di MARINA BALDI*

Perseguire ed indagare sui casi di violenza sessuale è certamente uno degli incarichi più difficili e complessi che possano capitare all’attenzione degli inquirenti e dei consulenti. Infatti quasi sempre non sono presenti altri testimoni oltre alla vittima, che, per poter dimostrare cosa è avvenuto e per poter dare strumenti utili all’individuazione di chi ha commesso il reato, deve sottoporsi a visite, esami medici ed imbarazzanti ma fondamentali incontri con gli inquirenti che devono ricostruire l’accaduto. Infatti quasi sempre è lo stesso corpo della vittima ed i suoi abiti che consentono alle forze dell’ordine di avere prove schiaccianti della colpevolezza di un sospettato e pertanto risulta immediatamente chiaro che la raccolta, la documentazione delle eventuali lesioni ed il trattamento dei reperti nell’immediatezza dell’evento criminoso diventano un punto fondamentale per la riuscita delle indagini.

L’esame fisico e la raccolta dei reperti biologici è un compito che spetta di solito al personale sanitario di Pronto Soccorso al quale è molto importante rivolgersi nel più breve tempo possibile: è infatti utile, sia per la riuscita delle indagini che per la ripresa psicologica della vittima, attuare una procedura che da un lato mostri accoglienza ed empatia con chi ha subito questo terribile trauma e dall’altro, invece sia regolata da protocolli precisi ed inattaccabili dal punto di vista procedurale.

E’ quindi di fondamentale importanza la sequenza di azioni da intraprendere quando perviene al PS una persona che dichiara di essere stata vittima di violenza e la preparazione degli operatori sanitari nello specifico campo forense: infatti è molto diverso avere a che fare con il prelievo e la conservazione di reperti da utilizzare in campo forense da tamponi e strisci vaginali prelevati a scopo diagnostico.

Per questa ragione il personale sanitario, e con questo termine si intende non soltanto il medico ma anche e soprattutto il personale infermieristico, deve avere una specifica preparazione in campo forense e possibilmente anche in campo psicologico per creare con la vittima la sufficiente empatia che aiuti medico e paziente a sostenere la difficile situazione e che renda più accettabile l’esame fisico che è fondamentale per la raccolta delle prove che sono necessarie sia nella fase iniziale per dimostrare la fondatezza delle accuse, che successivamente per rafforzare l’impianto accusatorio in sede processuale, ma che deve essere autorizzato dal paziente.

Più il soccorso medico è ravvicinato all’episodio di violenza, più sarà possibile trovare prove fisiche e lesioni che si associno al colpevole e che ne consentano la identificazione.

Nel momento in cui la vittima di una violenza giunge al Pronto Soccorso ha bisogno prima di tutto di sentirsi accolta e compresa, ma ha anche bisogno che l’iter di repertazione sia seguito alla lettera perché tutto ciò che possa essere utile sia recuperato e repertato.

Il corpo della vittima deve essere assimilato ad un’altra qualsiasi scena del crimine, e pertanto tutte le operazioni che vengono eseguite devono essere indicate e descritte nella cartella clinica del paziente, insieme alle generalità del sanitario che esegue le operazioni. Gli abiti, se ciò non è già stato eseguito dalle forze dell’ordine, devono essere maneggiati il meno possibile e con guanti monouso ed inseriti ciascuno in una busta separata che dovrà essere sigillata.

L’esame fisico della vittima essendo un atto medico, ma associato ad un atto legale, dovrà essere autorizzato dal paziente e documentato con fotografie di eventuali lesioni con una dettagliata descrizione di quanto riscontrato da inserire nella cartella clinica. I prelievi biologici (che dovrebbero essere eseguiti entro 72 ore, pena la possibilità di non riuscire a trovare delle prove sul paziente) dovrebbero essere eseguiti con tamponi e spatole sterili e monouso che solitamente fanno parte di un kit da utilizzare in queste evenienze che dovrebbe essere disponibile in tutti gli ospedali, cosa che in Italia purtroppo non si verifica quasi mai.

