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Era il 26 maggio 2011. Mi trovavo al museo MoMa a New York quando mi arriva una chiamata dal Dottor Andrea Belli, allora Sostituto Procuratore di Macerata, il quale mi chiede se fossi nella possibilità di giungere in Procura per un duplice omicidio. Due corpi erano stati trovati carbonizzati all’interno di un auto, in una zona sperduta di Cingoli. Dissi al Procuratore che sarei rientrato il fine settimana, facendomi spiegare alcuni particolari e dando già delle indicazioni di massima su alcuni riscontri sta poter attuare nell’ immediato. Anche allora, come per il caso Sarchiè, indagava il Reparto Operativo dei Carabinieri di Macerata ed ebbi il piacere di conoscere il maresciallo Enzo Ierardi con il quale iniziava la nostra collaborazione, oramai da qualche anno continuativa ed al quale voglio fare i miei pubblici complimenti per la preparazione, acume investigativo e affinità nello sposare le stesse tesi operative di noi consulenti. Così al mio rientro mi diedero incarico di analizzare luoghi e date degli eventi antecedenti e successivi al fatto.

FIAMME…..Succede qualcosa nel mezzo della vegetazione, e chi è alla guida del fuoristrada fa manovra e si allontana. In un piccolo piazzale, in località San Faustino di Cingoli, si alzano delle fiamme. Chi ha visto il fuoristrada fermo nota quelle fiamme e chiama i vigili del fuoco. Su quel piazzale, in passato, chi faceva le rapine nella zona dell’Anconetano bruciava le auto utilizzate per i colpi. Anche quella notte a bruciare è un’auto. A bordo però ci sono due corpi. Si tratta di due giovani marocchini, entrambi di 30 anni, Hassan Abbouli e Youness Inani. Qualcuno, si scoprirà, li ha uccisi poco prima a colpi di pistola. E’ il 25 maggio del 2011. Quando la chiamata arriva ai vigili del fuoco sono le 23. E quanto accaduto in quella piazzola, quel rogo, quei corpi senza vita sarà battezzato il duplice omicidio di Cingoli. Uno dei più cruenti fatti di sangue avvenuti in provincia di Macerata negli ultimi anni. Ma qualcos’altro è successo solo sei giorni prima. Un rapinatore è entrato al bar di via Dell’Imbrecciata a Filottrano, non lontano da Cingoli, e ha gambizzato il titolare, Sauro Valentini, che morirà il 15 dicembre del 2011 a causa delle conseguenze delle ferite riportate. Fatti all’inizio scollegati, che sarà un’arma. Quella che alle 9 del 26 maggio 2011, poche ore dopo i delitti di San Faustino, Alex Lombardi, bodyguard 41enne che vive a Polverigi va a vendere a Chiaravalle, all’armeria Beni. Si tratta di una Walther calibro 9. Quella pistola era sulla scena di entrambi gli episodi di sangue. A distanza di quasi cinque anni i tasselli di questa intricata vicenda sono stati collegati grazie alle indagini svolte dal Nucleo investigativo del Reparto operativo di Macerata e dal Nucleo operativo di Macerata, coordinate dal procuratore Giovanni Giorgio e dal sostituto Stefania Cicciolin unitamente al sottoscritto e il collega Daniele Peroni. Lombardi è finito in manette alle 6,30 di 5 anni dopo e precisamente il 03 febbraio 2016. Altre due persone sono indagate, a vario titolo, per quei delitti.

LA CASA DEL GIUDICE E LE OSSA DELL’INDAGINE Georges Simenon nel romanzo “La casa del giudice”, dice che in ogni indagine ci sono sempre 2 o 3 fatti certi che sono la guida per le successive investigazioni. E in questa vicenda di fatti certi i carabinieri ne avevano raccolti sin da subito» ha spiegato il procuratore Giovanni Giorgio in seguito all’arresto di Lombardi. Al bodyguard vengono contestati tutti e tre i delitti. Perché per la procura ci sono alcuni fatti certi in questa storia, le ossa dell’indagine. Il primo è proprio la pistola del bodyguard e un bossolo di quest’arma trovato nel bagagliaio, forse per sparare il colpo di grazia a una delle due vittime. Inoltre Lombardi, non solo era andato a vendere l’arma, ma poi, preoccupato, era andato a riprenderla all’armeria. E in una intercettazione diceva «Se la trovo sto a cavallo». Ma i carabinieri a quell’arma arrivano prima di lui.

