(DIRE-Notiziario settimanale Psicologia) Roma, 19 lug. – “Assistiamo sempre piu’ spesso alla figura del telespettatore-giudice, che stabilisce chi e’ colpevole e chi innocente, fino ad arrivare ai casi piu’ patologici in cui le persone si autoaccusano in forma anonima e confessano di avere avuto un ruolo fisico negli accadimenti. Sentono il bisogno di essere protagonisti, di recitare la loro parte nella storia criminale, da quella salvifica, che contribuisce all’assoluzione del caso, a quella giuridica. Nel bene sono tutti eroi e giudici al disopra di tutto, pensano di poter cambiare gli eventi”. Risponde cosi’ alla DIRE Sara Cordella, grafologa forense e criminalista, per spiegare come mai sempre piu’ italiani seguono programmi come ‘Chi l’ha visto?’, che da settembre andra’ in onda su Rai 3 con una striscia quotidiana alle 12.25.

“La passione per il sangue, la curiosita’ e l’attrazione per il male e la violenza, ha percorso tutta la storia dell’uomo. La parola ‘mostro’ indica proprio chi si mostra. Una verita’ antica- ricorda la criminalista- se pensiamo agli spettacoli dei gladiatori al Colosseo. Oggi, con i mezzi di comunicazione si e’ amplificato tutto- continua Cordella- e anche da casa ognuno di noi puo’ essere in diretto contatto con le storie di crimini, delitti e investigazioni. C’e’ da aggiungere che la presenza dei social network aumenta la possibilita’ delle persone di sentirsi protagoniste delle storie criminali. In tanti chiedono amicizia ai parenti delle vittime e alle persone implicate nei fatti criminosi”.

La variazione sta nell’immediatezza. “Io curo la parte documentaristica- precisa la grafologa- e ultimamente abbiamo notato che quando una storia viene trasmessa in televisione la gente si sente talmente coinvolta che iniziano ad arrivarci molte lettere anonime. Le persone vogliono sentirsi partecipi della storia- chiosa- e tanto piu’ c’e’ l’esposizione mediatica, tanto piu’ riceviamo l’anonimografia. Dal mitomane che immagina di essere l’attore principale del misfatto a chi vuole offrire il suo contributo. È la forma televisiva. La Sciarelli, maestra televisiva, invita spesso gli spettatori a dare il loro contributo. C’e’ un interscambio- sottolinea la criminalista- che porta il telespettatore a sentirsi alla stregua di uno specialista del campo, sentendosi autorizzato ad intervenire”.

Cordella si rammarica del fatto che “ormai i processi sono fatti prevalentemente in sede mediatica. Ad esempio il caso di Yara Gambirasio nel quale si sono create schiere di colpevolisti e innocentisti che hanno assunto ruoli quasi al disopra di quello dei giudici. Hanno creato anche gruppi su Facebook”. Certo non e’ una novita’: “In passato si erano verificati episodi simili- prosegue la grafologa forense-, una per tutte la storia di Pietro Maso che uccise i genitori. Era diventato un modello e tante ammiratrici gli scrivevano in carcere. Con l’avvento del web e’ sempre piu’ facile entrare in contatto con avvocati e parenti delle vittime. Tanto meno c’e’ un filtro e tanto piu’ c’e’ una promiscuita’ tra telespettatori e casi di cronaca”.

Un’urgenza si pone: “E’ necessario regolamentare e ristabilire i ruoli nei programmi televisivi. Parlo da tecnico e mi rendo conto che tutti dicono tutto. La tv ma anche i giornali dovrebbero avere un ruolo pedagogico-educativo, non si puo’ lavorare sul pathos delle persone amplificandolo tanto da creare nuovi problemi. Un esempio positivo e’ il modo in cui viene affrontata la questione del suicidio- conclude Cordella- se ne parla molto poco per ridurre il rischio di emulazioni da parte dei soggetti con personalita’ piu’ fragili. Ecco, bisogna evitare tali passaggi”.

(Wel/ Dire)

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