Day e ri-day, cicli biologici e ricicli storici, anche quando sembra di aver fatto culturalmente un passo avanti, ecco lo scivolone che ti riporta alla preistoria. La ministra Lorenzin ha scatenato un bel putiferio con la sua campagna del Fertility day e le sue clessidre, cicogne, rubinetti sgocciolanti e babucce italiche che richiamano un recente passato del quale non dovremmo andar così fieri. E proprio lei, che in occasione dell’acceso dibattito sul ddl Cirinnà, si era battuta contro l’utero in affitto, lesivo della libertà della donna, ora non si fa scrupolo di sdoganare l’utero in proprietà … del demanio. Bene pubblico cui il Ministero della Salute si sente in diritto di sovraintendere. Che c’è di strano?- si difende la ministra- Una campagna come tante, come quella contro il tumore, o contro il fumo…

Con la piccola, sostanziale differenza che qui la faccenda non è esclusivamente di carattere medico, non attiene soltanto al campo della salute. Le implicazioni sono tante e le reazioni immediate che da più parti, anche dal fronte maschile, si sono sollevate contro questa infelice trovata, ne hanno individuate una lunga serie che pesca soprattutto nel welfare, nelle politiche sociali di uno Stato con un alto tasso di disoccupazione giovanile e forti discriminazioni nell’accesso al lavoro per le donne, che si accentuano proprio nella prospettiva della maternità.

Ma non sono ancora queste, a mio avviso, le ragioni che rendono “preoccupante” la leggerezza con cui una ministra riduce il tutto alla semplice prevenzione medica. Sempre che di “leggerezza” si tratti e non ci sia dietro il tentativo di reintegro di certo patriarcato, in crisi, barcollante, ma sempre ben puntellato sui presunti “valori” della famiglia tradizionale, che odora di incenso e di ostentata santità. Quegli stessi che fanno scrivere e vendere migliaia di copie a libri come “Sposati e sii sottomessa.” della Miriano, che, cavalcando lo spirito del Family day, esorta le donne a riprendere il ruolo tradizionalmente imposto di “schiave” del marito e del focolare, silenziose e consenzienti fattrici e allevatrici di figli. Uteri in proprietà, appunto: del marito innanzitutto, secondo quella logica di potere che viene dall’antichità per cui i figli devono assicurare una congrua discendenza all’uomo, al pater familias, che ne impone il cognome. Logica difficile da scalfire. La passività, l’assoluta marginalità della figura femminile, concepita ad uso e consumo dell’unico essere con brevetto regolare, ha informato il diritto di famiglia fino a pochi anni fa, ma continua a condizionare la vita e il corpo delle donne. Di cui perfino lo Stato può disporre. Che siamo disposti a riconoscerlo o no, l’emancipazione femminile, cioè la faticosa conquista di pari dignità e diritti accaparrati nei millenni dall’universo maschile, sta su a molti (uomini e donne). Le donne sono viste con ostilità, una minaccia al potere patriarcale nel momento in cui rivendicano per sé parità di opportunità e trattamento. Non a caso in questi giorni, a conforto dell’escamotage demografico della Lorenzin, c’è chi indica come unica soluzione per risollevare il tasso di natalità, la limitazione della scolarizzazione per le donne. In Italia, dove perdiamo tempo a far polemiche sul burkini! Per fortuna lo sfigato in questione ha una vera e propria tradizione di sparate improponibili, volte a richiamare su di sé un’attenzione che ha mendicato invano a sinistra e a destra, prima di arrampicarsi sugli altari e recensire messe! Neanche da cagare, perciò, tanto c’è abituato.

Scrive Massimo Recalcati nell’introduzione al suo libro: “Le mani della madre”:

L’ideologia patriarcale che oggi sta esalando i suoi ultimi e, talvolta, disperati respiri voleva ridurre l’essere donna a quello della madre. Solo la figura della madre poteva sancire una versione socialmente accettabile, benefica, positiva, salutare, generativa della femminilità. Invece la donna disgiunta dalla funzione materna appariva come l’incarnazione dei fantasmi più maligni: cattiveria, peccaminosità, lussuria, inaffidabilità, stregoneria, crudeltà.”

