“Sentenza storica” è stata definita quella emessa ieri, 7 giugno 2016, dalla terza sezione civile del Tribunale di Bologna che ha condannato il ministero della Giustizia e la Presidenza del Consiglio a risarcire con la somma di 100 mila euro Letizia Marcantonio, madre di Rossana Jane Wade, strangolata a Fiorenzuola il 2 marzo 1991 dal fidanzato a soli 19 anni. L’assassino, Alessandro Maggiolini, oltre ad essersela cavata con la pena irrisoria di 15 anni e otto mesi, non ha mai onorato la parte della sentenza che lo obbligava ad un risarcimento in denaro alla famiglia della sua vittima. È nullatenente l’uomo, che tuttavia, dopo soli 12 anni di carcere, s’è già sposato e rifatta una vita.

Rossana

Mamma Letizia non si è mai arresa in questi 25 lunghi anni, pretendendo il riconoscimento dei propri diritti. Ha così portato in superficie l’ulteriore beffa che la giustizia italiana riserva alle vittime e ai loro familiari, spesso pesantemente penalizzati dal punto di vista economico dai costosi percorsi processuali. Il giudice Alessandra Arceri con  la sentenza in oggetto mette lo Stato davanti ai propri doveri, sanzionandolo per le inadempienze in ordine alla direttiva europea n° 80 del 2004 che prevede che gli stati membri indennizzino le vittime di reati violenti dolosi, qualora  il reo non sia in grado di ottemperare ai suoi obblighi. Finora lo Stato Italiano ha riservato questo trattamento di favore alle vittime di terrorismo, strage, delitti di mafia, non equiparando a queste le vittime di altri reati violenti.

Una strada aperta, una via giudiziaria che altre vittime di reati violenti dolosi, da qui in avanti potranno percorrere. E di familiari di vittime nella situazione descritta, vi assicuro che ce sono davvero tanti.

Su proposta di Vanessa Mele e dell’avvocato Anna Maria Busia è già stata approvata una legge che esclude dalla reversibilità della pensione della vittima, il coniuge assassino. Importante conquista, cui è seguita di recente un’ulteriore proposta che ha le stesse ispiratrici e che  ha acceso i riflettori sui retroscena di reati violenti, dei femicidi in particolare, in cui ci si sofferma soprattutto all’aspetto criminologico e al background culturale sotteso, oggetti di giudizio e pregiudizio, ma non si va oltre. Trascurando il dopo, però, si perde un ottimo metro di misura per capire cosa c’è realmente dietro l’enfasi retorica della gelosia, della passione, della paura dell’abbandono, e tutte le belle favole alle quale ci ostiniamo a credere. Chi sia il brav’uomo, anche quando si protesta pentito per ovvia convenienza, lo si vede quando si tratta di risarcire il danno. Le sentenze, così parche di anni di detenzione, che – lo capiamo – gravano sulle casse dello Stato, generalmente si fanno generose quando si tratta di stabilire l’indennizzo, dal momento che tocca al reo liquidarlo alla parte offesa, insieme alle spese processuali. E se si sparano cifre a tanti zero, si fa vedere che la Giustizia ci va pesa e sanziona a dovere il criminale! Tanto che i giornali pubblicano le somme per intero, come se quel denaro, triste prezzo di una vita, fosse già nelle tasche dei destinatari. Ora, anche qui la beffa che s’è vista riguardare “l’indegnità a succedere” relegata ad un articolo del codice civile – un pianeta a parte rispetto al penale, per cui il diritto richiede oneri e fatica- riemerge a prolungare la pena senza fine delle vittime. Eh sì, perché mentre la legge con una mano dà, con l’altra toglie o allontana. Il giudice che in sentenza stabilisce l’indennizzo come parte integrante della condanna, lo fa consapevole delle consistenze patrimoniali del reo, poiché visure apposite sono presenti agli atti. Stabilire somme inadeguate alle risorse economiche del condannato, di per sé significa condannare i destinatari ad una inutile rincorsa dei propri crediti. Con le conseguenti spese. Da parte sua il colpevole, che in quanto tale è dotato di stomaco peloso, si attiverà per mettere al sicuro il patrimonio pregresso, se gli riesce, ma si guarderà bene dal farne comparire poi. Perché, e qui la legge è chiara, solo sulle risorse del reo il creditore può pretendere rivalsa, non sui beni di altri familiari. Che sarebbe anche giusto se lo stesso valesse per i congiunti della vittima. I quali, al contrario, se vogliono ottenere un minimo di giustizia, devono sborsare cifre esorbitanti per circondarsi di avvocati, periti, consulenti, anche se, lungi dall’aver commesso crimini, l’hanno subito. Ma le spese processuali non toccano al reo, se condannato?! Certo! A condizione che le paghi! E non è così scontato, vi assicuro. In materia ho esperienza personale.

