’opinione pubblica le ha già tributato».

Una verità alla quale, in sette anni di processi, ben 31 giudici dei tre diversi gradi di giudizio non vollero prestare ascolto. «Probabilmente», ha detto lo stesso Magrone in più di un incontro pubblico, «se Palmina fosse stata figlia di un giudice, non sarebbe andata così. Lei ha pagato per la povertà del contesto in cui viveva». «Ho un rimpianto», ama aggiungere Magrone: «avrei voluto solo dirle che le credevo. Adesso, a distanza di anni, se tornassi indietro le direi che io credevo a quello che lei raccontava»

Palmina Martinelli non era figlia di un giudice e l’ambiente in cui era nata e cresciuta era quello di una famiglia umilissima, composta da padre disoccupato, madre casalinga e ben undici figli. Aveva lasciato prestissimo la scuola e a lei era stato affidato il compito di curare i fratellini più piccoli. Era bella, Palmina, e, nell’ingenuità dei suoi 14 anni, si considerava la fidanzata di uno dei due che poi avrebbe indicato come i suoi aguzzini. Era innamorata di Giovanni Costantini, che  aveva cinque anni più di lei e stava facendo il militare a Mestre, vicino Venezia. Il pomeriggio del giorno in cui l’avrebbero cosparsa di  alcol per poi darle fuoco, era stata vista per strada, nei pressi della parrocchia dove stava frequentando il corso di catechismo per la cresima, mentre discuteva con un suo coetaneo che aveva messo in giro la vocedi avere avuto rapporti sessuali con lei. Palmina dovette subire non solo l’umiliazione di essere additata come una “poco di buono”, ma fu pure schiaffeggiata dal padre e dal cognato. Tornò a casa e lì fu ritrovata dopo un paio d’ore dal fratello Antonio, mentre cercava di spegnere la torcia umana in cui si era trasformata nel piatto della doccia.

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Durante il primo processo, proprio Antonio e un’altra sorella di Palmina, Franca, sarebbero stati protagonisti di ritrattazioni. I due imputati per la morte di Palmina, infatti, non erano estranei ad ambienti malavitosi che in alcune articolazioni portavano in sé il germe di quella che sarebbe stata definita la “quarta mafia”, quella pugliese. Fasano, grosso centro del Brindisino, ha numerose frazioni che si affacciano sul mare, già allora meta dello sbarco di carichi di sigarette di contrabbando dai Paesi balcanici. Le “bionde” in seguito viaggiavano insieme a casse cariche di armi destinate alla malavita organizzata. Costantini e Bernardi, entrambi di Locorotondo, paese in provincia di Bari il cui territorio confina con quello di Fasano, erano nel giro della prostituzione nel quale era finita proprio Franca Martinelli, costretta dal Bernardi a prostituirsi insieme alla madre del malavitoso in una chiesa sconsacrata. Franca, che dovette cedere a un ricatto fatto attraverso la sua bambina di pochi mesi, venne “marchiata” dal suo sfruttatore con uno sfregio sull’anca  con una lametta. Tanto che Bernardi e Costantini, nel processo di primo grado per la morte di Palmina, vennero scagionati dall’accusa di omicidio, ma condannati a cinque anni per sfruttamento della prostituzione. Palmina morì probabilmente proprio perché osò ribellarsi all’idea di cominciare a vendere il suo corpo e dovette subire quella orribile punizione. Lei, da adolescente innamorata, probabilmente aveva sognato un futuro insieme a quel ragazzo di cui si era invaghita, non certo però fatto di mercimonio della propria carne. Una lettera di addio che avrebbe dovuto avvalorare ulteriormente l’ipotesi dell’omicidio, scritta da Palmina, fu invece utilizzata dalla difesa degli imputati per suffragare l’ipotesi del suicidio. C’era scritto: “Mamma. tu mi capisci e io lo scrupolo non me lo mantengo e allora sono andata a vedere tutte queste fesserie che mi hanno detto Mimmo, Catia, Vito ecc. Papà mi chiude Cesare mi stropia tu chi sei che fai (letterale, ndr) io vi dico mi sono stufata ADDIO PER SEMPRE».Per l’accusa, però, questa non era una lettera di addio alla vita. Palmina era solita firmarsi con la sola P puntata e un perito grafologo stabilì che non solo dopo la P erano cambiati penna e colore dell’inchiostro ma che quel “PER SEMPRE” era stato aggiunto da un’altra mano proprio per far pensare al suicidio. Lo stesso perito dimostrò che la grafia era proprio del Bernardi. Palmina Martineli, 14 anni, bruciata viva l’11 novembre 1981 nella sua casa popolare di Fasano, non era, però, figlia di un giudice.ν

 

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