Giuseppa “Pina” Caruso aveva 45 anni quando venne uccisa dal marito Dario Solomita, più giovane di lei di quattro anni. Lei, una donna semplice, solare, impiegata all’Ufficio Ambiente del Comune di Carpi. Sposata da una decina d’ anni, una figlia di nove. La classica bella famiglia. Lui, termoidraulico, innamoratissimo della moglie, dicono i vicini.

Così innamorato da aver piazzato in casa una webcam per poterla controllare anche dal lavoro. Motivi non ne aveva per essere geloso, ma non occorre averne: basta inventarseli e rovinare la vita a se stessi e alla moglie. Certamente lei non doveva vivere bene le assurde scenate del marito, maturando a sua volta contrarietà e insoddisfazione, con ripercussioni sul rapporto di coppia, che andavano a corroborare i sospetti dell’uomo in un circolo vizioso sempre più soffocante.

Nell’ultimo mese i problemi del Solomita dovevano aver assunto dimensioni preoccupanti, tanto da ricorrere ad un medico. Che tuttavia non deve aver sentito “campanellini”, né colto segni di pericolo. D’altronde la “gelosia” non risulta patologia mentale, non rientra nei vari DSM. Lo diventa solo, all’occorrenza, nelle aule dei tribunali.

È la mattina del 22 marzo 2011, le 6 e 30 circa, ora di colazione per i coniugi che devono recarsi al lavoro. La figlioletta dorme ancora. Per fortuna. Perché lui attacca con la solita solfa, la accusa di tradirlo, ma è furioso più che mai quella mattina perché (ovviamente è solo suo il racconto) la webcam di cui ha dotato la “prigione”, per un problema tecnico, presenta un buco di una ventina di minuti nella registrazione. Non sente ragioni l’uomo che, impugnato un coltello, colpisce la poveretta con cinque colpi così ben mirati da risultare ciascuno di per sé letale. Poi telefona ai suoceri, avvertendoli di andare a prendere la bimba perché lui ha ammazzato Pina. Infine chiama il 113 e si costituisce. “Tutta colpa della gelosia” dirà alla polizia davanti al sangue ancora caldo della moglie.

L’avvocato Miria Ronchetti, che ha rappresentato in tribunale i genitori e la figlioletta della Caruso, nel racconto che fa della vicenda processuale, fatica a trattenere lo sdegno. “Il delitto d’onore– dice- è ancora in uso e campeggia nei nostri tribunali, dove la gelosia giustifica e attenua l’efferatezza di ogni femicidio.” Ne sono strumenti certe provvide perizie che, infischiandosene di quanto l’Ordine stesso degli Psichiatri Forensi afferma circa l’inconsistenza del cosiddetto “raptus”, trovano periti consenzienti. Per cui il vizio di mente, anche solo parziale, fa passare per povero malato quello che è uno spietato assassino. E dopo aver evidenziato la pericolosità sociale di un individuo che non è in grado di controllare i propri impulsi, “che è affetto da una sindrome delirante, che ha fatto grandemente scemare la capacità di intendere e volere”, per cuinon era pienamente in sé al momento dell’omicidio”, proprio per questo gli si riduce la pena, permettendogli il reintegro anticipato in società, dopo una parvenza di cure in una struttura ad hoc.

Come spesso accade, il giudizio in tribunale, più che al giudice, leggi alla mano, è affidato alle nebulose elucubrazioni di periti che basano i loro succosi introiti su presupposti che di scientifico e oggettivo hanno ben poco, per non dire nulla. E che variano a seconda del vantaggio.

Tornando al Solomita, s’è pentito, ovvio, come tutti, per collezionare attenuanti. D’altronde la prassi è quella: la lettera di scusa alla famiglia della vittima passa attraverso gli avvocati, con l’intento di lasciare traccia. Primo consiglio che la difesa dà al suo assistito, un obbligo che di spontaneo ha così poco,  che i familiari destinatari della missiva, pur affranti e storditi dal dolore, lo capiscono all’istante e rifiutano la beffa.