Il giudice nel processo penale, dunque, stabilisce l’indennizzo: già in primo grado una provvisionale cosiddetta “immediatamente esecutiva”. Si fa per dire, ovvio! Perché per renderla “effettivamente esecutiva”, la parte offesa, destinataria della cifra, dovrà attivare un procedimento civile, col suo bravo avvocato che, fatti gli accertamenti, indichi la risorsa da precettare. Che potrà essere anche solo il TFR, quando esista, o lo stipendio se, uscito di galera, il brav’uomo riprenderà il lavoro. Il tutto, limitatamente ad un quinto striminzito. Sempre ammesso che chi di dovere, nello specifico il datore di lavoro, non faccia lo gnorri e ignori la sentenza. Anche qui faccio ricorso all’esperienza personale. Insomma, come spesso succede, non c’è trippa per gatti o ce n’è poca e le vittime rimangono a bocca asciutta. Non così lo Stato che sulla cifra chiesta e riconosciuta legittima in giudizio civile, riscuote le sue tasse, fregandosene alla grande se il beneficiario non ne ha mai beneficiato.

Così è: provare per credere. Come sempre il reo è tutelato e con lui la sua famiglia. Ma a nessuno preme la tutela della vittima e dei familiari suoi che, pur nullatenenti devono far fronte a spese per le colpe altrui. Si trovano oberati, oltre che della immane sofferenza – con tutte le conseguenze sulla salute psicofisica, e le relative necessarie cure – di procedure lunghe, stressanti, spesso umilianti, che si aggravano in presenza di minori, orfani della madre uccisa e del padre in carcere. Alla responsabilità educativa ed economica del crescere i bambini, si aggiunge l’ansia di perdere l’affido di quei nipoti, prolungamento di una vita amata e brutalmente sottratta e ragione di vita nel dolore. La pressione dei familiari del colpevole costringe a battaglie legali e l’ingerenza, non sempre di supporto, di servizi sociali e tribunali dei minori, aggiunge oneri, anche economici. La povertà diviene colpa in questi casi e non attiva contributi in denaro, ma mette in moto il circuito perverso della sottrazione dei minori, con costi ben più onerosi per lo Stato e pingui proventi per certe strutture interessate. Mentre per i detenuti c’è sempre chi prega e attiva progetti di reintegro, per le loro vittime l’attenzione è scarsa: quanto basta per ingiungere perdono.

Tanto per citare un caso, che pure ha scosso le coscienze per la crudeltà inumana, Patrizio Franceschielli, l’uomo che con fredda lucidità gettò il figlioletto di sedici mesi nel Tevere nella fredda mattina del 4 febbraio 2012, nullatenente nel corrispondere il dovuto alla madre di quel suo figlio ucciso, ha trovato modo di dotarsi in sede processuale di zelanti periti pronti a dimostrare la sua “predestinazione” alla violenza. Per deresponsabilizzare questo padre dal suo orrendo crimine, tirando in ballo le Neuroscienze, gli hanno scoperto nel DNA nientemeno che “alleli della malvagità”, marcatori genetici che, suo malgrado, gli renderebbero impossibile la scelta tra il bene e il male! Tutto per giustificare la sua “cazzata”!

Ma non c’è chi abbia avuto e abbia un gesto di attenzione per Claudia, quella madre “uccisa” nel modo più crudele per vendetta, la quale, pur giovanissima s’arrabatta in lavoretti saltuari. Per lei neppure un posto di lavoro s’è trovato. Risarcita? Ma da chi? Nullatenente il pover’uomo! Solo la solidarietà dei buoni offre a quella famiglia un po’ di amore. E c’è chi, a titolo gratuito, s’è fatto paladino di quel piccolo angelo volato in cielo, passando dalle acque torbide della cattiveria umana. L’avvocato Alberto Biasciucci sta lottando per far avere ai familiari del piccino il giusto risarcimento per un crimine indegno quanto la negazione di un minimo indennizzo.

Ci auguriamo che per mamma Claudia, come per Letizia Marcantonio e per le tante famiglie che hanno subito il peggiore dei reati, lo Stato per amore o per forza questa volta paghi.

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