Sarebbe altamente consigliabile che il kit contenga un numero congruo di tamponi, vetrini e provette, considerando che per ciascun punto di prelievo (vagina, retto, cavo orale e superfici corporee che si presentino sospette) sarebbe preferibile prelevare almeno 2-4 campioni distinti,

Chiunque maneggi i tamponi, le provette ed i vetrini, dopo averli fatti essiccare, deve sigillare ed etichettare i reperti con le proprie iniziali, il nome del paziente, la fonte del campione biologico e la data. In cartella deve essere descritta la modalità di prelievo, come questo è stato etichettato e chi lo ha eseguito ed infine chi era presente al prelievo oltre alla vittima.

Per avere la certezza che non vi siano manipolazione di tali reperti sarebbe anche opportuno fotografarne la confezione sigillata e siglata, per dare ulteriore certezza che la confezione che giungerà in laboratorio sia esente manipolazioni che possano averne alterato l’integrità.

Ovviamente le modalità della violenza possono essere le più disparate e certamente il riscontro di presenza di spermatozoi o di altre sostanze peculiari del liquido seminale saranno una prova estremamente specifica della violenza, ma anche in assenza di questi elementi non si potrà smentire l’aggressione, in quanto possono essere intervenuti fattori che hanno alterato i riscontri, come la possibile azoo-oligospermia (frequentemente associata ad uso ed abuso di sostanze stupefacenti od alcool), l’utilizzo di un profilattico, assenza di eiaculazione, violenza perpetrata con oggetti, lavaggio da parte della vittima che non sopporta quanto è successo, scorretta repertazione in ospedale.

Pertanto, da quanto sopra esposto si comprende facilmente che, perché in laboratorio si possa ottenere un risultato quanto più attendibile e probante, è fondamentale la fase preliminare all’analisi biologica. Solo un corretto comportamento della equipe medica multidisciplinare e degli inquirenti che assistono la vittima nelle prime fasi dopo l’evento criminoso, i quali devono collaborare nel modo più ampio possibile, consentirà di ottenere risultati davvero utili per ottenere giustizia.

 

*Genetista forense, collabora con Scomparsi & Crime Reporter per la sezione SCRNA DEL CRIMINE.

Laureata in Scienze Biologiche con lode presso l’Università “la Sapienza di Roma” nel 1980 e specializzata in Genetica Medica ha svolto tirocini sia in Italia sia all’estero (Philadelphia, Edimburgo, Barcellona.
Dal 1986 è Direttore Tecnico della Società Consultorio di Geneticasrl
Dal giugno 2001 è icritta all’Albo dei Periti presso ilTribunale penale di Roma per la branca specialistica “Genetica”
Dal gennaio 2002 al giugno 2002 è stata consulente presso ilD ipartimento di Medicina Sperimentale (Università degli Studi del?Aquila) come esperta per la Diagnostica Preimpianto.
Dal Marzo 2002 è iscritta all’albo C.T.U (Consulenti TecniciD’Ufficio) presso il Tribunale di Roma, Settore Civile
Dal Dicembre 2006 è responsabile della Sezione di Genetica Forense del Laboratorio Genoma di Roma
Dal 2009 docente di un modulo di “genetica forense” almaster di II livello in Criminologia e Scienze Forensi nel 2008 presso l’Università “la Sapienza di Roma”-
E’ stata CTU/CTP in cause penali e civili presso il tribunale di Roma e presso tribunali italiani per casi giudiziari di rilevanza nazionale, quali ad esempio:
– Delitto REA/Parolisi (I grado)
– Delitto Olgiata
– Delitto Avetrana (indagini preliminari)
– Delitto dei “Fidanzatini di Policoro” (riapertura caso)
– Delitto del Circeo (riapertura caso)
– Delitto di Via Caravaggio (riapertura caso)
– Delitto di Ponticelli (riapertura caso)
– Delitto delle Buranelle (riapertura caso)
– Caso “Smemorato di Collegno”
– Delitto Pasolini
Ha al suo attivo oltre ottanta pubblicazioni.

L’articolo è stato pubblicato una prima volta sul portale www.giuristiediritto.it

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