Poi, la difesa invoca il vizio di mente e il rito abbreviato e in pochi anni se la cava il pover’uomo, senza neppure il marchio di assassino, perché a pulirgli la coscienza ci han pensato i periti già citati. 14 anni di carcere più 3 di cure psichiatriche in struttura protetta: questa la sentenza per chi ha spezzato una vita e distrutta una famiglia. E io non ho mai capito perché le pretese “cure” siano relegate alla fine del percorso, ché se uno è “malato”, lo è anche negli anni precedenti.

Ma visto che i luminari della psichiatria si sono scomodati, andiamo a sentire cosa hanno detto.

Il professor Ambrogio Pennati, perito del gip, ha “assolto” dunque  il brav’uomo dal peso della colpa, in quanto incapace di ”intendere e di volere”, anche se ai comuni mortali, quelli che di psichiatria non sanno niente, quelli che l’imperatore lo vedono nudo, sembra che la volontà di uccidere ci fosse tutta in quei colpi così ben centrati! Ma sappiamo che è su questi compromessi che si costruisce la “verità processuale”.

Interessa però ciò che afferma il professore nel definire il Solomita una persona “immatura, con un lacerante sentimento di inferiorità e con un dilagare di angoscia. Interessa perché si mette in luce – luce fugace, da spegnare all’istante – la vera natura di quella “gelosiache ammazza donne a tutto spiano.

Sentimento di inferiorità”, percezione di una pochezza che né il controllo, né la prepotenza, né la violenza psicologica, né le botte riusciranno mai a colmare. Non c’è patologia mentale: c’è una gravissima patologia culturale alla base del bisogno di supremazia che urge e ossessiona in modo direttamente proporzionale alla percezione del proprio disvalore. Sentimento di inferiorità che nei millenni l’uomo ha celato dietro alla pretesa inferiorità della donna, dichiarata per premessa incapace, non dotata di intelligenza, di libero arbitrio. Pure l’ “invidia del pene” le ha regalato la psicanalisi per far luce sul profondo!  Un essere inferiore, insomma, che la saggezza divina ha destinato ad uso e consumo del maschio, lui sì fatto a immagine di Dio ed egli stesso dio. E non mi sono mai spiegata perché, se così deve essere per Natura, il maschio alfa tema tanto il confronto alla pari con quest’essere di serie b, su cui ci vorrebbe ben poco a primeggiare.

Una signora ormai in età, d’ottima estrazione sociale e di cultura, lamentava il fatto che le donne ai giorni nostri hanno assunto atteggiamenti di estrema sicurezza, sono assertive, arroganti a volte e questo mette in difficoltà l’universo maschile intaccato nel suo ruolo di potere. Ha ragione, certo, la signora. Alle donne è sempre stato riservato un ruolo secondario, un passo indietro. “Dietro ogni grande uomo, c’è una grande donna”: dietro però, mi raccomando, ché anche solo a fianco è fuori posto! Quel passo avanti, per affiancare l’uomo è già un affronto, un sorpasso intollerabile!

Se riflettiamo però, non è più offensivo per il maschio il vantaggio generosamente concesso per non umiliare la sua virilità? Lasciarlo vincere, perché, poverino, se no soffre? Considerarlo, in ultima analisi, un bambino “immaturo, con un lacerante senso di inferiorità” e assecondarlo perché “si senta” grande? Fingere di non saper correre, non competere, dargli vantaggio perché possa vincere e salire trionfante sul podio cui si è destinato nel suo mondo?

In tante storie di donne maltrattate ricorre un elemento che le lega all’uomo che le vessa: il senso di pietà, la pena verso quell’uomo che nel momento in cui alza le mani, ricorre alla violenza, alla denigrazione, ai gesti più vili e degradanti mette a nudo la sua miseria, la sua pochezza, la sua evidente inferiorità.

L’uomo uccide per ristabilire un potere che sente compromesso. Per paura di perdere, perde la sua umanità.

Il patriarcato giustifica il femicidio mistificando per mantenere un privilegio che sa iniquo. E l’ingiustizia alimenta il pregiudizio e il “lacerante senso di inferiorità”.

La figlioletta di Pina, ora adolescente, per fortuna è cresciuta circondata dall’affetto dei nonni materni che l’hanno in affido. Ha voluto però da subito cambiare il cognome del padre, assumendo quello della mamma: Caruso. Il patriarcato ha vinto?

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