La giovinezza è felice perché ha la capacità di vedere la bellezza. Chiunque sia in grado di mantenere la capacità di vedere la bellezza non diventerà mai vecchio.”

Scritta sopra l’immagine di un ragazzino ritratto a grandezza naturale su una parete, nello stretto spazio tra due porte, questa massima, sibillina come il responso di un oracolo, riassume lo spirito che anima una delle esperienze più affascinanti e uniche di integrazione tra arte e scuola. A Sassuolo (Mo), nella Scuola Primaria San Giovanni Bosco, dal 2008 la Bellezza, di cui i bambini sono portatori sani e vitali, sta progressivamente colorando il grigiore di una routine scolastica che troppo spesso invecchia precocemente scolari ed insegnanti. Un percorso museale, una mostra d’arte contemporanea, che attende e merita di essere meglio valorizzata per il suo grande contenuto culturale, mediante l’apertura all’intero territorio e oltre, al di là dell’orario e dei bisogni della scuola.

Quando ho saputo dello Splash Museum, ho pensato ad una mostra permanente dei lavori realizzati nel tempo con le classi, a testimoniare la creatività, i percorsi, i progetti di cui la scuola è da sempre promotrice e artefice, opere di pregio, che costano tempo e impegno e che è davvero un peccato gettare a fine anno. Ma qui si va ben oltre. L’eccezionalità si respira. Si avverte sulla pelle, si percepisce come elemento del “clima”, come peculiarità del “paesaggio”. E la sorpresa è tale da lasciare a bocca aperta. Perché l’ambiente stesso è un paesaggio a sé, una narrazione che percorre luoghi vicini e lontani, reali e fantastici, nel continuum di un incantesimo di colori, forme, messaggi che invade i lunghi corridoi, le porte, perfino gli angoli più anonimi. Ogni aula è ingresso a una città italiana: ti fa danzare a Napoli, col suo Vesuvio in colorata esplosione di allegria, ti accompagna in gondola sotto i ponti di Venezia. Opere di incredibile bellezza, eseguite da artisti di prestigio, che accanto ai bimbi e spesso insieme a loro hanno riempito di un caleidoscopio di bellezza e luce quegli spazi prima opachi. Arte che non conosce limiti d’età, di competenze, né confini di stato; linguaggio universale che affianca all’espressione spontanea di bambini, la genialità di pittori affermati. Occasione unica per sperimentare tecniche sull’input di grandi maestri contemporanei e del passato, uscendo dagli stereotipi figurativi che tarpano le ali stesse della fantasia. Che non può essere ridotta entro la superficie angusta di una tela, ma sciaborda, esonda fuori dalla cornice in un’ottica tridimensionale, alla conquista dello spazio interno/esterno a sé.

 

 

 

 

 

tina scuola

 

 

 

Attraverso l’arte, Sassuolo esce incontro al mondo, in un viaggio di reciproca scoperta e conoscenza. Nelle opere esposte alle pareti c’è la testimonianza del lavoro svolto in accordo con bambini e artisti russi, di San Pietroburgo, collaborazione che, oltre le opere prodotte, si muove su orizzonti di educazione alla mondialità. L’arte come linguaggio è trasversale, abbraccia tematiche diverse, rendendo protagonisti consapevoli i suoi interpreti. Così le diverse installazioni che qua e là personalizzano il vuoto degli spazi, sono ottenute riciclando creativamente materiale di scarto, invito a rispettare l’ambiente naturale e a rendere più bello quello umano. E accade, ad esempio, che bottiglie di plastica inquinante si facciano “vento di primavera” fiorendo a nuova vita.

L’arte dipinge le emozioni, i sentimenti anche là dove mancano parole. Permette a bimbi di cogliere ed esprimere anche l’orrore, il grido di dolore che nell’esperienza quotidiana echeggia da un’attualità segnata dalla guerra, dall’ingiustizia, dalla sofferenza, dalla morte. E che sarebbe errore far cadere nel silenzio per proteggere dal negativo la loro fresca visione della vita. Perché si corre il rischio di crescere uomini e donne impermeabili al mondo esterno, chiusi in un’apatia emotiva che legge solo bisogni e impulsi propri, individui “contro”, minando alla radice i presupposti di ogni relazione, di ogni sodalizio umano, dalla coppia alla polis, nel senso che la globalizzazione via via dilata. Non sorprende, perciò, che dai lavori dei bambini compaia un tema, quale il femminicidio e la violenza sulle donne, che potrebbe sembrare troppo crudo: ne esce invece con la leggerezza di farfalle che dalla bidimensionalità del foglio piatto, liberano le ali arancio, rosse nel messaggio di condanna condiviso dal colore.

L’arte, insomma, non è intesa come materia a sé e, peggio ancora, l’ultima per importanza formativa, quella alla quale si riservano, ben che vada, le ore di un progetto o poco più, come spesso, ahimè, succede nella scuola. L’arte si fa metodo di azione: diventa modo di educare, nel senso primo cui il termine rimanda dalla radice etimologica “e-ducere”, trarre fuori.

