ANTONIO MURZIO per SETTIMANALE MIO N. 37

Il copione che seguono è sempre identico. La prima fase della sceneggiatura prevede la richiesta di amicizia che arriva su Facebook alla vittima predestinata. Chi l’accetta, ignara (o ignaro, ci cascano indifferentemente sia donne sia uomini), nel giro di pochi giorni viene conquistato dai modi affascinanti che il nuovo contatto usa in chat. Complimenti, galanterie, confessioni private sui fallimenti della propria vita sentimentale (ovviamente tutto inventato) inducono la vittima ad accettare la proposta successiva: vediamoci via Skype, e parliamo lì. Lunghe conversazioni quotidiane per entrare ancora di più in confidenza, poi, puntuale, ecco che arriva la richiesta di aiuto economico: “sono stato rapinato”, “mi hanno rubato i documenti”, “sto male e devo operarmi ma qui dove mi trovo non mi fido degli ospedali”. C’è chi ci è cascato, rimettendoci centinaia di migliaia di euro, e c’è chi stava per cascarci ma è riuscita a limitare i danni, sia dal punto di vista economico, sia sul versante emotivo. Perché anche Jolanda Bonino, 64 anni, torinese, è stata vittima dello “scamming”, la truffa che viaggia via internet, un tempo solo via mail ma che oggi ha trovato un formidabile canale in Facebook, e fa leva sui sentimenti di persone che si trovano in un periodo di estrema fragilità della loro vita. A differenza delle altre vittime, che quando si rendono conto del raggiro subito, vivono la vergogna della riprovazione di amici e conoscenti, Jolanda non solo ci ha messo la faccia, ma è stata la promotrice presso la regione Piemonte, assessorato alle Pari opportunità, dell’istituzione dell’Acta, la prima associazione nata in Italia a tutela delle vittime di truffe affettive. Da quando l’associazione è nata, sono state già circa 400 le persone vittime di questa truffa che hanno segnalato la loro storia e chiesto aiuto.

Jolanda, ci racconti intanto la sua di storia.

«Mi è arrivata una richiesta di amicizia su Facebook da un uomo che si è presentato come un ingegnere edile francese. Era la primavera del 2014 e stavo attraversando un periodo delicato della mia vita, perché avevo mia madre che viveva con me che stava male. Ho accettato e abbiamo cominciato a parlare in chat. Probabilmente chi stava dietro a quel profilo, perché poi ho scoperto che si tratta di vere e proprie associazioni criminali generalmente con base in Costa d’Avorio o nei paesi dell’est Europa, aveva letto tutti i miei pensieri e le mie paure che avevo postato sulla mia bacheca Fb e ha cominciato a fare leva su quello».

In che lingua comunicavate?

«Parlavamo in francese».

E dopo?

«Lui mi ha chiesto di parlarci tramite Skype, l’ho fatto installare apposta in quell’occasione. Passavamo tutte le sere due o tre ore a parlarci. Mi riempiva di complimenti, insomma la loro forza è riuscire a creare una sorta di dipendenza psicologica che ti porta a considerarli persone integranti della sua esistenza».

Jolanda Bonino

Jolanda Bonino

Quando le sono sorti i primi dubbi che stessero truffandola?

«Quando mi ha detto che si era recato in Costa d’Avorio per seguire un appalto che aveva vinto e poi di lì mi ha parlato di una serie di problemi che aveva avuto e a seguito dei quali aveva bisogno di un aiuto economico. Soldi che mi avrebbe restituito la prima volta che sarebbe venuto a trovarmi a Torino una volta rientrato in Francia».

Da quali segnali lo ha capito?

«Bè, se in un Paese straniero ti derubano dei documenti e di tutto quello che hai, la prima cosa che fai è andare all’ambasciata del tuo Paese che provvede a rimpatriarti».

Cosa le ha risposto lui?

«Che era in una zona del Paese africano lontano dalla capitale e che aveva problemi di salute per i quali avrebbe anche dovuto sottoporsi a un intervento chirurgico. Su Skype mi ha anche rimproverato di non avergli creduto».

Scusi un attimo: ma se la foto che generalmente questi delinquenti usano è di qualche ignaro utente del Web al quale hanno saccheggiato il profilo, su Skype chi le parlava?

«Apparentemente lui, ma basta un software a far credere in movimento una sequenza di foto. Chi parlava era fuori campo».

Ha segnalato la cosa alle autorità di polizia?

«Sì e mi sono trovata a vivere in una situazione paradossale. Il giorno che volevo fare la denuncia alla polizia postale di Torino mi hanno detto che non potevano raccoglierla perché avevano i computer in tilt. La mia denuncia l’ho sporta al posto di polizia dell’aeroporto di Caselle, dove per farmi ascoltare ho dovuto fare una piazzata».

Perché si trovava in aeroporto?

«Perché il tipo mi aveva mandato la copia di un biglietto dell’Air France col suo nome. In un’agenzia di viaggi sotto casa il biglietto sembrava buono, ma sono andata in aeroporto e al banco della compagnia francese mi hanno detto che quello era un tipo di biglietto ormai in disuso e che sul volo indicato non c’era alcun passeggero il cui nome corrispondesse a quello del mio “spasimante”».

Quanto le è costata questa vicenda?

«Economicamente, rispetto ad altre vittime, ci hi rimesso poco: 880 euro, perché ho mandato sempre piccole cifre. Ma so di altre donne che sono arrivate a spedire decine di migliaia di euro a queste organizzazioni».

Perché è certa che dietro queste truffe ci siano organizzazioni e non singoli individui?

«Dietro la “maschera” del mio contatto sono certa si siano alternate diverse persone, perché avevo notato che in alcuni momenti cambiava il linguaggio usato. E poi ci sono state operazioni di polizia, proprio qui a Torino, che hanno portato in carcere decine di persone, per quella che i quotidiani hanno ribattezzato “la truffa del principe azzurro”».

Si è mai chiesta perché una donna come lei, con una lunga attività sindacale alle spalle, acculturata, ci sia cascata?

«Noi donne abbiamo il complesso del “crocerossismo”, come lo definisco, e loro sono molto bravi ad approfittarne. Pensi a quello che è successo alla povera Gloria Rosboch, la professoressa uccisa dal suo ex alunno Gabriele Defilippi: il bisogno di affetto delle persone e le loro fragilità, loro fanno leva su queste».

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