Sei una creatura incantevole. La tua armonia… i miei affanni sofferti di questo stato di negatività che mi impedisce di respirare, imponendomi con aggressiva sopraffazione la sua prepotenza ingestibile. E’ dolce cullarsi, quindi, nei miei pensieri per te, poiché il desiderio è ardente, forte, imponente ed arduo. 

Queste parole, piene d’amore e sentimento, potrebbero essere l’inizio di una lettera o di un diario segreto che potrebbe appartenere ad una qualunque persona nobile d’animo. E invece, questa lettera, è stata scritta per San Valentino da Tito Tammaro, un uomo che dal 1991 è un ergastolano per 416 bis, omicidio, estorsione, traffico di stupefacenti, detenzione di armi e droga. A Napoli il suo nome fa tanta paura, perché è a tutti noto per essere stato il braccio destro armato del boss Valentino Gionta, il capo storico di Palazzo Fienga arrestato e poi scagionato per l’omicidio del cronista Giancarlo Siani.

Tito, o Tituccio, è stato sostenitore delle attività criminali di un feroce clan, che oggi sta pagando la sua amicizia scomoda in carcere a Spoleto. Si professa innocente, nonostante la dura condanna che da 26 anni pende nei suoi confronti: “Preciso che il sottoscritto si è professato innocente. Dico ciò con fermezza e con lo spirito combattivo di chi mai accetterà uno stato di cose cucitogli addosso da leggi immorali ed ingiuste, create da uomini solo per sporchi giochi politici da portare in pasto a un popolo forcaiolo e non capace di guardare al di là del proprio naso” ha urlato a gran voce. E invece, l’ex camorrista, urlerà sempre nel vuoto la sua innocenza perché non sarà mai un uomo libero. Oggi 55enne, è diventato famoso in tutta Italia non solo per la sua storia collegata alla camorra ma per i suoi quadri, definiti dagli esperti “intensi e carichi di tensione emotiva”. L’ergastolano, che quando fu arrestato sfondò con la testa una porta blindata del commissariato, dipinge da oltre 15 anni e sul blog “Le urla del silenzio” racconta di trovare la sua espressione artistica come la più acerrima nemica del suo tempo che vive nella speranza che un giorno sia veramente un tempo da vivere. Le opere rappresentano una parte della sua vita, quella fatta di ricordi e quella del male che vive. Lo scorso anno, a una mostra nel Museo Nazionale del Ducato di Spoleto, ha esposto per tre giorni nove dei suoi dipinti. ‘O pittor, così come viene chiamato dai suoi compaesani, avrebbe desiderato tanto potere essere presente alla mostra ma come lui stesso ha dichiarato “l’ergastolo vuol dire ammazzare la vita non solo di chi lo sconta, ma anche dei suo affetti più cari”. La possibilità non gli è stata concessa e ora, l’obiettivo di Tammaro è quello di vendere 20 delle sue opere e donare il ricavato ai bambini ospiti nei reparti oncologici. “Sono anni che dipingo e mi sento, ogni volta che dipingo, una persona libera lontana dal grigiore quotidiano”, ha confidato al blog e aggiunge “Amo la mia vita, nonostante i mali che l’affliggono. Vorrei essere un uragano, e con tutte le mie forze scacciare via tutti i suoi mali, che fanno dei suoi vissuti il dolore più immane”. Da quella cella fatta di mura e silenzio non solo dipinge ma scrive anche poesie dedicate alla sua città Torre Annunziata, la stessa città che gli ha dato la vita e tolto la libertà di vivere.

Giancarlo Siani, aveva 26 anni quando mise, forse inconsapevolmente, la sua vita nelle mani della camorra. Il giornalista de Il Mattino di Napoli, nella sua giovane ma intensa carriera, si era distinto per la sua lotta contro l’organizzazione criminale di Torre Annunziata prima e Napoli dopo. La reazione per il primo omicidio di un giornalista napoletano, che è stato anche la vittima più giovane della stampa, è stata dura e immediata. Fino a quel giorno, i proiettili avevano colpito i giornalisti Walter Tobagi, Carlo Casalegno e Tulio de Mauro ma mai, fino al 23 settembre 1985, la camorra aveva aggredito mortalmente un giornalista. Tre mesi prima, il 10 giugno, Siani ipotizzava tra le righe che i boss di Marano di Napoli avessero venduto ai carabinieri Valentino Gionta, il capoclan di Torre Annunziata per compiacere i potentissimi Alfieri e Bardellino. Il giorno in cui Siani firma l’articolo che avrebbe dato una svolta alla sua carriera giornalistica assicurandogli un contratto, firma in verità la sua condanna a morte perché svela una realtà infamante per il codice camorrista, il tradimento. L’articolo fece andare su tutte le furie i camorristi e il giornalista venne ucciso con dieci colpi di pistola. Le indagini vennero chiuse, riaperte e trasmesse negli anni a diversi giudici. Dopo 12 anni e le confessioni di alcuni pentiti, il 15 aprile del 1997 la seconda sezione della Corte di Assise di Napoli condannò all’ergastolo Valentino Gionta, Angelo e Lorenzo Nuvoletta e Luigi Baccante come mandanti dell’omicidio. L’ex boss Valentino Gionta, attualmente detenuto in regime di 41 bis per traffico di droga, corruzione e duplice omicidio, dopo essere stato accusato è stato assolto dalla Cassazione “per non aver commesso il fatto”.

 

(Maria Tridico per Cronaca in Diretta)

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