Lo scritto che segue è di una adolescente oggi quindicenne che è stata vittima di cyber-bullismo mentre frequentava la scuola media. Attraverso Instagram e Ask.me, Andrea, che vive in provincia di Bergamo, era fatta oggetto di continui insulti e minacce. Durante una conferenza del nostro collaboratore Luca Russo, analista forense, esperto di cyberbullismo e sicurezza su internet (a breve pubblichermo un suo contributo sul fenomeno e come provare ad arginarlo), ha avvicinato il relatore e gli ha consegnato queste pagine del suo diario alle quale ha messo il titolo “Ho scelto me”. Le pubblichiamo per gentile concessione del dottor Russo.

 

HO SCELTO ME

Un giorno ti svegli, ti alzi e ti guardi allo specchio. Non sei più tu.

La gente ti ha cambiata, resa debole e vulnerabile.

Ti senti Brutta.

Sola.

Chiudi gli occhi e speri che arrivi il nero totale ad abbracciarti. Lì ti senti più tranquilla: se non arriverà lui, ci andrai tu.

Era questo il mio ragionamento, insulso direte, ma sincero e molto profondo.

Mi sentivo come una formica rossa, in mezzo alle formiche normali, io ero diversa e più di tutto ero sola. Cercavo la mia strada, ma non la trovavo.

Il pensiero suicida mi caratterizzava per il 80%, il resto 20% erano canzoni che mi rimbombavano in testa. E non erano canzoni felici e solari, tutte deprimenti che trattavano il suicidio e argomenti simili.

Oltre che la situazione mi faceva stare assai male, non mi aiutavo per niente ascoltando quelle canzoni. Ma in quel tempo non lo capivo.

Mi ero persa. Come quando ti perdi al supermercato e ti assale quel terrore di non veder mai più tua mamma.

Mia mamma era casa.

Tutto cominciò con piccole parole, insulse, stupide. Non ci facevo caso, se loro erano cretini non era colpa mia. Dicevo sempre che non mi importasse e che ero forte rispetto a loro, piccolini.

Era lì che avevo sbagliato, perché tutto comincia con piccole parole, man mano la persona le dà peso, più diventano grandi. Perché mi giudicavano? Loro erano perfetti? Mah non credo proprio. Ma si credono fighi?

Erano queste le domande che mi facevo più spesso, all’inizio.

Dopo tutto cambiò, e purtroppo non in meglio. Le medie cominciarono ma i loro insulti non finirono. Aumentarono. La mia autostima si abbassò sotto il livello del mare. Mi sentivo piccola e insignificante.

Poi arrivò il club ANTI-DUMY… e lì posso dire di aver cominciato ad odiarli.

Raccontavo a mia mamma e a mia zia cosa succedeva a scuola, ma non la facevo pesare di più. Io ero forte e non dovevo fare vedere ai miei genitori che, cosi con queste poche parole, potessi diventare tanto fragile.

Ero piena di ira perché non potevo essere me stessa. Piuttosto che essere criticata preferivo adattarmi  a loro…

Mi chiedevano cosa avevo, perché ero cambiata. Perchè stavo sempre da sola e andavo spesso a casa da scuola, perché mia mamma venisse quasi sempre a scuola per parlare con i professori. Io rispondevo che non avevo niente. Eppure dietro a quel ‘niente’ si nascondevano frasi che volevo urlare.

Non avevo niente, ma volevo suicidarmi.

Niente e mi sentivo persa,

niente e mi tagliavo,

niente e volevo morire,

niente ed ero stanca di tutti e tutto. Eppure ‘niente’ non avevo niente… stavo bene.

Così cominciai ad aprirmi con una ragazza. Cominciai a raccontarle che avevo attacchi di panico piuttosto forti, che soffrivo ed ero depressa al massimo. Sembrava mi capisse. non era così. Mi lasciò pure lei.

Ma cosa avevo di così brutto per far andare via le persone?

A scuola non ci volevo più andare, e ogni giorno stavo peggio. Avevo paura di tutto.

E ad un certo punto ero sempre più convinta che dovevo morire. Dovevo sparire, tanto non sarei mancata a nessuno.

Perché sentirsi sbagliata come amica e come parte della famiglia fa male. Molto male.