Il Ministero della Sanità sta forse cercando di rianimare il patriarcato moribondo?

babucce

Ma poiché la nostra Costituzione riconosce nella procreazione un atto cosciente e responsabile (così recita una cartolina “fertile”), direi che è su questo aspetto che dovremmo concentrarci. La maternità/paternità è una scelta che va oltre la fertilità. Implica innanzitutto consapevolezza , desiderio, maturità affettiva, un minimo di stabilità e sicurezza, non soltanto economiche. Una decisione meditata e ponderata, che si deve fondare su valori, senz’altro. Ma non implica necessariamente l’ingerenza ecclesiastica che, sotto lo spettro minaccioso del castigo divino,vorrebbe imporre anche a chi non professa lo stesso credo religioso quella procreazione obbligatoria da cui il clero si astiene, in una scelta di castità elettiva, più o meno effettiva. Della serie: “Fate quel che dico, ma non quel che faccio.” Da cui si desume che ci sono scelte consentite e di prestigio, altre negate.

Ancora da Massimo Recalcati apprendiamo che: “… la maternità non è mai un evento della biologia, ma innanzitutto un evento del desiderio. (…) senza sogno la maternità risulterebbe schiacciata sulla macchina del corpo come macchina di riproduzione impersonale della specie. È invece proprio il sogno a costituire la condizione per una maternità autenticamente generativa. È il sogno della madre che può far accettare a una donna un corpo che in gravidanza deve modificare le sue forme e apparire meno attraente, anormale, perfino deforme. (…) L’attesa imposta dalla gestazione non è quindi solo un processo fisiologico ma anche mentale: il bambino si nutre del pensiero della madre e dei suoi fantasmi.”

Essere donna non equivale automaticamente ad essere madre. Bisogna desiderarlo. Il desiderio poggia sulla libertà. Vorrei aggiungere che anche essere padre non esula dal desiderio e dalla libera scelta responsabile.

Benvenga l’informazione, se si limita a informare. La parte più squisitamente tecnica, scientifica è sicuramente la parte più apprezzabile del piano ministeriale, così come lo è il taglio paritario che viene dato al problema, tanto femminile quanto maschile. Sono le clessidre e i “datti una mossa” ad andare oltre, a passare dal piano informativo/preventivo a un qualcosa che sa di normativo. Col rischio di oscurare ciò che di positivo c’è nelle intenzioni del Ministero.

Perché fare un figlio non è solo una questione di ovuli e spermatozoi.

La giovane età sarà anche più favorevole da un punto di vista biologico, ma non è detto che lo sia sotto l’aspetto della maturità affettiva. Certamente occorre un’educazione che superi i molti tabù legati al sesso: che li superi, non che li consolidi nei vecchi stereotipi secondo i quali la femmina deve incanalare la propria sessualità per quell’unica funzione procreativa che giustifica (meglio: tollera) la sua presenza nel mondo, mentre per il maschio la pratica sessuale è esercizio di virilità, ossia proclamazione e consolidamento del proprio potere fallico, avulso dal coinvolgimento affettivo. Credo che accanto ad una corretta educazione sessuale si debba fare leva sui presupposti indispensabili a far sì che la relazione di coppia non si limiti al mero accoppiamento. E di questo c’è grande carenza. Prima di parlare di buone pratiche per sfornare figli, è urgente parlare ai nostri ragazzi – questo sì il più precocemente possibile – di amore. Anzi, di Amore! Di cui non c’è traccia nel rapporto più o meno consenziente che l’adolescente ha con la coetanea, al solo scopo di vantarsi con gli amici, bollando poi da “zoccola” la partner. Amore che è ben lontano dall’atteggiamento possessivo che non concede autonomia all’altro/a, che offende, denigra, abusa, maltratta. Che lo riduce a oggetto, a bene di consumo. I numeri drammatici che testimoniano la diffusione della violenza tra le mura domestiche, nella coppia, nella famiglia non possono essere ignorati in nome di un’ asettica prospettiva demografica. La vita non si espleta al momento della nascita: per tutta la sua durata lo Stato ha il dovere di tutelarne e garantirne la qualità, la sicurezza, il benessere psicofisico. Incentivare la procreazione, senza mettere in campo politiche adeguate per il contrasto alla violenza, che non siano i bluff dei camper o le contestate quanto risicate ore di educazione alla sessualità promesse dalla Buona Scuola, è, come si dice, mettere il carro davanti ai buoi.

