Ventotto anni trascorsi senza verità. Ventotto anni senza un colpevole, senza giustizia per Roberta Lanzino, la giovane di 19 anni violentata e uccisa il 26 luglio del 1988, mentre percorreva a bordo del suo motorino la strada tra Falconara Albanese e San Lucido, dove si stava recando per andare al mare, seguita dai suoi genitori. Ma lei al mare non ci è mai arrivata: fermata dai suoi assassini, è stata seviziata e poi lasciata a terra, ferita mortalmente con un taglio alla gola, le spalline conficcate nella bocca per soffocare le urla strazianti, almeno cinquanta ferite e una caviglia slogata nel vano tentativo di scappare ai suoi aguzzini. Di chi l’ha selvaggiamente violentata e poi uccisa rimane una traccia, un’impronta genetica: dna, che però non ha né nome né volto.

O per lo meno, per la scienza, non è il volto di chi si è trovato alla sbarra. Il 28 aprile scorso è ripartito a Catanzaro il processo in appello, dopo le assoluzioni in primo grado di un nuovo processo, che hanno di fatto gettato altre ombre su anni di indagini. Era esattamente il 6 maggio 2015 quando i giudici della Corte d’Assise di Cosenza hanno assolto i due pastori imputati, Franco Sansone e Luigi Carbone, quest’ultimo presunta vittima di lupara bianca, secondo gli inquirenti proprio in virtù della sua possibile volontà di parlare proprio del delitto, mentre Franco, Alfredo e Remo Sansone sono stati assolti per la sua morte.

L’uomo che rubò la vita di Roberta Lanzino, dunque, rimane ancora avvolto dall’oscurità più assoluta, nonostante di lui rimanga quella traccia genetica isolata 27 anni dopo il delitto dai Ris di Messina, da un campione di terriccio trovato sotto la testa di Roberta, che conteneva un misto di sperma e sangue. Il procuratore generale Carlo Modestino ha chiesto un nuovo esame del Dna su Franco Sansone e di riascoltare i consulenti che all’epoca eseguirono l’autopsia, richiesta avanzata in primis dalle parti civili. Sulla richiesta, i giudici si pronunceranno il prossimo 25 maggio. Il nuovo processo è partito nel 2007, sulla base delle dichiarazioni dell’ex boss Franco Pino, diventato collaboratore di giustizia, ed ha subito una svolta proprio quando il Ris ha esaminato alcuni reperti rimasti chiusi in alcuni scatoloni stipati negli archivi del tribunale. 
Da lì spunta la prova rimasta per oltre venti anni nell’oscurità, così come l’identità di quell’orco che, in un caldo giorno d’estate, ha spezzato per sempre la vita a Roberta.

Simona Musco

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