di Giovanna Ferrari

Quanto mi piace questo Bel Paese, così civile e a modo che riconosce il diritto di morire in modo dignitoso, confondendo però i confini tra il morire e l’ammazzare senza scrupoli e pentimenti, estendendo ad entrambi la stessa dignità.
E sia! A parte il caso specifico del superboss cui la Suprema Corte di Cassazione sembra voler rendere omaggio con tanto di inchino e baciamano di Stato, chiunque abbia avuto a che fare con la Giustizia nostrana sa bene che conviene stare dalla parte del criminale, che, almeno fino al terzo grado di giudizio, è innocente e degno di ogni rispetto e comunque, anche dopo la condanna, da commiserare con pubbliche manifestazioni di civilissimo buonismo all’insegna del “Perché lui e non io?!”. Che io poi su quel perché qualche idea l’avrei.
La vittima, invece, no, quella proprio non interessa a uno Stato di diritto, che qui mostra il suo rovescio. Né merita rispetto e umanità. Colpevole fin dalla prima denuncia, che è legittimo supporre sempre falsa. D’altronde, il concetto è chiaro: se l’accusato è innocente fino a giudizio definitivo, va da sé che chi l’accusa è ritenuto bugiardo e calunniatore. Ben che vada, perciò, chi di dovere compilerà, pur controvoglia, il verbale di denuncia. Spesso destinato a un apposito cassetto, in attesa del cestino (vedi per gli innumerevoli furti e truffe varie di cui il comune cittadino è quotidiana vittima, per cui non vale neppure più la pena di denunciare o gettare denaro in spese legali).

Diversa però è la prospettiva, se chi sta subendo il torto vede la propria vita privata di quella dignità che si vorrebbe garantita dallo Stato di diritto. Perché una dignità l’ha anche chi non può disporre di legali potenti e amici devoti, avendo condotto una vita onesta, ma proprio per questo grama.
Sto pensando, ad esempio, a tutte quelle donne alle quali ingiungiamo di denunciare le angherie subite dal partner. Di denunciare, perché se no è ovvio che sono consenzienti, masochiste e che perbacco il male che subiscono se lo meritano tutto, loro (l’umana pietà infatti va riservata a chi il carcere se l’è meritato per la sua inumana crudeltà). Ma, attenzione, perché se poi denunciano, immediatamente diventano presunte vittime: lo sono o lo fanno le vittime? Insomma, fin che non denunci sei oca, incapace, stordita, ma vittima; se denunci, ahi, immediatamente lo Stato di diritto ti guarda con sospetto e si attiva per smascherare la falsità della tua accusa. Con calma, però, non c’è fretta. Della qualità della tua vita di vittima o presunta tale non interessa un fico secco a chi inneggia al senso di umanità da riservare anche al peggior criminale.

Così, cara vittima, o meglio, tu che ti ritieni tale, metti in conto una lunga estenuante attesa di anni e anni, durante i quali tu e solo tu dovrai cercare di arrangiarti a sopravvivere (cosa non facile, ci dice la cronaca), senza alcuna tutela per te e i tuoi figli (anzi dovrai lottare con le unghie e con i denti per non vederteli sequestrare dallo Stato, quello di diritto), e senza alcun sostegno economico a garantirti un minimo di dignità. Quando poi, bontà sua, la Giustizia si troverà costretta a prendere in mano il tuo fascicolo sotto la pila dei faldoni che ritiene più importanti e urgenti (sempre che nel frattempo tu non abbia trovato morte –dignitosa?-) , dovrai pure dotarti di una “difesa” legale, se hai quattrini. E sottolineo se! E qui mi par di sentire il coro: ma per le vittime la legge prevede il gratuito patrocinio! Certo, basta aver fortuna. A volte davvero tanta. Ma per meritarla devi andare a bussare, a elemosinare aiuto, avere pazienza e non pretendere… caval donato…, comportarti insomma da “vittima virtuosa”!

Ma c’è anche chi s’è vista presa di mira dalla Guardia di Finanza, per aver approfittato del gratuito patrocinio avendo sforato per pochi euro la miseria del tetto massimo di reddito consentito per accedervi, il tutto per l’occasionale introito di una indennità di invalidità! Encomiabile efficienza delle nostre Fiamme Gialle in un Paese in cui si possono avere ville e appartamenti, senza “dar nell’occhio”!
E se hai retto al logorio fisico e psicologico di lunghi anni di attesa, di udienze rinviate per cavilli (il tutto sotto le minacce e le violenze del tuo “per la giustizia innocente” persecutore) e puoi tirare un sospiro di sollievo se ti è andata bene e la sentenza di primo grado condanna l’imputato (cosa per nulla scontata), non credere che sia finito il tuo calvario. E’ solo il primo grado di giudizio, cara! è ancora innocente quel signore e se la ride sotto i baffi perché sa che ha altre carte da giocare e che tu, dissanguata dalla battaglia legale fin lì condotta (perché hai capito come gira e l’avvocato hai finito per pagartelo), ormai sei alla frutta. Stanca, ferita, con lo strascico dei problemi sulla salute tua e di quella dei tuoi figli, che come te hanno vissuto anni di dolore, e senza più alcuna fiducia in questo civile Stato di diritto. Che si beffa di te. E che fa di tutto per sfiancarti. Tanto che le denunce che tu hai fatto ripetutamente nel corso dei molti anni della tua via crucis, anziché confluire in un solo procedimento penale, arrivano alla spicciolata, anche dopo sette-otto anni, scandendo la tua vita con un nutrito calendario di processi con udienze da inseguire, che prolungano all’infinito la sofferenza, lo stress, il dispendio delle ultime poche risorse fisiche, psichiche, economiche. E alla fine, ammesso che si arrivi a una condanna certa, la pena irrisoria sarà l’ultima beffa che ti tocca.

Quanto al risarcimento, te lo puoi scordare! Questa è ormai prassi consolidata. Il delinquente si guarda bene dal pagare, se no che delinquente sarebbe. E lo Stato, quello di diritto, non è da meno, perché questo lo sa e se ne frega. Per le vittime di reati violenti non c’è diritto che tenga e fa il sordo anche ai richiami della Corte europea. Al massimo, proprio perché civile Stato di diritto, risarcisce i transfrontalieri; ma se sei cittadina italiana, picche!
E allora mi chiedo: quand’è che tu, che non hai ammazzato nessuno, ma che hai visto calpestata la tua dignità di essere umano per tutto il corso della tua esistenza, avrai diritto a una vita dignitosa? O anche solo a una morte dignitosa? A quanto pare, la Suprema Corte di Cassazione il problema manco se lo pone.

Nb. Ogni riferimento a fatti e situazioni è assolutamente reale, mancano solo i nomi. Perchè l’elenco sarebbe troppo lungo.

 

Giovanna Ferrari è madre di Gilua Galiotto, vittima di femminicidio

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