E’ tornato in aula il caso sulla morte di Yara Gambirasio, la tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa il 26 novembre del 2010 e ritrovata senza vita esattamente tre mesi dopo.
Dopo dieci mesi e mezzo di udienze, e a un anno e undici mesi dal suo arresto, Massimo Bossetti, unico imputato per l’omicidio, sta per conoscere la pena richiesta dal pm Letizia Ruggeri: il rischio, per il carpentiere di Mapello, si chiama ergastolo. Al tribunale di Bergamo, infatti, è stato il giorno della requisitoria, in attesa della richiesta per il muratore. Al termine della sua requisitoria il pm chiederà la condanna dell’imputato, che con ogni probabilità sarà l’ergastolo. Cosa deciderà la Corte d’Assise, presieduta dal giudice Antonella Bertoja, si saprà a giugno. La data al momento più probabile per la sentenza (salvo rinvii) è il 10. Il 18 maggio parleranno invece gli avvocati di parte civile Enrico Pelillo e Andrea Pezzotta, il 20 e il 27 i difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini

LA MORTE DI YARA-. Una morte quella di Yara che è stata “uno stress agonico prolungato in un contesto di ipotermia. Non è stato un arresto cardiaco immediato, c’è stata un’agonia che non possiamo misurare, il cessare lento della funzione cardiaca”. Ma soprattutto un delitto che è avvenuto con crudeltà.

“Un’indagine senza precedenti in Italia e nel mondo sotto l’aspetto genetico e della biologia forense” ha detto il sostituto procuratore Letizia Ruggeri che ha così definito il lavoro svolto dal Ris di Parma, dalla polizia scientifica e da tutti i consulenti sul profilo di Ignoto 1, emerso dagli indumenti di Yara Gambirasio. Oggi, nel processo sul delitto della tredicenne di Brembate Sopra, è il giorno dedicato all’accusa.

“Da quando il profilo è stato individuato – ha ricapitolato il pm Ruggeri davanti alla Corte d’Assise – ogni sforzo è stato concentrato lì, perché era utile farlo, coinvolgendo tutte le caserme, la questura, i commissariati per una raccolta di campioni andata oltre le ventimila unità”. È il punto centrale per l’accusa, la prova regina. Quella traccia di Dna rintracciato sugli slip della vittima, proprio nel punto in cui il suo assassino li ha tagliati. Prima di ricordare quali sono stati tutti i profili genetici isolati dagli indumenti di Yara, il pm ha voluto mettere un punto fermo in merito al ritrovamento del cadavere e alle analisi degli anatomopatologi, accompagnate da rilievi di botanica e entomologia (lo studio di larve e insetti sui cadaveri). Chiara la conclusione dell’accusa sulla base di elementi compatibili con il luogo del ritrovamento: Yara ha camminato sul campo di Chignolo d’Isola, è stata ferita lì, uccisa lì ed è morta in quel luogo, dove è rimasta fino al ritrovamento, il 26 febbraio 2011.

Ill pm Ruggeri ha preso la parola alle 10, ricordando tutte le difficoltà, quando ancora non si sapeva che la tredicenne fosse stata uccisa. “Nei primi mesi – ha spiegato – delle indagini non avevamo davvero idea di cosa fosse successo, se si trattasse di un allontanamento volontario, di un omicidio o di altro. Nella via della famiglia Gambirasio abitano anche persone più benestanti e si è valutato persino il sequestro di persona per errore. Ci siamo davvero spaccati la testa su queste riflessioni, abbiamo valutato ogni posta possibile per riuscire a indirizzare le indagini”.

LE INDAGINI-. Indagini che però sono partite solo dopo il ritrovamento del cadavere. “Le celle telefoniche – ha spiegato il pm – sono state lo strumento a cui ci siamo affidati inizialmente. Si tratta di dati approssimativi, che indicano la zona di permanenza di un soggetto e le celle ci hanno detto che Yara Gambirasio, fino alle 18.55 aggancia due celle diverse ma comunque tutte compatibili con la sua abitazione e la palestra. Non esistono motivi per pensare che Yara non avesse fatto la solita strada per rientrare a casa. Un primo punto fermo sulle indagini arriva, comunque quel 26 febbraio 2011, con il ritrovamento del cadavere a Chignolo d’Isola. È in quel momento che si sgombera il campo da ipotesi residuali, e che si possono avviare indagini vere”.

UNA LENTA AGONIA-. Quanto accaduto, nei dettagli, resta un mistero. Ma ci sono alcune certezze: “La terra sotto le suole delle scarpe di Yara Gambirasio può risultare compatibile con un camminata sul campo. Le lesioni da contusione e quelle da taglio, inoltre, presentano comunque fuoriuscite di sangue. Sono quindi state inferte su un corpo ancora irrorato – specifica il pm -. Si può quindi pensare che la vittima sia stata colpita quando era ancora viva. D’altra parte il corpo non presenta ferite da difesa di alcun tipo. Ed è quindi presumibile che Yara Gambirasio, benché viva, mentre veniva colpita non fosse in grado di reagire”. Perchè la 13enne, racconta il pm: Era al buio, era sola, avrà provato paura e avrà provato dolore. Ha vissuto uno stress agonico prolungato”. Lo provano l’acetone e l’adrenalina ritrovati nel suo corpo in misura superiore alla norma.

floriana.rullo@crimereporter.it

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