Così cominciai a pensare a metodi suicidi, facili e veloci. Cercavo su internet, e posso dire  di essere rimasta meravigliata da quante persone erano online quella notte. Non ero l’unica sbagliata, e mi sentivo un po’ meno sola. Erano ragazzi di 16/17 anni, con problemi familiari o personali.

La notte stessa mi svegliai’, avevo un piano. Avevo letto, bere candeggina o assumere tanti farmaci per varie malattie. Optavo per la candeggina, almeno mi puliva dentro, pensavo.

Le mani mi tremavano, il cuore batteva all’impazzata. Tutto sembrava cosi diverso, avevo paura, non sapevo cosa fare. Le gambe cominciarono a fare a gara con il cuore a chi tremava di più. Guardaì la bottiglia. E mi misi a leggere le avvertenze. Nella mia mente già immaginavo la faccia di mia madre che mi trovava stesa sul pavimento, senza respiro. E mi misi a piangere. Le lacrime scendevano lungo il mio viso e le mie mani, involontariamente, rimisero la bottiglia al suo posto.

Ritornai nel mio letto, lacrimante e tremante.

Qualche settimana dopo, però, arrivai al pronto soccorso. La dottoressa di turno mi disse che non era niente di chè quindi che dovevo rilassarmi, bevendo un thè. La mia salute peggiorava quindi mia zia chiamò per prendere un appuntamento con uno psicologo. I tempi d’attesa però erano lunghissimi, 6 mesi. Così cercammo un dottore privato e trovammo il dottore che prese l’iniziativa e che gli interessava davvero aiutarmi. Posso dire che mi ha aiutata davvero tanto.

Avevo paura di quello che mi stava succedendo. Avevo paura di morire, di perdere la testa e farla finita. Avevo paura di perdere la mia famiglia. Mi faceva male il cuore solo al pensiero che dovessero piangere sulla mia tomba. Non era giusto nei loro confronti. Così mi feci aiutare.

Il dottore mi mandò all’ospedale, dove dovevo essere ricoverata. All’inizio mi fece paura il fatto di essere ricoverata. Poi accettaì per me e per la mia famiglia.

Mia mamma stava malissimo, le leggevo in faccia tutto il dolore, anche se lei mi rassicurava dicendomi che andava tutto bene.

Non andava tutto bene, per niente. stava peggiorando tutto.

Salivo le scale una ad una, fino a raggiungere una porta verde scuro. Lì la signora che ci accompagnava suonò alla porta e ci aprirono. Entraì. Mi guardavo attorno, era tutto strano e troppo vivace, colori troppo accesi e persone troppo sorridenti. Dopo avermi pesata e aver raccolto tutti i dati personali, mi accompagnarono nella mia stanza. Condividevo la camera con un bambino appena nato. Subito ho pregato tutti gli dèi che fosse un bravo bimbo e mi lasciasse dormire la notte. E coì fù. Fece il bravo e io dormivo tranquilla. Le prime notti furono veramente strane, non riuscì a dormire tranquilla perché non ero a casa, non ero nel mio letto. Mia mamma era costretta a dormire sul divano-letto accanto a me. Mi stringeva la mano e mi accarezzava il viso. Avevo paura. E anche lei.

Le prime giornate passavano lentamente. Oltre a fare dei colloqui con i dottori che mi avrebbero seguita per il mio ricovero, non facevo nient’altro. C’era una stanzetta dedicata ai giochi dove ci riunivamo per chiacchierare o per ascoltare la musica. L’unica cosa che odiavo era il fatto che iu un giorno potevamo toccare il telefono dalle 7 alle 8, io non c’è l’avrei fatta. Ogni giorno c’erano pure i controlli dei medici. Ad una certa ora dovevi aspettare in camera tua il loro arrivo. Aspettavi  10 minuti per quei  10 secondi che ti chiedevano se stavi bene. Insomma, una noia.

Nel mio reparto, neuropsichiatria infantile, c’erano altri ragazzi più o meno della mia età. Con problemi simili o diversi, ma erano comunque ragazzi che avevano bisogno d’aiuto. Poi c’erano bambini più piccoli, 5 o 6 anni, con problemi diversi. Mi ricordo di un ragazzino, Francesco che ha avuto un ictus e tutta la parte sinistra del corpo è rimasta paralizzata. Mi ero davvero affezionata a lui, e pensavo che in effetti non avevi dei problemi grandissimi come i loro.

