Poco prima delle 18 di ieri, giovedì 9 giugno,  la Corte di Cassazione ha messo la parola fine alla lunga e travagliata vicenda giudiziaria e processuale che ha travolto padre Fedele Bisceglia, accusato di violenza sessuale ai danni di una suora che prestava servizio nell’Oasi francescana, la struttura d’accoglienza da lui  fondata a Cosenza. La Cassazione ha rigettato totalmente il ricorso presentato dalla Procura generale di Catanzaro che il 22 giugno del 2015 aveva assolto Padre Fedele e condannato, invece, per un solo capo di imputazione il suo ex segretario Antonio Gaudio che dovrà scontare tre anni e quattro mesi di reclusione.

Dopo nove anni padre Fedele era stato assolto perché il fatto non sussiste dalla Corte d’Appello di Catanzaro. L’accusa per lui era di violenza sessuale nei confronti di una suora che per un periodo aveva lavorato nell’Oasi francescana di Cosenza, la struttura di accoglienza realizzata dal frate, che offriva ricovero a  sessanta emarginati tra ex prostitute, ex tossicodipendenti e senzatetto. Struttura che in seguito alle vicende giudiziarie del frate, è passata sotto la gestione diretta della Curia cosentina.

Prima dell’assoluzione, il frate  era stato condannato a nove anni e tre mesi dalla stessa Corte, ma poi la Cassazione aveva annullato la sentenza con rinvio. Il segretario di padre Fedele, Antonio Gaudio, è stato invece condannato a tre anni e quattro mesi di carcere per una violenza su una ospite dell’Oasi e assolto per l’accusa di violenza sulla suora perché il fatto non sussiste.

Lo scandalo scoppiò a fine gennaio 2006. Il frate, allora 70enne,  fu arrestato per violenza sessuale continuata, anche di gruppo.  Ad accusarlo fu una suora quarantenne del suo stesso ordine. Accuse rinforzate dalle testimonianze di altre tre donne, ospiti della struttura. Il pubblico ministero ipotizzò tra i capi di accusa anche la violenza di gruppo.

I giornali fecero a gara per pubblicare le intercettazioni allegate all’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Ma i cosentini, che padre Fedele Bisceglia lo conoscevano proprio per quel suo non essere mai “sotto” le righe, non credettero a una parola di quello che leggevano.

Il frate non aveva mai fatto mistero del suo debole per le donne e il suo linguaggio era sempre stato molto franco, a tratti perfino imbarazzante per gli interlocutori che se lo ritrovavano di fronte.

Frate ultrà rossoblù sugli spalti del San Vito a tifare i Lupi, mai convinto dello strano “suicidio” del calciatore del Cosenza Denis Bergamini, investito da un camion sulla statale 106 Jonica (e il tempo anche su questo gli ha dato ragione: la procura di Castrovillari sta procedendo per omicidio dopo anni di battaglia della famiglia), redentore di pornostar nei salotti tv, dove padre Fedele era invitato perché si sapeva che la sua presenza faceva aumentare gli ascolti, il personaggio ben si prestava a ricoprire il ruolo di sessuomane indemoniato in una vicenda dai contorni boccacceschi.

Nessuno, però, a Cosenza, anche se le intercettazioni potevano farlo pensare, credette che avesse potuto usare violenza. Lo sostenne con forza, e non solo perché suo dovere professionale, l’avvocato Tommaso Sorrentino, deceduto qualche anno dopo a causa di un tumore e che quindi non ha potuto vedere trionfare l’impostazione che lui aveva dato all’impianto difensivo.

Il Tribunale di Cosenza, condannando padre Fedele,  ignorò completamente le 300 pagine che documentavano come la stessa suora avesse denunciato altri presunti stupri subiti a Roma, i cui autori furono però scagionati ritenendo l religiosa inattendibile.

Dell’innocenza di padre Fedele  sono rimasti sempre convinti i cosentini, che hanno continuato a dare sostegno economico ai banchetti che il frate e qualcuno che gli era rimasto vicino allestivano nel corso principale di Cosenza.

C’è un particolare, di non poco conto, che i giornali (tranne alcuni, la Stampa in particolare, con i reportage di Marco Sodano) non hanno mai messo in rilievo dall’inizio della vicenda: l’autocandidatura di padre Fedele Bisceglia, presso la Curia cosentina, alla gestione della “Giovanni XXIII” di Serra d’Aiello, sempre nel Cosentino, avanzata più volte mesi prima del suo arresto.

L’istituto è diventato tristemente noto come “clinica degli orrori”.  Solo Nel 2010 è  stato chiuso e sgomberato: trecento ricoverati (malati di mente, invalidi e anziani) erano ricoverati da anni, tenuti in condizioni igieniche pessime, tra gli escrementi, e solo una inchiesta della Procura di Paola aveva  evidenziato tredici scomparsi, quindici presunti omicidi e un centinaio di casi di lesione aggravata. Tanto che i Ris di Messina, primo caso in Italia, dovettero allestire un ospedale da campo presso il cimitero del piccolo paese delle Serre perché si ipotizzava che i pazienti deceduti fossero stati seppelliti in loculi ufficialmente vuoti.

La struttura, di proprietà della Curia, era in stato di abbandono e si era dimostrato un pozzo senza fondo:  dopo la scomparsa di 13 milioni di euro, a cui se ne aggiunsero altri quindici destinati ai contributi, l’istituto si era ritrovato sul lastrico, con pignoramenti su pignoramenti. Un buco che aveva portato a 27 rinvii a giudizio, tra i quali quello del “prete in Harley Davidson”, don Alfredo Luberto, all’epoca 47enne, che amministrava la clinica.

Nella sua abitazione  i finanzieri trovarono disegni di De Chirico, scatole piene di ori e argenti, preziose stilografiche, una rara collezione di orologi, una scultura di Giacomo Manzù, mobili di lusso. In mansarda una sauna e una palestra.

Don Luberto è stato condannato in via definitiva in Cassazione nel 2013 a cinque anni per bancarotta fraudolenta.

A differenza di padre Fedele, che  ha denunciato il fatto  nella conferenza stampa precedente al verdetto della Corte di appello di Catanzaro che lo ha assolto, a don Luberto la Curia cosentina non ha mai impedito di continuare a celebrare messa.

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