L’AMICO DEL BODYGUARD – Lombardi è indagato per i delitti insieme a Marco Pesaresi, 35enne di Filottrano, che si trova in carcere ad Ascoli per altri fatti. Pesaresi per la procura avrebbe messo in contatto Lombardi con i marocchini, pur sapendo che il bodyguard aveva intenzione di rapinare un grosso quantitativo di hashish arrivato dalla Spagna e in possesso dei due magrebini. Inoltre avrebbe fatto il palo al bar di via Dell’Imbrecciata. Pesaresi nel corso degli anni è stato sentito più volte dai carabinieri. E le sue dichiarazioni sono un altro elemento chiave. Il 35enne aveva riferito che Lombardi gli disse: «Presentami i due marocchini, che gli voglio fare un cricco (una rapina, ndr)». E si sarebbe vantato con lui di aver fatto delle rapine di droga a pusher ai quali si sarebbe presentato in divisa. Pesaresi all’epoca viveva con Lombardi ad Appignano, appreso dai notiziari dei delitti, gli aveva detto: «Che cosa hai combinato?» e Lombardi gli avrebbe risposto «Fatti gli affari tuoi». Il bodyguard «avrebbe detto di aver sparato perché i due marocchini avevano reagito»: «Pesaresi da Lombardi pretendeva una parte dello stupefacente rapinato. Dice di averlo visto entrare a casa con un sacco pieno di stupefacente. Lui ne voleva 20 chili. Altro fatto erano le dichiarazioni di Lomabrdi stesso. Il fatto di aver detto che la pistola era chiusa in un armadietto e che non l’aveva toccata. E il fatto che disse: “se avete trovato un bossolo in quell’auto è un complotto contro di me”. Negava inoltre di essere andato nella zona dei delitti il 25 maggio, fatto smentito dai tabulati» spiegava il Procuratore Giorgio nella conferenza stampa a seguito della quale veniva prodotto parte di questo articolo. Inoltre aveva detto «di non aver usato il suo fuoristrada Pajero, perché diceva che le luci erano rotte” ed invece da un controllo dei carabinieri risultava che le luci erano funzionanti. Il fuoristrada, stando alla ricostruzione della procura, era quello che un testimone aveva visto sul crinale puntare i fari in direzione di San Faustino, probabilmente per controllare se la Lancia Y con a bordo i due cadaveri prendeva fuoco.

IL LUOGO DEL DELITTO E LE CHIAMATE DI HASSAN – Ma le indagini dicono anche altro. Uno dei due marocchini, forse Hassan, quando è stato caricato in auto non era morto e aveva cercato di effettuare delle chiamate col cellulare. Forse voleva comporre il 112. Ma gli erano partite telefonate solo a numeri come 1, 11, e ad un amico di Senigallia, che aveva memorizzato, per le chiamate veloci, sotto il numero 1. Quelle chiamate sono però servite a ricostruire che il delitto sarebbe avvenuto, tra le 22 e le 23 del 25 maggio, in contrada Forano di Appignano, cioè nella casa dove Lombardi viveva con Pesaresi. Lì si sarebbero dati appuntamento con i due marocchini con la scusa di acquistare la droga, che in realtà Lombardi, sempre per l’accusa, voleva rapinare. Avendo il punto certo di ritrovamento dei cadaveri e la chiamata 112 di una delle vittime, le indagini si incentrarono sulle posizioni geografiche ricostruite attraverso la strumentazioni impiegata dal sottoscritto unitamente al collega Daniele Peroni, per l’appunto dall’abitazione degli indagati. Successivamente si ricostruirono tutti gli spostamenti antecedenti e successivi la vicenda, indagini che fecero emergere inquietanti particolari, la serie di rapine sopra menzionate.

IL TERZO INDAGATO – Testimoni che hanno tirato in ballo anche una terza persona: Jonny Rizzo, 33 anni, di Chiaravalle, disoccupato, amico di Lombardi. «Rizzo avrebbe accompagnato Lombardi ad incontrare i due marocchini uccisi, e secondo gli inquirenti avrebbe partecipato all’azione omicida. Sono state due le pistole usate. Una di queste era una pistola artigianale». In base a quanto accertato e per il fatto che alcune delle ogive rinvenute nei cadaveri erano prive di rigature (che vengono lasciate da una normale pistola) i carabinieri ritengono sia stata usata una scacciacani. Omicidi compiuti per portare via 100 chili di hashish ai due marocchini. A Lombardi e Pesaresi vengono contestati tutti e tre gli omicidi (le indagini per Filottrano, comunque, secondo quanto disposto dal gip passerà alla procura di Ancona), mentre a Rizzo vengono contestati i delitti di Cingoli.

Cinque anni di indagini, quando per l’opinione pubblica Alex Lombardi rimaneva a piede libero indagato ma impunito, l’ordine di arresto giungeva quelle mattina del 3 febbraio 2016 all’alba. Una Procura, quella di Macerata, che con il suo impegno ed impiego di professionisti, sempre attenta, sempre scrupolosa ad approfondire ogni tassello indiziario anche il più, apparentemente, insignificante, portava alla soluzione di un giallo complesso e lungo da risolvere. Ricordo che dopo l’arresto, a seguito dell’ omicidio di Pietro Sarchiè per mano dei Farina Salvatore e Giuseppe, Torrisi e Seminara, il Procuratore mi disse che sarebbe stata la svolta anche per questi altri delitti. Il Procuratore fu di parola. Ancora una volta La Procura, il reparto operativo e nucleo investigativo di Macerata e i consulenti impiegati svolsero un ruolo determinante.

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