E i giorni passavano lentamente, tra pastiglie e incontri con i dottori piano piano stavo migliorando. Mi sentivo comunque quell’ansia che provavo sempre, l’ansia non era sparita. Aspettavo delle visite di amici, dato che andavo d’accordo un ò con tutti. Nessuno venne a salutarmi, a chiedermi come stavo, e se magari Brescia era lontana almeno un messaggio o una chiamata. Avevo capito che non avevo nessuno oltre la mia famiglia. Menomale che avevo amici… e si sa, nel momento del bisogno gli amici ci sono sempre. Io in quel momento, per una volta, io, avevo bisogno di sostegno, qualcuno che mi dica che andrà tutto bene. Ma non c’era nessuno. Così capii che di amici veri non ne ho mai avuti, e che mi sono sprecata troppo per loro, li avevo aiutati tanto, quando loro non mi avevano nemmeno chiesto come stavo.

Così me li cancellai tutti dalla mente. una volta uscita dall’ospedale, me l’avevo promesso, che non li avrei nemmeno guardati in faccia, nemmeno salutati e mi sarei fatta una nuova vita, un nuovo inizio. Me l’avevo promesso.

Poi un’altra cosa che non capivo. Perché dovevo essere io quella ricoverata in ospedale? Perché non loro, sono loro quelli malati, cattivi, che hanno bisogno d’aiuto. Io ero la loro vittima, ma fortunatamente mi sentivo dannatamente forte da far veder loro che io potevo farcela.

E ci riuscì.

Gli esami li feci in ospedale, tranne l’orale che proprio il giorno della mia dimissione feci tranquillamente, o quasi. Ero tesa, il primo esame della mia vita. Non pensavo riuscissi a passarlo, comunque avevo perso un mese di spiegazione.  Ma lo passai. Ed ero felicissima. L’avevo passato grazie a me e grazie ai miei professori che mi avevano aiutata con le schede riassuntive di quello che si era fatto in quel mese mentre ero in ospedale.

Ero uscita dall’ospedale e avevo pure superato gli esami, beh che dire, due strike in un colpo.

Non vedevo l’ora di cominciare il liceo e lasciarmi indietro quella storia. Sicuramente mi è servita a diventare la ragazza che sono oggi. È stato un periodo davvero brutto, ma grazie a quello ho capito un bel pò di cose. Perché alla fine dobbiamo guardare anche il bicchiere mezzo pieno. Sono guarita grazie al mio stesso aiuto, può sembrar strano ma è così. Perché mi sono fatta aiutare e avevo capito che c’era un problema e che così non andava bene. Certamente un po’ mi hanno aiutata anche i medicinali e sicuramente anche i medici. Ma la mia più grande arma è stata credere di potercela fare e di sperare. Perché in quei momenti ti serve sperare un po’ in te.

Credere in sé stessi ti può migliorare davvero.

Può farti pensare che una speranza c’è ancora. Alla fine non dobbiamo mai arrenderci, anche se sembra che ci sta crollando il mondo addosso. Dobbiamo pensare a dopo e a come possiamo migliorarci come persona.

C’è anche un po’ di bene riservato a noi. Ma sta alla singola persona scegliere. Io ho scelto. Perché dopo la notte c’è sempre il giorno, anche se un po’ grigio e con qualche nuvola, ma c’è. Perché anche dopo la nebbia, una ad una, si svelano le stelle.

Da questa esperienza ho capito che devo essere buona con le persone che si meritano la mia bontà, e indifferenti con quelle che non se la meritano. È semplice, anche se all’inizio era così complicata, che davvero, non riuscivo a capirla. Sono caduta tante volte, sì sono stata male, ho sofferto. Ma ora sono più forte. Perché mi sono sempre rialzata anche quando tutto sembrava senza senso, perché ho avuto la volontà e l’esigenza di star bene. È un diritto star bene. Bisogna lottare per i propri diritti.

Questa storia è dedicata a me stessa, che dopo ogni caduta e qualche graffio, mi sono sempre rialzata, più forte di prima.

Ho scelto me.

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