Il buio che offuscò la mente di Elia Del Grande la notte dell’Epifania del 1998 era cominciato a scendere e a impossessarsi del giovane di Cadrezzate, nel Varesotto, molto tempo prima che sterminasse a fucilate suo padre Enea, 57 anni, la madre Alida, 53, e il fratello maggiore Enrico, 27 anni.
Quella notte Elia aspettò che il buio calasse anche fuori dalla villetta color rosa in cui la famiglia abitava e riservò due colpi di fucile a ciascuno dei suoi familiari. Erano da poco passate le tre e di lì a poco le tre vittime si sarebbero alzate, come ogni mattino, per recarsi prestissimo al lavoro nei due panifici gestiti in provincia di Varese. In passato, i forni della famiglia Del Grande erano stati tre. Uno, quello aperto a Varese, Enea, il capofamiglia, aveva dovuto venderlo.
Per risarcire un tassista accoltellato per 47 volte da quel figlio “venuto male” come Elia, che già da piccolo aveva mostrato inclinazione alla violenza. A 9 anni, con un bastone aveva picchiato in testa un coetaneo, a 13 senza un motivo aveva dato fuoco a una palma secolare del giardino di casa. A 16 aveva demolito un casolare di campagna con alcuni amici. A 20 anni – stessa età in cui accoltellò il tassista con uno dei trecento pezzi della sua collezione di coltelli – aveva rubato una pistola dall’armeria della caserma dove prestava servizio di leva. Enea Del Grande per riportare quel figlio sulla retta via le aveva provate tutte. Fino a rilevare la comproprietà di un disco-bar a Santo Domingo da fargli gestire. Lì Elia aveva conosciuto una ragazza-madre, Raiza, di colore, con un figlio di due anni, di professione entreinause e se ne era innamorato.
L’avversione della famiglia a questa storia fu uno dei motivi scatenanti la follia della notte del 6 gennaio 1998. La sera prima le tre vittime erano andate in pizzeria, mentre Elia aveva preferito cenare altrove. Quando durante la notte, dalle loro camere da letto, i Del Grande sentirono rumori provenire dal garage, si svegliarono. Fu Enea Del Grande che scese a controllare. Si trovò di fronte Elia, che si era introdotto con “Savicevic”, al secolo Pietro Cavallari, un suo amico. Avrebbe dovuto sparare anche lui, ma al momento dell’esecuzione si riparò dietro un mobile. Elia imbracciò uno dei sei fucili detenuti in casa Del Grande ed esplose due colpi contro il padre da una distanza – come raccontò lui stesso nel primo interrogatorio dopo la cattura – “di un metro e mezzo, due”. Poi fu la volta della madre, quindi del fratello, che, ferito, riuscì a telefonare i carabinieri. Enrico Del Grande morì più tardi in ospedale. Al carabiniere che lo interrogò dopo la cattura a Ponte Stresa in Svizzera, dove era riparato per raggiungere Lugano e volare verso “casa mia, a santo Domingo” per andare da Raiza, in un delirio paranoide disse che la sera prima i genitori e il fratello avevano parlato male di lui, perché non tolleravano una fidanzata “negra” e “madre”. Una supposizione, un sospetto, che nella sua mente malata era diventata una verità assoluta.
Dispiacere per la morte dei suoi familiari? “Zero”, ripete nella registrazione messa on line alcuni anni fa da Varesenews (audio non di alta qualità, essendo stato registrato in analogico il 7 gennaio 1998, giorno della cattura, e che riproponiamo-qui potete ascoltarlo ) Enea si dichiarò solo dispiaciuto del fatto che non avrebbe più potuto vedere Raiza e per e la nonna materna.
Nell’interrogatorio-confessione dirà: “Li odiavo tutti, specie mia madre, perché da piccolo mi picchiava, era sempre molto nervosa. Sono cresciuto con nonna Giuditta. Coi miei andavo anche d’accordo. Devo dire che non mi è mai mancato nulla. Sono sempre stato bene, a parte il fatto che non volevano la mia fidanzata dominicana. Dicevano che rubava e abbiamo litigato quando hanno saputo che ho intestato a lei i miei soldi”
Raiza per Enea era diventata una vera ossessione: dopo il triplice omicidio, oltre a buttare nel lago i sei fucili, la sua prima preoccupazione era stata quella di prendere il libretto degli assegni del padre. Nelle sue fantasie, eliminando i genitori e il fratello che non vedevano di buon occhio quella relazione, avrebbe potuto vivere felice e contento con quella donna che forse aveva capito su quali leve agire per rendere succube il giovane varesotto.
Tanto che il pluriomicida aveva intestato a Raiza il conto dove versava tutti i suoi guadagni. Anche a Santo Domingo, però, Elia non era riuscito a stare lontano dai guai: l’anno prima della strage, proprio insieme alla sua fidanzata, era stato incarcerato per tentato omicidio e la sua auto trovata piena di sangue.
L’indifferenza alla sorte dei suoi genitori subirà una parziale ritrattazione solo nel 2010, dodici anni dopo la strage, dinanzi al microfono di Franca Leosini che lo intervisterà per “Storie maledette”: “Ogni giorno io vedo la luce del sole, i miei genitori, invece, non la possono più vedere. Non per una disgrazia, ma per mano mia. Sono un mostro… quando uscirò di qui avrò sempre il bollino di bastardo assassino”.
Condannato in primo grado a tre ergastoli, Elia Del Grande sconta una pena a 30 anni inflittagli in appello il 15 marzo 2002, quando gli è stato riconosciuto un vizio parziale di mente. L’appello confermò, invece, i 30 anni del primo grado per Cavallari, suo presunto complice.
La sentenza di appello revocò anche il provvedimento col quale il giovane pluriomicida era stato privato di tutti i suoi diritti sui beni appartenuti ai suoi genitori. Elia Del Grande sarebbe potuto tornare libero tra cinque anni. Ma a dicembre scorso ha tentato l’evasione dal carcere di Pavia dove è rinchiuso e questo gli prolungherà la permanenza in carcere,

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