SIMONA MUSCO PER ZOOMSUD

Giuseppe Pilato «era capace di intendere e di volere». Sono queste le conclusioni alle quali sono giunti Maria Ciafone, medico specialista in psichiatria ed igiene e medicina preventiva, e Giovanni Malara, specialista in psichiatria, incaricati dal presidente della corte d’Assise di Locri, Fulvio Accurso, di comprendere se l’uomo, accusato di aver ucciso la moglie, fosse lucido quel tragico giorno di due anni fa. Sussiste sì una «instabilità emotiva che ha determinato, nel corso degli anni, frequenti oscillazioni dell’affettività» ma ciò non ha assunto «quella connotazione di gravità che giustifica la diagnosi di un severo disturbo dell’umore».

Sono 45 pagine piene di ricordi, descrizioni, frammenti di una vita vissuta insieme da Giuseppe e Mary Cirillo. Una vita, quella della donna, spezzata da un colpo di pistola nella sua casa di Monastarace, secondo l’accusa proprio per mano di quell’uomo che le aveva dato quattro figli. Un amore tormentato, fatto di tradimenti e tentativi di lasciarsi, per poi tornare, ritentarci, senza successo. Un amore terminato in una pozza di sangue e nel dolore di due famiglie, cambiate per sempre dalla tragedia. Pilato, difeso dall’avvocato Giuseppe Gervasi, si è dichiarato subito innocente: lui Mary, la sua Mary, l’ha solo trovata senza vita. E ha anche affermato di stare male, da tempo, di essere depresso, instabile. Secondo i periti, però, Pilato, sotto il punto di vista dichiarativo, propone «un profilo del suo funzionamento “normale” che è caratterizzato da realismo, vivacità, dedizione al lavoro, abilità, efficienza; tutto ciò contrasta con l’assoluta eccessività dell’illustrazione di forme di sofferenza mentale che, tuttavia, non si accompagna a coerenti manifestazioni di dolore morale né evoca la deriva della endogenizzazione». È logico, ordinato ma si contraddice, anche negli stati d’animo. E per i periti vuol dire solo una cosa: Pilato sapeva cosa stava facendo. Pilato intendeva e voleva.

IL RACCONTO DELL’OMICIDIO – Il 18 agosto 2014 Pilato si alza male. Non si sente bene, non ci sta con la testa, «come se ero un’altra persona». È a casa dei suoi genitori, con le due figlie femmine. La prima a passare da casa è Sofia, la figlia grande. Vuole prendere dei vestiti per cambiarsi, prima di uscire. Torna dai nonni e restituisce le chiavi al padre. «Verso le tre e mezza o le quattro del pomeriggio, ho preso le stesse chiavi che avevo dato a mia figlia e, dopo aver fatto un giro in macchina in paese per prendere un po’ d’aria, sono andato anch’io da Mary a prendere degli abiti per cambiarmi – spiega -. Quando sono arrivato lì la porta era aperta ed ho visto quello che era successo… mia moglie era a terra, il pavimento pieno di sangue. Le ho messo la mano sul petto e mi sono reso conto che non respirava. Non sapevo che fare… mi sono inginocchiato tenendomi la testa… pieno di paura e di pensieri e poi ho sentito piangere il bambino che era nella sua cameretta, nella culla; ho preso il piccolino, Salvatore (…) e l’ho portato a casa, dai miei genitori. Ho lasciato a Sofia le chiavi di casa ed il bambino e sono scappato senza parlare con nessuno. Se avessi avuto una pistola mi sarei sparato… stavo male… più di prima… pensavo che se ci fosse stato qualcuno in casa magari avrebbe fatto del male pure a me… (…) ho pensato a scappare con la macchina che ho lasciato alla stazione di Guardavalle per poi camminare nelle campagne fino a Badolato… senza mangiare nulla… (…) ho dormito in una di quelle cupole di cemento della guerra, coprendomi con una coperta vecchia che ho trovato (…). Non ho idea di chi possa essere stato; ho pensato ad un certo Fabio perché Mary ha avuto una relazione con lui, poi ho pensato ad uno di Guardavalle con il quale aveva avuto un’altra relazione…». Un racconto troppo dettagliato, troppo fluido, che non convince i periti. E Pilato nega che prima di quel tragico giorno ci siano state liti o malumori. «Quella mattina non avevamo litigato – spiega -. Avevo mandato un solo messaggio quel pomeriggio con scritto ti amo…»

I RISULTATI DEL TEST – «Nel complesso i risultati del test non indicano la sussistenza di deficit prestazionale in ambito neurocognitivo». La sua intelligenza, la sua capacità di difendersi e mettere in risalto i propri problemi psichici «depongono univocamente per una piena capacità di intendere e volere, nonché di contenere le proprie pulsioni ed i propri istinti prima ed al momento del fatto», affermano gli esperti. Alla loro relazione, a giorni, si affiancherà quella dei periti nominati dalla difesa. Ma quella attualmente in mano al presidente Accurso parla chiaro. Sono quattro gli incontri nel carcere di Vibo tra i periti e Pilato. Quattro incontri durante i quali l’uomo racconta la sua vita con Mary, i suoi problemi economici e con la salute. «Stavo male», ha raccontato a Ciafone e Malara. Lui e Mary si erano conosciuti da ragazzini. Si erano innamorati subito, quando avevano 10 anni. Ma solo qualche anno dopo i due si fidanzarono. Lui aveva 17 anni, lei 18. Dopo due anni convolarono a nozze. Per amore, perché sognavano una vita insieme ma anche perché Mary era rimasta incinta.

