stalkingdi Maria Tridico

La parola stalking, divenuta ormai nota anche in Italia, spiega un fenomeno criminale in cui una persona viene ripetutamente perseguitata. Le conseguenze di questo comportamento così “pressante” possono essere da lievi a gravissime, a seconda del livello di gravità dello stalking messo in atto. Solitamente le donne sono le vittime più colpite: il 93% delle donne non denuncia il proprio aggressore, solo il 7 % delle donne denuncia. Sono morte oltre 120 donne solo nel 2013 e la maggior parte delle vittime non denuncia per paura. Ne parliamo con l’avvocato Agron Xhanaj che ha depositato la proposta di modifica legislativa dell’art. 612 bis del codice penale e che al nostro giornale dichiara: “auspico a breve di ottenere un ulteriore incontro in Parlamento per accompagnare personalmente questo importante percorso legislativo”.

Che cos’è lo stalking?

A differenza del reato di maltrattamenti, lo stalking non prevede necessariamente la reiterazione di lesioni o minacce, ma è sufficiente che reiterate siano anche delle semplici molestie, che però sono in grado di destabilizzare la serenità e la sicurezza della vittima, tanto che, per evitare conseguenze imprevedibili ed indeterminabili da parte dello Stalker e per evitare di incontrarlo, la vittima cerca di uscire dal suo raggio di azione, di visibilità e di controllo dello stalker e per fare questo, modifica necessariamente le proprie abitudini di vita. Ad esempio non percorre più una determinata via per recarsi al lavoro o altrove perché sa che il soggetto attivo (lo stalker) potrebbe inseguirla. Altro esempio, non frequenta più un corso per paura di uscire di casa.

Esiste lo stalking online oppure per stalking si intende solo una persecuzione reale?

Il modo moderno di comunicare aumenta la possibilità per lo stalker di mettere in atto le proprie intenzioni. Meno di vent’anni fa non esistevano i telefonini a diffusione di massa, non esistevano dunque gli sms. La gente telefonava dalla rete fissa o scriveva una lettera. Era dunque più difficile reiterare condotte in poco tempo e senza spendere molte risorse. Oggi, una delle condotte più tipiche dello stalking è rappresentata dalla comunicazione reiterata attraverso messaggi (sms, whatsapp o altro). Questo perché non serve muoversi, o spendere grandi risorse per comunicare, basta un sms. In pochi minuti si possono spedire decine di messaggi. Bastano anche pochi giorni o settimane; basta un mese per integrare il reato di stalking, se le condotte sono idonee a ledere il bene giuridico totale dalla norma. Viene da se, dunque, che anche la comunicazione online può configurare la condotta di stalking. Oggi lo stalker dispone di più mezzi di comunicazione, di cui anche internet, per compiere condotte persecutorie.

Che conseguenze ha la vittima di stalking?

Lo stalking è punito oggi fino a cinque anni di reclusione. Ma lo stalking deve (e sto combattendo perché questo venga riconosciuto dal nostro ordinamento) essere considerato anche un reato di pericolo. Significa che occorre accettare l’idea che il reato di stalking non è un reato a se stante, ma “l’anticamera” di un reato molto più grave, quale, violenza sessuale o perfino l’omicidio. Il vero pericolo dunque è rappresentato dalla concreta possibilità che lo stalker, se non fermato in tempo, possa compiere qualcosa di molto più grave.

Sono più colpite le donne o gli uomini?

Certamente più le donne. Questo è dovuto da un aspetto fisiologico. L’uomo ha la consapevolezza di essere fisicamente più forte della donna. Questo fa crescere in lui il senso di sicurezza, di potere e della possibilità di agire con la certezza che la donna ( se rimasta sola e quindi isolata) non rappresenta un pericolo per lui. Faccio un esempio semplice. Un uomo raramente colpisce una donna con un pugno. Si limita a colpirla con schiaffi. Questo perché ha la consapevolezza che basta lo schiaffo per farle male. Difficilmente invece un uomo colpirebbe altro uomo con uno schiaffo. Sa che lo schiaffo non sarebbe sufficiente per intimidirlo o per farli male. Per questo lo colpisce con un pugno. Dunque esiste la fisiologica consapevolezza nell’uomo che egli può controllare il soggetto più debole, sia fisicamente che psicologicamente (aspetto quest’ultimo assolutamente collegato al primo). Indubbiamente, quantomeno nella “normalità” il soggetto debole già fisicamente e’ individuato nella donna. Da qui nasce questa differenza netta tra i sessi. Gli uomini per le ragioni anzidette, rivestono più il ruolo dello stalker rispetto alla donna.

