Il caso della minorenne di Melito Porto Salvo, stuprata per due anni da nove uomini nella connivenza generale, ha riacceso i riflettori sull’anima sporca di una società che non riesce a vergognarsi neppure davanti a simili orrori. L’orrore maggiore è innanzitutto ciò che questa ragazzina, a partire dai tredici anni è stata costretta a subire. Sequestrata “regolarmente” all’uscita da scuola, di fronte alla caserma dei Carabinieri, sotto l’occhio di tutti e portata in diversi luoghi appartati per soddisfare i “bisogni” sessuali di un branco di uomini di età compresa tra i 20 e i trent’anni.

La prima considerazione che mi viene è la seguente: ma che razza di sfigati sono questi maschi che nel pieno della loro giovinezza, devono ricorrere alla violenza, alla coercizione per far sesso. In nove contro una bimba indifesa: una grande prova di virilità, di superiorità maschile. Complimenti! L’immagine maschile ne esce esaltata! E me li immagino tutti in fila con i pantaloni calati, in attesa del proprio turno. Con quale criterio? In ordine alfabetico o gerarchico? Col numeretto?

C’è sempre un’altra domanda che mi faccio: ma come si concilia la proverbiale gelosia del maschio italico con cotanta generosa condivisione della stessa femmina? A meno che branco e stupro non siano … conditio sine qua non…

Insomma, come si dice: l’unione fa la forza. Minore è la forza individuale, maggiore deve essere quella collettiva. E poiché quella che qui emerge a livello individuale è solo una meschina vigliaccheria, si capisce bene il bisogno di amplificazione e supporto da parte del contesto sociale, che sarebbe un grave errore circoscrivere al paese calabro. Non è stato sufficiente il robusto plotone familiare a supporto di questi maschi eroici: l’uno figlio del boss locale, un altro figlio di un maresciallo dell’esercito, un altro ancora fratello di un poliziotto, prodigo di consigli su come uscire indenni dall’impasse, visto che, seppur in ritardo, il lordume è venuto a galla. L’intero contesto sociale si è affrettato ad unirsi al coro, ad eccezione di una minoranza di “stonati” che si vorrebbe tacitare. Parole e musica già li conosciamo: è un vecchio leitmotiv documentato già dalla Rai nel 1979 con “Processo per stupro”, che ritorna in auge ogni volta che a subire abusi sessuali è una ragazza, non importa se pure minorenne. A nessuno viene in mente che qui si dovrebbe parlare con cognizione di causa di pedofilia e che proprio per questo è ridicolo scaricare colpe e responsabilità sulla vittima. Però è sempre così che funziona e – abbiamo visto- non vi sfuggono neppure le menti più illuminate. Più volte l’ho sostenuto: la difesa patriarcale e maschilista, messa in campo dalla nostra società, disegna il maschio come essere incapace di intendere e di volere, irresponsabile delle proprie azioni. Mentre alla donna, già dalla tenera età, vengono attribuite lucidità, volontà, libero arbitrio, tanto da essere sempre “imputabile” anche del torto subito, ma non abbastanza per rivestire ruoli pubblici di potere, riservati ai maschi. Quelli incapaci.

Non stupisce, perciò, che la ragazzina venga additata dai benpensanti come “movimentata”, una “malanova” e perfino il parroco, con lo stile tipico di chi sa che da che parte conviene stare, assolve gli stupratori, facendoli diventare vittime e include la vera vittima nella categoria, a quanto pare così diffusa in paese, delle “prostitute”. Ora, andrebbe osservato che ciò che definisce una “prostituta” è l’erogazione di prestazioni sessuali a pagamento. Un mestiere, si dice, per cui si riceve in cambio denaro. Nel caso della ragazzina di Melito (e degli innumerevoli casi di stupro) non c’è “acquisto” di prestazioni, per cui è più corretto parlare di furto, di appropriazione indebita. Ammesso e non concesso che il sesso con una prostituta sia regolato da un “contratto” equo, lo stupro è sempre estorsione, una rapina a mano armata, perché effettuata con la coercizione e la violenza. Ma già sappiamo che solo quando si tratta di dar della puttana ad una femmina, in Italia non si bada a spese.

Però a quanto pare non è la “prostituzione” così diffusa a offendere il paese, a disturbare la quiete delle brave persone: sono le denunce degli abusi che danno fastidio, che turbano l’acqua stagnante di omertà, la cui superficie opaca nasconde il marciume sottostante.

Rompere il muro del silenzio richiede una forza immane. Soprattutto richiede un minimo di fiducia nella possibilità di trovare ascolto. È qui infatti che si gioca la partita. Con quali probabilità di vincerla?

Quelle che ha avuto Carmela Cirella, la tredicenne di Taranto sequestrata e stuprata da almeno due uomini? La famiglia denunciò subito la violenza sessuale subita dalla piccola, aprendo il doloroso calvario di un iter processuale durato 5 anni, contorto e stigmatizzato da scorretti giochi di prestigio già in sede di indagini, tesi a far scomparire prove e responsabilità, che da subito si è ritorto sulla giovane vittima, reclusa in una comunità dove, senza il consenso della famiglia le venivano somministrati psicofarmaci. Il contesto sociale ostile, come sempre, l’aveva bollata per “poco di buono”. Tanto che a soli 15 anni, nel 2007, al grido di “Io so’ Carmela” preferì spiccare il volo, per lasciare un mondo che l’aveva uccisa già da prima.