LA GELOSIA E LE LITI CON MARY – Tra i due le crisi di gelosia erano frequenti. Era lei, sostiene Pilato, quella più gelosa. Si erano traditi e talvolta, per sfogarsi, lei faceva «scenate pubbliche» o lo prendeva «a schiaffi». Lui, invece, si descrive come «individuo maturo», capace di ragionarci su. «Io non la prendevo tanto sul serio – racconta – ero più forte ed evitavo di arrabbiarmi». Un sentimento, la gelosia, che prima ha negato di aver provato, salvo poi ammetterlo. Ma solo a causa delle «continue scenate messe in atto dalla moglie», come se fossero le accuse della donna a generare in lui quello stato d’animo. Dichiarazioni caratterizzate «da aperte e franche incongruenze interne», scrivono i periti. «Non sono mai stato geloso, ho avuto un sacco di donne io… ma dopo quel periodo sono stato geloso… che periodo? – si chiede – Non mi ricordo il periodo… tutta questa storia della gelosia è nata dalla gelosia della moglie… io scherzavo… facevo finta di essere geloso… nel 2011 ero molto geloso… appena uscivo di casa mi venivano dubbi… non la seguivo perché stavo male». Pilato avrebbe provato «indifferenza» per i tradimenti della moglie, ciononostante chiese i tabulati telefonici del suo cellulare e puntò un’arma alla tempia della donna, per terrorizzarla. Un episodio, questo, che l’uomo descrive con freddezza ai periti. «Pilato, armandosi di un superficiale sorriso, sdrammatizza tale fatto riferendo che l’arma da lui impugnata era la “scacciacani” che egli utilizzava nelle feste di fine anno», appuntano gli esperti. Il tutto senza chiarire perché il padre gettò poi quella pistola in mare né come potesse considerare questo comportamento un scherzo.

UN MATRIMONIO «TRANQUILLO» – È così che il giovane descrive il suo rapporto con la donna. Salvo poi ammettere una conflittualità durante almeno gli ultimi cinque anni, a causa, sostiene, dell’ingerenza delle famiglie nella vita di coppia. Poco prima dell’omicidio i due si stavano anche ravvicinando, pensando di trasferirsi in Germania. Ma il racconto non convince i periti. «Approssimativa, generica e poco credibile – scrivono – appare anche la descrizione delle modalità con le quali i coniugi superavano queste liti: Pilato riferisce infatti che la pace sopraggiungeva “al telefono… per i bambini… mi diceva vieni a casa, parliamo un po’… io andavo a casa e stavamo insieme… una volta che ero in casa vi rimanevo… mia moglie ha sempre avuto un carattere forte… io prima parlavo al telefono… la facevo scaricare… lei gridava… sapendo questa cosa la facevo sfogare al telefono…”».

I PROBLEMI DI SALUTE – Pilato comincia a stare male nel 2011. «In quel periodo piano piano ho cominciato a star male, credo per tutti i problemi che c’erano con Mary (…) Io mi sentivo che stavo male ma è stata mia moglie a dirmi che dovevo andare da un dottore». Non la ascolta quando parla, il suo umore è cupo. Vada alcuni medici, gli dicono che è depresso, che è a causa dello stress e che parlare lo aiuterà. «Ho preso pillole antidepressive, gocce tranquillanti e un farmaco per dormire (…) Avevo pure pensieri strani, come se tutti, compresi i miei familiari ce l’avessero con me, mi prendessero in giro – racconta -. Dopo nove mesi di cura, ma nei primi mesi ero testardo e diffidente, ho visto dei miglioramenti, ho ripreso la vita regolare ma non era proprio come prima». Disturbi che si sono ripresentati anche dopo l’incendio che ha distrutto il suo negozio, nel 2012. «Non mangiavo, non bevevo, non andavo in bagno per mesi e mesi; stavo male e, anche se andavo al negozio, non mi occupavo di niente o di pochissimo – spiega -. Ero rigido, teso, senza sentimenti, senza provare nulla; gli dicevo che non potevo vivere in quella maniera. Il secondo periodo di malattia è stato molto peggiore del primo… e non mi sono più ripreso. Qui, in carcere, dopo che sono arrivato qua… mi sentivo morto, che ero un’altra persona, come se mi avessero scambiato».

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