Come ci si può difendere?

Lo stalking e’ un reato di difficile attuazione e di difficile individuazione. Spesso si fa confusione deliberatamente al fine di strumentalizzare tale reato. Spesso non si riesce a comprendere in tempo che si è già vittima di stalking. Occorre sempre parlare con qualcuno, amica genitore, fratello sorella, con chiunque. Parlare consente a chi sta vicino, di fare qualcosa per la vittima che non è in grado di difendersi. Se possibile recarsi dalle forze dell’ordine e chiedere dell’ufficio che si occupa dei reati inerenti alla famiglia, quali maltrattamenti o stalking. Nei comandi dei carabinieri e nelle questure esistono degli uffici preposti per questo tipo di reato. Nelle piccole stazioni di carabinieri o piccoli commissariati questo e più difficile proprio per carenza di organico. Altrimenti, recarsi da un avvocato penalista può essere utile per avere un parere tecnico. L’avvocato, se esperto della materia, comprende in poco tempo se si tratta di stalking oppure no. Questo è importante perché può condurre la vittima ad attivarsi a propria tutela, prima che lo stalker abbia il pieno controllo della vittima e prima che faccia del male alla stessa.

Potrebbe spiegarmi la proposta di modifica della legge sullo stalking presentata alla Presidente della Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati?

La proposta nasce dall’esigenza di aiutare quelle vittime (soprattutto donne) che, proprio per la propria condizione di inferiorità psicologica causata dall’azione dello stalker, non sono in grado di agire. E’ tipico infatti che la vittima, proprio per paura di alterare l’ira dello stalker, cerchi di controllare la rabbia dell’aggressione, assecondandolo in ogni sua richiesta esplicita o implicita. La vittima dunque non reagisce e per questo non denuncia, con la conseguenza che non verrà mai aiutata e assistita. Oggi il nostro codice prevede tassativamente che sia la vittima a sporgere denuncia querela nei confronti dello stalker. I dati rilevati nell’anno 2013 sono sconcertanti e denunciano il malfunzionamento dell’attuale assetto della norma. Il 93% delle donne non denunciano il proprio aggressore. Solo il 7 % delle donne denuncia. Sono morte oltre 120 donne solo nel 2013. La maggior parte delle vittime non denunciano per paura. Quindi oggi il codice aiuta solo quelle donne che hanno il coraggio di denunciare. Ma non aiuta altro 93 % che non ha il coraggio di denunciare. Dalla mia esperienza professionale sono giunto alla conclusione che occorre un intervento legislativo affinché il delitto di stalking diventi reato perseguibile d’ufficio. Significherebbe che non serve più una querela, non occorre più che si la vittima a sporgere la querela. Può chiedere l’intervento dell’autorità chiunque sia in grado di aiutare la vittima. In data 8 maggio 2014 ho svolto un incontro in Montecitorio con il Presidente della II Commissione Giustizia Dott.ssa Ferranti che si e’ mostrata molto sensibile alla questione e mi ha manifestato interesse per individuare un percorso efficace per l’attuazione dell’iniziativa. Ho depositato la proposta di modifica legislativa dell’art. 612 bis del codice penale e auspico a breve di ottenere un ulteriore incontro in Parlamento per accompagnare personalmente questo importante percorso legislativo. Devo dire che si tratta di un tragitto che ho intrapreso personalmente, ma in pochi mesi sono stato affiancato da figure importanti che hanno mostrato interesse e solidarietà per questa iniziativa. Ho sempre trovato un grande sostegno nelle donne che condividono la necessità di tale intervento legislativo. Ho trovato sostegno anche nelle forze dell’ordine che spesso si sentono in grado di difendere le vittime perché non sporgono denuncia querela nei confronti dei propri aggressori. Non mi illudo che le cose cambino in fretta, ma sono certo che parlandone sempre, riusciamo ad aiutare a parlare quelle donne che soffrono in solitudine e abbandonate a se stesse e al proprio aggressore. Devono capire che non sono sole e che se vogliono possono farsi aiutare. Ma devono farsi aiutare. Devono reagire. Chiedere consigli alle forze dell’ordine o a professionisti specializzati in materia penale.

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