La famiglia di Lidia Macchi, la ragazza uccisa con 29 coltellate nel gennaio 1987, si è costituita parte civile nell’udienza preliminare davanti al gup di Varese Anna Azzena a carico di Stefano Binda, arrestato lo scorso gennaio con l’accusa di avere ammazzato la studentessa.

Sono presenti in aula la mamma e la sorella della vittima, assistite dall’avvocato Daniele Pizzi. Presente in aula anche Stefano Binda. Dopo la costituzione della parte civile, è in corso la discussione di alcune eccezioni sollevate dalla difesa.

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“Non c’entro nulla, non ho ucciso Lidia e non ho inquinato le prove né potrei farlo”. Lo dice Stefano Binda (nella foto sotto), 48 anni, in carcere dallo scorso 15 gennaio per l’omicidio della studentessa Lidia Macchi, uccisa nel gennaio di 29 anni prima, nel 1987. Lo fa per la prima volta dall’arresto davanti magistrati ribadendo quanto aveva già detto tramite i suoi legali, gli avvocati Sergio Martelli e Roberto Pasella. Ed è accaduto nel corso dell’udienza per il ricorso contro la proroga di tre mesi della custodia cautelare.

In precedenza, l’uomo si era avvalso della facoltà di non rispondere quando era stato interrogato dal gip di Varese e dal sostituto procuratore generale di Milano Carmen. Le dichiarazioni spontanee di Binda sono state rese davanti al tribunale del riesame di Milano, che deve pronunciarsi sul pericolo di inquinamento delle prove. Restano però per i magistrati il pericolo di fuga e di reiterazione del reato.

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