di SARA CORDELLA

Orsù, o misera mano mia, prendi la spada, prendila, muovi verso la dolorosa meta della vita: non essere vile e non ricordarti dei tuoi figli, che ti sono assai cari, che li partoristi, ma solo per questo breve giorno dimenticati dei tuoi figli; e poi piangi. Anche se li ucciderai, nondimeno essi ti sono cari; e una donna sventurata sono io.” (Euripide, Medea)

La tragedia greca racconta il male, il male inconcepibile, quello che nemmeno gli dèi possono perdonare.

La figura di Medea è una delle più alte espressioni di tragedia e di male. Quel male che ripudiamo, che non vorremmo mai ci appartenesse. Il male che porta una madre ad uccidere i propri figli.

Medea è un “nome parlante”: “colei che sa decidere per sé e per gli altri”, “colei che porta consiglio”.

E questo è di solito una madre: colei che fa crescere il proprio figlio, che alimenta il legame più solido, più vero: quello tra una madre e i propri figli.

Certamente è così, ma esistono anche le tragiche eccezioni.

Come la vicenda di Susan Leigh Vaugham Smith.

Susan nasce il 25 settembre 1971 ad Union, South Carolina, Stati Uniti.

L’infanzia di Susan Smith non è certo da libro di fiabe: il padre biologico si suicida quando lei ha sei anni; Il patrigno la molesta.

Racchiusa in una vita poco stabile, a 13 anni tenta il suicidio.

Nel 1989 termina la scuola superiore e tenta nuovamente il suicidio.

Susan Smith sposa David Smith e dal loro matrimonio nascono due bambini : Michael Daniel e Alexander Tyler. Il matrimonio è scosso da continue liti per accuse di infedeltà.

Il 25 ottobre 1994 Susan chiama la polizia denunciando che un uomo di colore le ha rubato l’auto con dentro i suoi due figli.

Iniziano subito le ricerche, imponenti. Il caso ha un grande eco negli Stati Uniti. Ma il 3 novembre 1994 Susan Vaugham Smith confessa di aver ucciso i propri figli chiudendoli nella propria auto e gettandola nel John D. Long Lake.

Durante il processo i consulenti della difesa sostengono che Susan sia affetta da disordine della personalità e grave depressione.

Susan Smith viene condannata all’ergastolo con possibilità di far richiesta per la libertà sulla parola nel 2024.

 

Ecco la grafia di Susan:

viviansmith

La prima sensazione che dà questa grafia è quella di oppressione, mancanza di respiro: tutti gli spazi sono riempiti, nell’assenza quasi totale di bianco nel foglio.

In particolare, la strettezza tra lettere parla di chiusura totale del sentimento, di una persona che non ha avuto un processo evolutivo tale da consentire di percepire l’Altro in chiave di reciprocità ed empatia.

Lo spazio bianco, in grafologia, rappresenta l’altro, il diverso da sé. Questo manca totalmente a Susan: è come se lei vivesse chiusa in se stessa e solo per se stessa; per preservarsi, al riparo da delusioni, sofferenze e il rischio che potrebbe comportare l’affezionarsi a qualcuno.

In quest’ottica anche i figli non possono essere vissuti come “altro da sé”: fanno talmente parte dell’interiorità di Susan, da renderli quasi “oggetti” inglobati, come se li avesse risucchiati dentro il suo corpo.

Susan non può ammettere i suoi errori. Basti guardare le cancellature, talmente ossessive da non lasciar traccia dello scritto precedente: di fronte all’errore non si può far altro che negare con forza, senza lasciare spiragli di luce.

La grafia, tutta uguale, senza variazioni, quasi fosse stampata, fa sì che la persona cristallizzi, congeli i propri sentimenti, anche se in realtà li prova, ed intensamente (aste orizzontali marcate).

La mancanza di autostima, il suo non accettarsi, non piacersi, la porta a soffocare qualsiasi slancio affettivo e gesto spontaneo.

Susan sceglie di uccidere i suoi figli annegandoli: toglie loro quel respiro che manca a lei reimmergendoli nell’acqua, nello stesso liquido che ha dato loro la vita.

E’ questo un gesto che diventa quasi un rituale: il lago si trasforma in un fonte battesimale che accompagna i figli verso una vita nuova e migliore di quella che la madre ritiene di poter offrire.

 

*Sara Cordella è grafologa forense

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