E che questa sia l’idea di fondo si coglie bene nelle parole, nella persona stessa dell’ ideatrice e anima dello Splash Museum: Tina De Falco, una laurea in lingua e letteratura italiana, esperienza, talento e passione sconfinata per l’arte e per la scuola. Che convergono nel suo progetto educativo, nella sua idea di scuola come occasione e luogo di formazione, di crescita, di maturazione personale, di cui l’insegnante è tramite, strumento, presenza autorevole ma discreta.

“ I migliori maestri sono quelli che ti indicano dove guardare ma non ti dicono cosa vedere.” A.K. Trenfor.

Non immaginereste dove compare questo aforisma, tanto perché non ci siano dubbi circa i destinatari: sulla porta del bagno degli insegnanti! Perché anche lì arriva il bello e ogni occasione è buona per riflettere!

 

tina

 

Che Tina De Falco sia un personaggio fuori da ogni schema ci vuol poco a capirlo. Grazie ai suoi contatti personali, tanti artisti affermati sono tornati tra i banchi accanto ai ragazzini, regalando alla scuola opere di grandissimo valore. Anticonformista e innovativa, Tina De Falco è aperta a tecnologie e competenze indispensabili in una contemporaneità in rapidissimo progresso, ma resta ben radicata nel valore, nella finalità portante della scuola: educare la Persona.

Ruolo non facile nella scuola odierna, subissata di obiettivi cognitivi, che, in quanto facilmente riscontrabili, prevalgono su quelli formativi. Una scuola, spezzettata in miriadi di progetti ed esperienze episodiche, poiché spesso condotte da esperti esterni, appetibili all’utenza: “progettificio” competitivo in una logica puramente di mercato, cui Tina si ribella, con scelte autonome, precise e consapevoli, che la rendono, a volte, collega un po’ spigolosa e scomoda. Mentre da un lato la sua è una classe 2.0, dove i tablet sono strumento di lavoro e consultazione al posto del vecchio sussidiario, non esita a bandire l’uso eccessivo delle fotocopie predisposte che sollevano i bambini dall’esercizio di scrittura necessario all’acquisizione di competenze grafiche, riducendo lo sforzo a poco più di una crocetta. La mano, dice Tina (e vivaddio!), ha accompagnato l’uomo nella sua evoluzione dalle caverne in poi. L’intelligenza stessa passa attraverso la conquista consapevole e sempre più raffinata della manualità, del segno grafico. E ai suoi allievi propone esercizi di calligrafia –l’ottimo sarebbe con i vecchi pennini e il calamaio!- perché, dice, c’è interdipendenza tra personalità e grafia, tanto che, come sappiamo, nel grafema si legge la persona.

Alla persona che quei bimbi sono già e a quella che diverranno grazie allo stile, più che ai contenuti dell’esperienza scolastica, Tina e i suoi colleghi ispirano le loro scelte metodologiche ed educative.

Così lo studio più che somma di nozioni- ormai a portata di internet!- mira all’acquisizione di un corretto metodo di studio. L’esplorazione del web non si limita al facile copia/incolla da Wikipedia, ma diventa ricerca individuale di link inerenti l’argomento, che poi insieme, in classe, si consultano, discutendone il valore, estrapolando concetti e informazioni di rilievo. Per metodo di studio nella sua classe non si intende evidenziare con colori fluorescenti i testi già sintetici del sussidiario in dotazione, da memorizzare poi pur senza aver capito molto. Si attiva invece un lavoro di analisi, mirato alla costruzione di mappe concettuali che, ben oltre le nozioni, colgano i nessi logici e causali. Una classe che anche nella disposizione degli alunni si rileva alternativa: non singoli banchi allineati, ma tavoli liberamente collocati in cui i bambini possono raggrupparsi per le diverse attività. E confrontarsi, sperimentando e interiorizzando le dinamiche relazionali che fanno dei singoli una società, in cui “autostima” non diventa sinonimo di prepotenza e prevaricazione e la regola condivisa diventa limite accettato al proprio bisogno e desiderio. Significativi a questo propositi sono i momenti dedicati al “circle time”, in cui, senza l’interferenza degli insegnanti, gli alunni si confrontano su problemi che riguardano la classe, assumendo decisioni, proponendo soluzioni, e monitorandone l’attuazione poi. Una palestra di democrazia attiva, di espressione, ascolto, rispetto di opinioni proprie e altrui.

La bellezza salverà il mondo” , ma se il mondo non salverà la scintilla di bellezza racchiusa nell’anima che sboccia, soffocandola in partenza sotto l’aridità di voti, medie e statistiche numeriche, temo che con lei si cancellerà ben presto quell’immagine di Dio che abbiamo impressa.

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