Quella di Carmela, purtroppo, non è l’unica vita violentata, distrutta da una società che non ha vergogna della propria ottusa e colpevole crudeltà.

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La stessa società che, nel momento in cui finge sdegno per la cronaca del momento, non perde l’occasione per sgravare la propria coscienza putrida, puntando il dito – guarda caso- se non proprio sulla giovane vittima (manovra inopportuna), sulla madre! Per fortuna c’è sempre una madre a incassare i colpi. La madre che sapeva (sapeva anche il padre!), ma ha taciuto. “Bisogna toglierle la figlia!” urla la sacra Inquisizione. Bene!!! Proprio come accadde per Carmela! Repetita iuvant?

Credo che peggiore dell’omertà sia proprio l’ipocrisia di chi spara sentenze capaci solo di ferire le vittime (anche la famiglia lo è), creando capri espiatori che spostano l’attenzione dai veri colpevoli e finiscono per assolverli, facendo il loro gioco. Mi piacerebbe che una volta tanto, anziché sgravare di ogni responsabilità gli autori di questi gesti immondi, ci si chiedesse: ma dove erano le madri e i padri, i familiari di questi omuncoli? Quale educazione hanno impartito ai loro figli? L’unica che conoscono: quella del sopruso, della violenza , dell’estorsione, in ossequio ad un codice d’onore così “onorevole” che costringe alla clandestinità, che funziona solo grazie al silenzio, alla connivenza altrui, frutto non di consenso, ma di paura.

A Melito Porto Salvo il quadro è ben riconoscibile. Non a caso a promuovere la manifestazione a sostegno della giovane vittima e disertata dai più è stata l’Associazione Libera di don Ciotti. Che c’entra? C’entra.

Come è stato possibile che abusi così inumani –ma poi saranno i soli?-, di cui molti erano a conoscenza, abbiano potuto continuare indisturbati per anni e ancora continuerebbero se le insegnanti non avessero trovato il coraggio di rompere il silenzio? È stato possibile perché il tutto rientra nelle normali strategie striscianti di cui si avvalgono mafia, camorra, ‘ndrangheta.

L’art.416 bis del c.p. descrivendo l’associazione di tipo mafioso, così si esprime:

L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, (…) o per realizzare profitti ingiusti per sé o per altri…”

Nicky Persico in “Spaghetti Paradiso” osserva:

Lo schema è in fondo semplice: un attentato, un omicidio o una ritorsione perseguono un obiettivo che va molto al di là del loro fine immediato. Devono ingenerare un messaggio di paura che, quando sarà sufficientemente diffuso, ne determinerà il timore verso l’organizzazione: servirà per assoggettare, per indurre chiunque ad avere il terrore anche di parlare. È così che si arriva al controllo, alla gestione “anche indiretta”. La sensazione di pericolo blocca la reazione delle persone che sono intorno al problema. Le rende, di fatto, complici omissivamente senza esserne consci. (…) E la paura è l’arma più importante, la base del sistema: non deve essere scalfita. Ecco perché la mafia colpisce platealmente chi si ribella, ecco perché colpisce chi parla, chi reagisce. Il metodo mafioso colpisce chi pensa.

Mantenere la paura è il vero obiettivo, dopo averla costruita a tavolino, a freddo, con azioni vigliacche perché se non possono colpire te, cercheranno di colpire qualunque tuo valore: lavoro, famiglia, amici.

Nessuno deve potersi sentire al sicuro, e questo deve essere ben chiaro, perché frenerà la reazione di altri e farà sembrare addirittura saggi tutti coloro che, ignavi, ignoranti, pavidi oppure opportunisti, dicono: “Chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni”.

Campa anche cent’anni, forse, ma essere vivi è un’altra cosa.

Questo trionfo del qualunquista, eretto a profondo filosofo, è la massima umiliazione che la razza umana può infliggere alla sua propria intelligenza: la viltà diviene virtù, agli occhi degli stolti, e il coraggioso è screditato, additato come incivile incosciente, perché magari strumentalmente accusato di essere un matto, un visionario, oppure irrispettoso dei rischi cui sottopose se stesso e i propri cari.”

 

È di stalking che si occupa Nicky Persico in Spaghetti Paradiso, in cui, con grande intuizione, individua l’analogia esistente tra mafia e violenza sulle donne quanto a criteri e metodo di azione.

Come si rompe il muro del silenzio? Certamente non mandando allo sbaraglio la vittima, per poi aggregarsi vigliaccamente al fuoco dei cecchini. Non certo accusandola per la mancata o tardiva denuncia, ma proteggendola, tutelandola, dandole pronta giustizia per il torto subito nel momento in cui esce allo scoperto. Saranno le risposte concrete, coerenti delle istituzioni a infondere coraggio ad altre vittime. O, nel caso contrario, quello che il più delle volte verifichiamo nei nostri tribunali, si potenzierà il sodalizio mafioso che “punisce chi si ribella”.

L’omertà è direttamente proporzionale alla latitanza dello Stato.

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