DANIELA DE CRESCENZO PER IL MESSAGGERO

«Alla mia morte, qualunque ne sia la causa, mio figlio deve essere affidato a mia madre e mio padre e in caso di loro morte a mia sorella Fabiana»: firmato Stefania Formicola. Già il 28 aprile del 2013 Stefania aveva paura di morire e con una lettera scritta su un foglio a quadretti chiedeva che la sua creatura fosse allevata dai genitori. Poi aveva avuto un altro bambino, ma l’ansia non era andata via, anzi aveva continuato a crescere fino a occupare interamente la sua vita: era spaventata Stefania e a terrorizzarla era il suo uomo. Quindici giorni fa non ne aveva potuto più ed era andata via, aveva lasciato il marito che la tormentava, la picchiava, la minacciava arrivando a puntarle una pistola in faccia. Ma la fuga non è bastata a salvarla da una morte annunciata.
Adesso nella casa di San Marcellino, i genitori, Adriana Esposito e Luigi Formicola, e una folla di parenti e di amici, piangono quella ragazza bella e ridente vittima di un amore malato. Le voci si alternano, ma episodio dopo episodio, raccontano la trama di un film già visto troppe volte: la storia di Stefania e Carmine somiglia in maniera dolorosa a quella di tanti altri amori smarriti. Amori che si guastano fino a dare la morte. «Si erano conosciuti attraverso un sito internet – ricorda Adriana – poi avevano deciso di mettersi insieme e di sposarsi anche se lui aveva già una figlia da una prima compagna». Poco dopo il matrimonio era nato un bambino, ma presto le cose avevano cominciato a non andare bene: la gelosia di Carmine e la precarietà economica avevano trasformato la vita di Stefania in un calvario. Lui, che lavorava come stuccatore, aveva trovato solo lavoretti in nero. Allora era intervenuto il suocero che aveva aperto un bar per farci lavorare il genero, ma gli affari non erano mai decollati. E giorno dopo giorno i litigi in famiglia avevano continuato a ripetersi sempre più insistenti, sempre più feroci. «Carmine la picchiava, la maltrattava, poi si metteva in ginocchio e chiedeva perdono», racconta Adriana. Un copione visto tante, troppe volte. Lei subiva, piangeva, ma non denunciava. «Aveva paura, ma non si rivolgeva alle forze dell’ordine perché sapeva come sarebbe finita se lo avesse fatto», spiega Adriana.

Fino a quando, una quindicina di giorni fa, Stefania, che abitava in un appartamento nello stesso parco, si era presentata alla porta di mamma e papà: «Non lo voglio più – aveva detto – Carmine mi picchia e mi ha anche puntato una pistola in faccia». Il padre era andato a raccontare l’accaduto ai carabinieri di San Marcellino, ma senza formalizzare una denuncia. «Carmine, però, non si era arreso – racconta Adriana – e dopo qualche giorno aveva bussato alla nostra porta, si era inginocchiato e aveva chiesto scusa. Io gli avevo risposto di rivolgersi all’avvocato. Era mio dovere difendere mia figlia». Così i genitori della donna avevano chiamato i carabinieri che avevano allontanato il giovane.

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