A prescindere dal fatto inconfutabile che ciascuno, uomo o donna, ha il sacrosanto diritto di decidere se diventare o no padre o madre, la scelta di avere figli è sempre un momento delicatissimo nella vita di una coppia, spesso fonte di grande sofferenza, acuita proprio dalla pressione esterna, dalle aspettative del contesto sociale e culturale, che grava in modo più marcato, come s’è detto, sulla donna. Ma non ne è esente neppure l’uomo.

Che il desiderio di un figlio possa essere fonte di sofferenza proprio per le oggettive difficoltà riproduttive è esperienza comune a molte coppie, nel passato, come nel presente. Difficoltà che, con la tenacia, la pazienza, il supporto della scienza, della medicina e di politiche adeguate vengono superate, a condizione che tra i coniugi rimanga intatto o addirittura si consolidi il sodalizio affettivo, l’amore che li unisce. E che permette di passare sopra a tutte le difficoltà, affrontare sacrifici ed eventuali rinunce. Tante sono le coppie che hanno vissuto e vivono questa esperienza, mortificante e dolorosa sotto certi aspetti, ma comunque costruttiva.

L’amore esclusivo” non è quasi mai esente da dolori e problemi,  ma la gioia è nello sforzo comune per superarli” afferma Zygmunt Bauman dopo 62 anni di matrimonio.

Non sempre però è così. Proprio le aspettative sociali a volte scavano trincee in cui lo spettro dell’infertilità trasforma il partner in un nemico. E qui la matrice culturale del patriarcato gioca un ruolo devastante.

Mia figlia ne è stata vittima.

Lei aveva 30 anni, lui 4 di più. Regolarmente sposati in chiesa perché cattolici. Sicurezza economica e stabilità lavorativa. Nonni disponibili. Nessun impedimento di quelli indicati tra i deterrenti oggettivi. Un desiderio prorompente di avere figli, lei, sempre manifestato senza dubbi o tentennamenti. Lui, più tiepido, aveva rinviato, soppesato, valutato. Ma poi forse sì, doveva… più un dovere sociale che un desiderio autentico. E, una volta deciso, è subentrata l’urgenza. L’insuccesso –normale, fisiologico- dei primi tempi lo ha destabilizzato: una ferita per il suo orgoglio maschile. Perché i problemi di infertilità tutt’al più possono essere femminili. È lei che deve sottoporsi ad accertamenti e se purtroppo non emergono problemi, l’umiliazione di dover fare altrettanto è troppo forte per la sua immagine sociale. Basta. Non se ne fa niente. Questo figlio lui non lo vuole più. Si scava la trincea. Lei non capisce: perché arrendersi dopo solo pochi mesi? Non capisce che un maschio non può mettere in discussione la propria virilità. Ora lui non l’ama più, non vuole più legami e responsabilità. Meglio la leggerezza di una relazione clandestina. La moglie è d’intralcio alla sua felicità. La uccide. Con lei il suo desiderio di maternità, con lei le altre possibili vite in nuce.

Ma non le ha difese il nostro Stato quelle vite. Ha sputato livore su questa donna, ignorando la sua sofferenza, negandole perfino il diritto a chiedere un figlio al proprio marito, nell’ottica maschilista veicolata spudoratamente dalla perita del gip (donna) responsabile della perizia psichiatrica e, in ultima analisi, della sentenza.

C’è un’altra sterilità, ben più grave di quella biologica, di cui ci dovremmo occupare come prioritaria: la sterilità dei sentimenti, del pregiudizio, di certa ideologia che, ben lungi dal dare vita, dà morte e dolore. 

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